Ha cresciuto un bambino da sola, vivendo di pensione. Un giorno lo porta al centro commerciale e il ragazzo le dice qualcosa di INASPETTATO.

Il tramonto si accendeva sul piccolo borgo di San Pietro, un luogo dove il tempo scorreva a ritmo di campane e mercato contadino. Ginevra, una nonna dal viso segnato dal sole e dal sorriso piegato, viveva di una pensione di appena trecento euro al mese. Un giorno, decise di portare il suo nipotino, Matteo, al grande centro commerciale Il Giglio a Milano, e il bambino le lanciò una frase che la colpì come un fulmine.

Lautobus, quasi a levare il suo carico, scivolava lungo la strada di campagna. Matteo, con gli occhi grandi come due cioccolatini, si aggrappava al finestrino, incapace di credere di aver messo piede per la prima volta in una città così immensa. Nemmeno la nonna Ginevra, che raramente oltrepassava il confine del villaggio, aveva mai osato un viaggio così lontano. La sua vita si muoveva tra il mercato, la fattoria e la sua casa.

Quella mattina, però, qualcosa le stringeva il cuore:

Andiamo a vedere comè come si chiama, nonna? chiese Matteo, fiero di aver indovinato la parola.
Al centro commerciale, nonna, rispose, gonfio di orgoglio per aver ricordato il nome. La maestra gli aveva detto che era unintera città dentro quattro muri.

Ginevra nascose il suo sorriso dietro il fazzoletto. Aveva messo insieme, spicciola dopo spicciola, tutti i risparmi della sua pensione e le vendite di uova, verdure, un mazzetto di prezzemolo e qualche vasetto di pomodori sottolio. Nessuno avrebbe riconosciuto quel piccolo gruzzolo di monete, ma lavrebbe portato al centro solo per vedere Matteo felice.

Il padre di Matteo lavorava allestero. Era partito solo per due anni, ma erano già passati quattro. Il padre, scomparso anni prima, aveva promesso di tornare da unimpresa di cantieri a Roma e non era più tornato. Da allora, il mondo di Matteo ruotava attorno a due mani rugose, spezzate dal tempo ma colme damore.

Non ti vergogna stare con me, vero? gli chiese Ginevra la sera prima.
Come potrei vergognarmi? Tu sei tutto quello che ho, nonna, rispose il ragazzino, serio come un adulto.

Scendendo dal bus, il Giglio si stagliò davanti a loro, lucente e freddo, con pareti di vetro che riflettevano il cielo di Milano. Ginevra sentì un respiro incalzante nel petto, come se stesse per varcare una porta verso un altro mondo.

È davvero un edificio, non è uno scherzo, bisbigliò.
Vieni, nonna, ti mostro cosa cè dentro!

Le porte si aprirono da sole e la nonna rimase a bocca aperta.

Mamma, sembra di aprire le porte del paradiso, mormorò, facendo il segno della croce in silenzio, temendo che qualcuno potesse ridere di lei.

Allinterno, luci fredde, musica, gente che correva. Giovani con borse di marca, donne con tacchi alti, bambini vestiti come in una rivista. Ginevra e Matteo sembravano usciti da un film.

Matteo le strinse la mano, la nonna la tenne per le dita come se fosse il suo tesoro più prezioso.

Guarda, nonna, lì ci sono vestiti. Lì ci sono giochi. Quella è la squadra che vedi in TV, quella a casa.

Tanti, nonna tantissimi, sussurrò la donna, sopraffatta.

Entrarono in un negozio di abbigliamento per bambini. I vestiti erano ordinati, colorati, appesi su manichini perfetti, a differenza dellarmadio di casa, dove tre magliette e due pantaloni lottavano da anni contro il tempo.

Puoi provare quello che vuoi, le disse una commessa sorridente.
Ginevra arrossì.
No, no, noi solo guardiamo

Ma Matteo già scivolava le dita su una felpa azzurra con un piccolo supereroe stampato sul petto.

Nonna solo per vedere come mi sta non dobbiamo comprarla.

Di fronte allo scaffale, Ginevra rivide tutti i suoi pensieri: la pensione minima, le bollette, lolio, lo zucchero, le medicine. Ma sopra a tutto, un pensiero più forte: linfanzia del suo nipote.

Prendila, nonna, provala, disse con voce più decisa di quel che sentiva.

La aiutò a indossarla. La felpa si posò perfetta sulle spalle di Matteo, come se fosse stata cucita su di lui. Si guardò allo specchio e, per un attimo, non fu più il bambino con le ginocchia rotte e i vestiti logori. Era un ragazzino come quelli che vedeva in televisione, parte di un mondo scintillante.

Nonna sono come i ragazzi di città, sussurrò, cercando di non esultare troppo per non farla soffrire.

Gli occhi di Ginevra si inzupparono di lacrime.

Eri già bello con i vestiti vecchi, ma questo sembra fatto apposta per te.

Quando vide il prezzo, il suo cuore si strinse. Contò mentalmente quanti giorni di pane, quante chilogrammi di farina, quanti tram si sarebbero potuti prendere con quei soldi. Poi guardò di nuovo Matteo, che tirava timidamente le maniche della felpa, convinto di doverla togliere.

Allora lo facciamo, nonna. Lo compriamo, anche se è tanto, lo compriamo.

Matteo sbatté le ciglia, incerto.

Sul serio, nonna?
Sul serio. E poi prenditi cura di lei, è come una promessa di diventare grande e di portarmi un giorno a passeggiare nei tuoi centri commerciali.

Continuarono a girare tra i corridoi dei giochi; Matteo si fermava a guardare ogni macchinina, ogni set di Lego, ogni pistola luminosa. Gli occhi brillavano, ma non chiedeva nulla. Sapeva, a sette anni, che i desideri si pagano in denaro, e il denaro non cade dal cielo, ma dalle mani spezzate della nonna.

Andiamo a guardare ancora, nonna, disse Ginevra, sentendo le ginocchia bruciare. La nonna ti aspetta su quella panchina, le gambe non mi reggono più.

Si sedettero in un angolo vicino alle scale mobili. Ginevra si posò delicatamente su una panchina di legno lucido, stringendo al petto il sacchetto di tela dove aveva messo la felpa nuova. Un panino appena comprato dalla panetteria del centro, piccolo come un pezzetto di paese in quel mondo di vetro.

Non vado lontano, nonna, disse Matteo. Vado solo fino al negozio di giochi di fronte.

Vai, nonna, ti vedo da qui.

Matteo corse, goffamente, verso i giochi, mentre Ginevra restava sulla panchina a fissarlo. Attorno, giovani con borse di plastica scintillante, telefoni che brillavano nelle mani, risate e selfie. Nessuno la guardava. Se qualcuno la osservava, forse pensava fosse unanziana di campagna smarrita.

Ma lei non si sentiva smarrita. Per la prima volta dopo tanto tempo, si sentiva al suo posto. Nel mezzo di quel carosello di luci, il suo cuore era pieno.

Signore, che grande è passato chi avrebbe mai creduto che sarei venuta al centro commerciale?, pensò, osservando la piccola testa di Matteo tra gli scaffali.

Guardò le sue mani, rugose, segnate da anni di lavori nei campi, di legna da trasportare, di lavaggi al secchio. Quelle mani, mai notate da nessuno per tutta la vita, tenevano ora il sacchetto con la prima felpa vera di Matteo. Quelle stesse mani avevano spezzato la prima pagnotta, lo avevano cullato quando piangeva per mamma, gli avevano asciugato il naso e le lacrime quando i compagni ridevano delle sue scarpe rotte.

Ora, stanche, tremavano, non per letà, ma per lemozione.

Una coppia giovane si sedette accanto a lei, con le loro borse lucenti. La ragazza lanciò uno sguardo fugace al sacchetto di pane e al vecchio cappotto, poi tornò a fissare le vetrine. Nessuno immaginava che, dietro quel sorriso affaticato, si celasse una storia più pesante di tutte le loro borse insieme.

Nonna! la voce di Matteo squarciò il frastuono del centro.

Corse verso di lei, le guance rosse di eccitazione.

Sono salito da solo su quelle scale! Ho visto un negozio pieno di palloni! E cera uno schermo enorme con i cartoni! balbettò, mescolando le parole, temendo di non avere abbastanza tempo per raccontare tutto.

Ginevra lo guardava, convinta di non aver sbagliato a spendere quei soldi per la felpa e per il viaggio.

Ti è piaciuto? chiese piano.
È il posto più bello del mondo, nonna. Ma sai una cosa? A casa mia mi piace di più.
Perché, tesoro?
Perché lì sei tu. E lì profuma del tuo brodo. Qui profuma di soldi.

Rise, una risata breve, con lacrime agli occhi.

Hai ragione, mio piccolo.

La tirò sul gradino della panchina, la sistemò al collo, gli diede un sorso di succo e un pezzetto di pane caldo. Rimasero così, spalla a spalla, in quel piccolo isolotto di quiete dentro il caos del centro.

Intorno, la gente correva in ogni direzione: offerte, pubblicità luminose, suoni di cassa. Nessuno sapeva che su quella panchina condividevano due anime che si avevano solo luna per laltra.

Nonna, disse Matteo dopo un attimo, mordendo il pane,
Sì, tesoro.
Quando tornerà la mamma a casa, la porti anche al centro?
La porto, come potrei non portarla? Verremo tutti e tre. Tu con la tua felpa nuova, lei con la sua borsa bella, e io con il mio scialle. E sarà tu a mostrargliela, non io.
Le mostro tutto. E le dirò che sei stato tu a portarmi la prima volta. Che sappia.

Ginevra sentì il cuore scaldarsi. Oltre le vetrine, oltre le scintillii, la vera ricchezza era proprio lì accanto a lei: un bambino di sette anni che non aveva mai chiesto nulla, ma che aveva ricevuto tutto ciò che lei poteva dargli amore, tempo, le sue braccia stanche.

Non sono una donna da centri commerciali, pensò, sono una donna di zappa, di guerra, di lana. Ma se questo grande mondo lo fa sorridere, tornerò domani, dopodomani, finché le mie gambe ce lo permetteranno.

Alzò lo sguardo verso il soffitto di vetro altissimo.

Signore, veglia su di noi, prega per il padre di Matteo, per la madre ovunque siano, e dammi la forza in queste mani rugose per guidarlo sulla strada giusta.

Matteo non aveva sentito la preghiera, ma, come se lavesse percepita, infilò la piccola mano nella sua.

Ti voglio bene, nonna, disse semplicemente.
Ginevra non rispose, ma accarezzò il suo mento e sorrise.

Il centro commerciale, con le sue luci fredde, scomparve per un attimo. Non importava più.

Su quella panchina, tra il sacchetto di pane e la felpa nuova, una nonna e il suo nipote vivevano il loro piccolo miracolo: la gioia che nessun denaro può comprare, la consapevolezza che, per quanto grande sia il mondo, qualcuno ti aspetta sempre, con due mani invecchiate ma piene damore.

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