Ti ha tirato su dalla miseria

Lha strappata dal fango

Figlio mio, dimmi davvero, che cosa hai trovato in lei? la voce di Tatiana Micol lacerò il silenzio della cucina. Una ragazza di un paesino sperduto, senza studi, senza futuro. Avresti potuto scegliere chiunque, ma hai portato a casa questa

Ludovica rimase immobile nella soglia del salotto. Il sangue le montò alle guance, il viso ardeva di vergogna e di rabbia. Voleva precipitarsi in cucina e sfogare tutto quel ribollire dentro di sé. Ma era ospite in quella casa. Estranea.

Mamma, per favore, si levò la voce stanca di Alessandro. Ti avevo chiesto di non cominciare.
E cosa cè di così grave? Che la mamma non labbia detto? I fatti parlano da soli. Nicola, dillo tu!

Ludovica si ritirò nel salotto, si sedette sul bordo del divano. Limpiallacciatura morbida non le dava alcun conforto.

Si erano conosciuti sei mesi prima, alla fiera di San Giovanni, quando Alessandro era tornato al villaggio di Poggio di Montecchio a far visita a parenti lontani. Si era innamorato a prima vista così raccontava poi, baciandole le dita e promettendo di portarla via, di regalarle una vita nuova. Ludovica aveva creduto.

Nicola e Tatiana non lavevano accettata subito Dal primo sguardo Ludovica percepì nei loro occhi un freddo disprezzo, il desiderio di cancellarla dalla vita del figlio. Non nascondevano il loro malcontento, non cercavano di essere gentili. Ai pranzi familiari tacevano, rivolgendosi a lei solo tramite Alessandro, come se fosse invisibile o non capisse litaliano.

È solo un capriccio passeggero, affermò una volta Tatiana, mentre Ludovica usciva dal bagno e sentì la conversazione attraverso la porta socchiusa. Si farà gli affetti e poi la lascerà.

Ludovica taceva allora. E il giorno dopo. E la settimana successiva, quando la suocera ripeteva ancora una volta le parole velenose sulla sua maniera di campagna. Non cera più dove tornare. Vivere da sola era impossibile. E amava Alessandro.

Nonostante la violenta opposizione della famiglia, Alessandro sposò Ludovica ad agosto. Una piccola cerimonia, qualche amico, la madre della sposa arrivò dal villaggio con lunico vestito decente. I genitori di Alessandro si tennero manifestamente assenti, inviando un breve messaggio in cui dichiaravano di non approvare il matrimonio e di lavarsi le mani.

I primi mesi dopo le nozze scorrevano in un silenzio teso. Alessandro cercava di instaurare un contatto, chiamava la madre, ma Tatiana rispondeva con frasi brevi e fredde. Ludovica non ostacolava la comunicazione dopotutto era la famiglia di lui, il suo diritto di tentare di mantenere i legami. Si limitava a stare in disparte, a sistemare il piccolo appartamento in affitto, a cercare lavoro.

Quando la suocera accettò finalmente un incontro, Ludovica indossò la sua migliore camicetta, sistemò i capelli, comprò dei fiori. Tatiana accettò il bouquet con unespressione come se le avessero offerto un pesce marcio, e lo infilò subito in un barattolo senza acqua.

Allora, hai trovato lavoro? chiese la suocera, sedendosi a capofila della tavola.
Non ancora, ma non mi arrendo, rispose Ludovica, cercando di mantenere la calma. Penso di iscrivermi a un corso a distanza. Voglio unistruzione.
Oh, che nobile intenzione, replicò Tatiana. Alessio dovrà lavorare per due!

Ludovica serrò i denti, ma rimase in silenzio. Alessandro tossì imbarazzato, spostando lo sguardo dalla madre alla moglie.

Il corso a distanza iniziò davvero un mese dopo non per compiacere la suocera, ma per se stessa. Per dimostrare che non era solo una ragazza di paese, ma una persona con ambizioni. Ludovica trovò lavoro in una piccola ditta, gestiva documenti, studiava di notte, si addormentava sui fogli, ma non si fermava.

I genitori di Alessandro si attivarono in primavera. Tatiana telefonò con una voce dolce chiedendo aiuto per il giardino.

Dobbiamo piantare le piantine, zappare le aiuole, spiegò la suocera. Alessio da solo non ce la farà, e tu sei cresciuta in campagna, vero?

Ludovica rimase un lungo attimo in silenzio, irritata dal tono della suocera.

Ci penserò, sussurrò, riattaccando.
Che cè? la chiamò il marito.
Non voglio chinarmi nei loro orti, rispose fermamente.
Sono i miei genitori, Ludovica. È difficile aiutare un po?
Aiutare è una cosa, sfruttarmi come manodopera gratuita è unaltra. Mi considerano una contadina che deve piegare la schiena nei loro campi? Che si diano da fare o assumano qualcuno.

Alessandro sospirò, ma non discusse. Ludovica sapeva che lui, più tardi, avrebbe chiamato la madre per giustificarsi. Così fu: la sera si chiuse in bagno e per mezzora sussurrò colpevoli al telefono.

Le richieste della suocera divennero sempre più insistenti. Ogni settimana una nuova chiamata: pulire i pavimenti, lavare le tende, fare la spesa.

Vi siete rotte le braccia? esplose Ludovica un giorno. Siete adulti, assumete una collaboratrice, se non potete farlo da soli.
Ah, così ti rivolgi ai tuoi anziani! sbottò Tatiana. Alessio, senti tua moglie che ti insulta?

Alessandro si dimenava, balzando da un piede allaltro, borbottando parole incomprensibili su compromessi e rispetto.

Non sarò la tua serva, affermò Ludovica, con voce dacciaio. Ricordatevi che sono la vostra nuora, non una domestica.

Si voltò e uscì dalla stanza, sbattendo la porta. Dietro di lei rimase Alessandro e i suoi tentativi patetici di piacere a tutti.

Il lavoro decollò in modo sorprendente. Ludovica ricevette una promozione, lo stipendio aumentò, nuovi progetti. Alessandro, apparentemente, la lodava, ma le sue parole tradivano una tensione, un piacere forzato.

A volte Ludovica pensava di andarsene. Passava le notti sveglia, immaginando scenari di separazione. Ma non aveva dove andare sua madre viveva in un piccolo casolare al villaggio, lei non aveva risparmi per affittare un appartamento da sola. Era intrappolata nel matrimonio, come una mosca nella ragnatela.

Unaltra cena familiare avvenne a giugno. Alessandro la convinse a partecipare, promettendo che i genitori sarebbero stati pacati, desiderosi di ristabilire i rapporti. Ludovica accettò a malincuore, indossò un vestito severo, raccolse i capelli in uno chignon basso.

Fin dal primo istante fu chiaro che la pace era unillusione. Tatiana posò la tovaglia con unespressione come se ogni gesto fosse una sofferenza. Nicola sedeva a capofila, cupo e silenzioso, lanciando a Ludovica sguardi pesanti.

Allora, rimarrai a fare la madre di mio figlio? fu il primo a parlare il suocero, una volta finiti gli antipasti. Lavori per spiccioli, studi, e continui a sottrarre gli ultimi soldi al mio figlio?
Guadagno più di Alessandro, rispose Ludovica con calma. E pago i miei studi da sola.

Nicola sorrise, beffardo.

Certo Pensavi davvero che ti credessi? Una provinciale, una contadina, più degna di mio figlio?
Papà, basta, bisbigliò Alessandro.
Dico la verità. Ti ho portata Pensavo ti sarebbe piaciuta la docilità, la gratitudine. Invece alzi la testa, non vieni in giardino, non dai soldi.
Perché non devo essere la vostra domestica, la voce di Ludovica tintinnò dintensità. Volete aiuto? Chiedetelo con rispetto, come esseri umani. Ma siete abituati a comandare e umiliare.

Come ti rivolgi a mio marito? sbuffò Tatiana.
Come merita! ribatté con ostinazione Ludovica.

Nicola si alzò lentamente, il viso si fece rosso, le vene si gonfiarono sul collo.

Se non fosse per mio figlio, ringhiò, saresti ancora nel tuo fetido paese, a far girare le code alle mucche! Ti ho strappata dal fango, e tu qui ti pavoneggi!

Ludovica si alzò anche lei. Il cuore batteva nella gola, ma la voce rimase ferma e chiara:

Nessuna donna normale sopporterebbe una creatura meschina e insignificante come te. Ma sembra che a Tatiana piaccia vivere con un tiranno!

Il silenzio divenne un peso opprimente.

Come osi! balzò Tatiana, rovesciando la sedia. Uscite subito da casa nostra! E non tornate più! Alessio, finché non ti separi da lei, non chiamarci più! Capito? Via!

Ludovica prese la borsa, si mise il cardigan.

Alessio, andiamo.

Alessandro si alzò, senza parole, e la seguì.

Dopo lallontanamento dai genitori, Alessandro cambiò. Tornò a casa tardi la sera, si sdraiò sul divano con la schiena rivolta a Ludovica e non disse nulla. Così per diversi giorni. Poi iniziò a esplodere.

Hai distrutto tutto, sputò una mattina, versando il caffè. Per colpa tua ho perso la mia famiglia.
Per colpa mia? chiese Ludovica, incredula. Sul serio?
Non avresti dovuto tacere, sopportare. No, dovevi contraddirmi.
Mi insultavano, e tu tacevi, si avvicinò Ludovica, guardandogli negli occhi. Non mi hai difeso neanche una volta durante tutto il matrimonio.
Sono i miei genitori! Cosa avrei dovuto fare?
Prendere il mio lato. Ma sei rimasto a guardare, come sempre.

Alessandro si girò. Per mesi rimase scontroso, lanciando commenti acidi su come una buona moglie dovesse rispettare gli anziani, perdonare, accontentare. Ludovica ascoltava, capiva che lamore era ormai bruciato, rimaneva solo cenere e amarezza.

Un giorno non poté più trattenersi e disse la verità:

I tuoi genitori sono meschini, cattivi. E tu, a quanto pare, sei diventato come loro.

Alessandro esplose. Lanciò la tazza contro il muro, facendo volare i frammenti per tutta la cucina.

Se non fosse stato per me, urlò, la voce diventata spettrale, saresti ancora marcita nel tuo villaggio! Capisci? Ti ho strappata dal fango, ti ho dato una vita normale! Grazie!

Ludovica lo guardava, vedendo il riflesso di Nicola. Lo stesso disprezzo, la stessa certezza di superiorità.

Vattene, sibilò Alessandro. Subito. Fuori dalla mia casa.

Non litigò. Prese la valigia dalla soffitta, raccolse le cose in silenzio e rapidità.

Chiamò un taxi, portò la valigia alla porta. Si voltò unultima volta:

Sei debole, Alessio. Patetico. Sei una copia esatta dei tuoi genitori.

Sei mesi passarono nella nebbia. Una stanza in un palazzo popolare, vicini rumorosi, odori estranei, liti dietro le pareti. Ludovica lavorava fino allo sfinimento, risparmiava ogni centesimo, avviò la procedura di divorzio al tribunale. Alessandro non si oppose, firmò tutti i documenti senza parole. Forse anche lui era stanco.

In autunno riuscì a mettere da parte abbastanza per affittare un appartamento decente. Un monolocale ai margini della città, ma suo, senza persone estranee né ricordi. Ludovica si trovò al centro di quella stanza vuota e luminosa, guardò fuori dal finestrino un cielo grigio, e per la prima volta dopo tanto tempo sorrise. La vita continuava. Senza Alessandro, senza i suoi genitori, senza le umiliazioni. Semplicemente proseguiva, ed era meravigliosa.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

five − 1 =

Ti ha tirato su dalla miseria