Perché il destino è stato così crudele con lei? Anno dopo anno, crescendo, Lia capiva sempre di più che non voleva e non avrebbe mai vissuto come sua madre, Barbara. Barbara, ancora giovane ma già provata dagli anni e soprattutto dal marito sempre ubriaco, sembrava una donna molto più anziana di quanto non fosse in realtà. Lia ha diciassette anni, ha appena finito le superiori ma non si è iscritta all’università, temendo di lasciare la madre da sola. Sarebbe già andata via di casa da tempo, se solo non le dispiacesse così tanto per sua madre: il padre, da ubriaco e infuriato, era capace di tutto. Se Lia se ne fosse andata, chi avrebbe aiutato sua madre, chi le avrebbe portato il ghiaccio per i lividi, chi le avrebbe passato un bicchiere d’acqua? Quella sera, il padre tornò di nuovo ubriaco e si accasciò sulla sedia della cucina. Barbara gli mise davanti senza dire una parola una ciotola di minestra, ma appena la donna si girò, il piatto volò a terra mancando di un soffio la madre. «Mi hai stufato con la tua zuppa», urlò il marito, guardandola con occhi folli. Lia si alzò di scatto per aiutare la madre a raccogliere i cocci, mentre il padre, a fatica, si alzò e, passando, diede un calcio in gamba alla moglie. Alla figlia tuonò: «Domani mattina presto andiamo a pescare, porteremo un po’ di pesce a questa qui, almeno si farà un brodo.» Lia sperava che il padre dimenticasse la sua idea, ma si svegliò di soprassalto sentendo la spinta del padre. «Su, alzati, perdiamo il momento buono, all’alba si pesca meglio!» Si vestì in fretta, ma proprio mentre stava per uscire apparve Barbara con un secchio di latte appena munto dalla mucca. «Sei uscito fuori? Hai visto che cielo c’è?» chiese al marito. «Tra poco scoppia un temporale! Dove credi di andare in questa giornata?» Barbara poggiò il secchio per terra e bloccò Lia sulla porta. «Non vi lascio andare: la farai annegare, la nostra figlia.» Ma Sante spinse con forza la moglie che cadde, rovesciando il latte, e poi, ghignando, strattonò Lia fuori casa. Lia vide una nuvola nera arrivare dall’orizzonte, e quando salirono sulla barca il vento si era già alzato forte. Aveva paura, ma il padre remava puntando la riva opposta, dove l’acqua era più profonda, dove “il pesce abboccava meglio”. La riva non era lontana, ma il vento diventava sempre più violento e la pioggia iniziava a picchiare. Lia, bloccata dalla paura, si aggrappò ai bordi della barca. «Eh, mio padre diceva che col tempo così i pesci ci sono di più!» gridò il padre, con la riva ormai ben visibile. Il padre si alzò in piedi con la canna da pesca, ma una raffica improvvisa ribaltò la barca e Sante finì nell’acqua. Da una parte all’altra le onde lo coprivano, e Lia, nel cercare di aiutarlo col remo, finì anche lei in acqua: la barca si capovolse, e sentì un colpo secco alla testa. Lia riaprì gli occhi: era su un letto, in una stanza piccola che odorava di umidità. Entrò un uomo barbuto. Respirava a fatica, non aveva la forza neanche di muoversi. «Ti sei svegliata, va bene così», disse l’uomo barbuto, iniziando ad accendere la stufa. Lia si riaddormentò, sognando la madre giovane, realizzando che era lei. Al risveglio, vide di nuovo l’uomo, che le diede da bere con un cucchiaio una tisana amara. «Bevi, ti sentirai meglio. Poi mangia qualcosa», disse lui. Passò molto tempo prima che Lia riuscisse a rialzarsi, era debole, le gambe tremavano. Affacciandosi alla finestra vide che era pieno autunno. Indossava un pigiama grande, i capelli raccolti in una treccia spettinata, era in una casa di legno e finalmente sentì fame: uscì nella stanza accanto. «Ah, ti sei svegliata: vieni, mangia, prendi del pane», mescolando un pentolone, un ricco profumo di cibo nell’aria. Timida e confusa, si sedette. Lui le mise davanti un piatto di minestra e iniziò a mangiare con lei. «Come sono finita qui?» chiese. «Mangia prima, poi parla…» Lei obbedì. «Non ricordi niente?» le chiese. «No», scosse la testa Lia. «Così si vive insieme, mi prendo cura di te e tu non ricordi nulla… O sarà la malattia. Stavi annegando nel fiume, ti ho salvata io.» Lia non ricordava nulla. «Almeno il tuo nome te lo ricordi?» fece lui. Lei scosse ancora la testa. «Allora così va… Eppure tu sei mia moglie, Valentina, mia Vale.» «Non è possibile», esclamò Lia scioccata, ma davvero non ricordava nulla. «Eccome se lo è», sorrise lui sgradevolmente. «Vieni, ti ricordo chi sei», afferrandola per la mano. «Ho aspettato tanto che guarissi, per mesi sei stata tra la vita e la morte.» Lui la trascinò nella stanza, lei cercò di divincolarsi, ma lui la colpì e la buttò sul letto. «Ingrata, ti ho salvato dalla morte, ora ti ricordo io chi è tuo marito…» Lia provava solo dolore e disgusto, incapace ormai di difendersi. Alla fine, si abbandonò come una bambola di pezza, piangendo. Dal cortile, sentiva il rumore della motosega. Più tardi, indossando una giacca larga, tentò la fuga verso il fiume, dove vide una barca, ma sentì i passi dietro di sé: il barbuto la raggiunse e la buttò a terra. Sollevandola per il colletto della giacca, disse con rabbia: «Volevi scappare? Basta, non arrabbiarti, mi sono agitato perché non ricordi. Davvero volevi fuggire? Non ci riuscirai. Adesso accendo la sauna, ti scaldi. Ti ricordi almeno come mi chiamo? Mi chiamo Clito.» Lia, come ipnotizzata, tornò a casa. Non ricordava nulla, ma accettò la situazione, incapace di ribellarsi. Decise però che, appena possibile, avrebbe cercato una via di fuga. «Dio mio, perché mi è toccato un destino così crudele?» pensava spesso. Clito la caricava di lavori domestici, pretendeva ordine, pulizia, buon cibo, la costringeva anche a lavorare nella stalla, ma il peggio era quando cercava di portarla a letto con il sorriso disgustoso. Se provava a opporsi, veniva picchiata, allora capì che resistere era inutile. Passarono i mesi. Clito andava a pescare, a caccia o al mercato. Quando non c’era, Lia trovava un po’ di pace, leggeva libri polverosi; non c’era TV, ma almeno poteva respirare. Ma al ritorno di Clito, la paura tornava. Un giorno, con la scusa del legno da raccogliere, andò al fiume e vide la barca, chiusa con un lucchetto: il mazzo di chiavi era appeso in casa, lo sapeva bene. Un giorno Clito si addormentò dopo pranzo, Lia rubò la chiave, si vestì di tutto punto, corse fuori, armeggiò con il lucchetto, ma una pallottola fischiò sopra la sua testa. L’uomo era col fucile. «Torna su, o la prossima ti centra…», minacciò, sparando ancora. Lia tornò a riva. Lui la aiutò a scendere, poi un pugno la buttò a terra e la riempì di botte. Quando si risvegliò, era di nuovo in casa. «Non vuoi capire con le buone… la prossima volta ti chiudo in stalla incatenata», minacciò, andandosene. Passò una settimana. Lia pensava che sarebbe impazzita in quella condizione. Riprese gradualmente forze, ma poi iniziò a sentirsi strana, nauseata: si scoprì incinta. Clito lo capì subito, da allora la trattò meglio, la sgravò dei lavori pesanti, non la picchiava più, solo le urlava contro. Un giorno lui partì per il mercato, come sempre in barca. Lia uscì verso il fiume: era freddo, metà novembre. Sentì un rumore di motore: stava arrivando una barca, ma non era Clito. Un uomo scese con le canne da pesca, la vide e rimase di stucco. «Ma Lia, sei tu?», esclamò, incredulo. «Mi confonde con qualcun’altra. Mi chiamo Vale», rispose scossa. «Ma che dici, ti conosco da quando sei nata! Io sono Nicola, tuo vicino! Tua madre Barbara ha seppellito il marito e ti ha persa, tutti pensano tu sia affogata anche tu…» «Io vivo qui col mio marito», balbettò Lia. «Pensavo fosse disabitata questa casa…», disse Nicola. Lia gli afferrò la mano. «Zio Nicola, portami sull’altra riva, ti prego! Ti racconto come sto vivendo… Ho paura che Clito mi uccida!» «Dai, salta sulla barca!» Quando arrivarono, sentirono degli spari e corsero a nascondersi. Arrivati a casa di Nicola, Lia vi trovò una donna che aveva visto nei sogni: sua madre. «Buongiorno», disse timida. «Figlia mia!», Barbara le corse incontro. «Nicola, dove l’hai trovata?» La gioia della madre era incontenibile. Nicola spiegò dove aveva trovato Lia, che però non ricordava niente. Poi Lia iniziò a ricordare l’infanzia, i genitori, la barca rovesciata, il padre che annegava, tutto quanto. Raccontò anche di Clito, che però le aveva salvato la vita. «Mamma, se lui mi trova ci ammazza tutte e due… Quel tipo è una bestia…» Arrivò anche la vicina, Tiziana, la moglie di Nicola: ascoltarono tutto, poi Tiziana consigliò subito: «Barbara, tua figlia ha ragione, dovete partire all’istante. Andate da mia sorella, che sta sola in paese. Poi vedete il da farsi. Fate i bagagli, Nicola vi accompagna in macchina.» Saltarono sulla vecchia macchina, guardarono per un’ultima volta la casa e partirono. Clito arrivò poco dopo, trovò la casa sprangata. «Cerca qualcuno?» chiese Tiziana. «Cercavo un’amica… Sa dove può essere?» «Non so», disse fredda, ma notò che non le credeva affatto. Nicola aiutò Barbara a vendere casa, le portò i soldi, le aiutò a comprare una casetta in paese. Vennero anche Tiziana e la aiutarono a sistemarla, a imbiancare e dipingere. Lia, ormai, aveva ricordi chiari, e cercava di scacciare l’incubo vissuto con Clito. Solo il piccolo Nico, il suo bambino, glielo ricordava: ma la sua vita ora era l’amore per lui, e la gioia della nonna. E all’orizzonte, c’era la felicità ancora, grazie a Gregorio, che abitava poco lontano, e già sognava di fare la proposta a Lia. Perché il destino è stato così crudele con lei?

Per quale motivo le è toccato un destino simile

Con gli anni, diventando più grande, Giulia capiva sempre di più che mai avrebbe voluto (né potuto) vivere come sua madre Ornella. Ornella era una donna ancora giovane, ma sembrava decisamente più anziana della sua età, e la colpa era tutta di suo marito, il perennemente ubriaco Gennaro.

Giulia aveva diciassette anni. Dopo il diploma, aveva rinunciato a iscriversi alluniversità: aveva paura di lasciare sola la madre. Se fosse scappata di casa lo avrebbe già fatto da un pezzo, ma la madre le faceva troppa pena e il padre, nei suoi raptus di rabbia, era capace di tutto. Se lei fosse sparita, chi avrebbe aiutato Ornella? Chi le avrebbe messo il ghiaccio sui lividi o passato un bicchiere dacqua?

Quella sera, Gennaro era rientrato di nuovo ubriaco e si era gettato sulla sedia della cucina. Ornella, senza dire una parola, gli posò davanti un piatto di minestrone, ma appena in tempo vide il piatto volare per terra, sfiorandola di un soffio.

Questo minestrone mi ha proprio stufato, ringhiò il marito, gli occhi vuoti di buonsenso e pieni di rabbia.

Giulia saltò su ad aiutare la madre a raccogliere i cocci. Il padre, barcollando, si alzò e passando le diede una ginocchiata. Poi si rivolse di scatto alla figlia:

Domani allalba si va a pescare: a tua madre portiamo il pesce così almeno prepara una buona zuppa.

Giulia sperava che il padre scordasse la sua trovata, invece si svegliò sentendo una botta sulla spalla: il padre era già accanto a lei.

Dai, svegliati! Non perdiamo il pesce buono: allalba abboccano di più!

Corse a vestirsi, ma nella porta ecco apparire Ornella con un secchio di latte appena munto dalla mucca.

Sei uscito fuori? Hai visto che cielo cè? chiese al marito. Fra poco scoppia un temporale: dove vai con questo tempo al fiume?

Ornella posò il secchio e si mise davanti a Giulia.

Non la lascio andare, ci manca solo che mi affoghi anche la figlia.

Ma Gennaro la spinse via con forza: Ornella finì a terra e urtò il secchio, rovesciando tutto il latte. Gennaro, ghignando, afferrò Giulia di peso e la trascinò fuori di casa. Giulia vide un nuvolone nero arrivare da dietro la casa. Quando furono sulla barca e stavano partendo, il vento si alzò ancora più forte. Giulia si sentì attraversata dalla paura, mentre il padre, ignorando le onde, pagaia verso la parte più profonda dove il pesce abbocca meglio.

Quasi arrivati dallaltra parte del fiume, il vento si fece ancora più feroce e venne giù una pioggia sferzante. Il terrore inchiodò Giulia che si aggrappava ai bordi della barca come se fossero la sua unica salvezza.

Sai, mio padre mi diceva sempre che col temporale si pesca meglio! urlò Gennaro, guardando laltra riva ormai vicinissima.

Si alzò in piedi tenendo la canna, ma una raffica di vento buttò acqua nella barca; Gennaro perse lequilibrio e cadde in acqua. Giulia lo vide scomparire tra le onde, che sembravano inghiottirlo. Tentò di allungargli il remo, ma anche lei finì in acqua, la barca si rovesciò, sentì solo un gran colpo alla testa e poi, il nulla.

Quando riaprì gli occhi, era distesa su un letto, la stanza piccola e odorava di umido. Entrò un uomo con la barba folta. Giulia respirava a fatica, aveva appena la forza di muovere una mano.

Ah, ti sei svegliata… Meno male, disse lui, e cominciò ad accendere il fuoco nel camino. Giulia ricadde nel sonno, sognando una donna giovane che capiva essere sua madre.

Alla prossima volta che si svegliò, il barbone le stava dando da bere qualcosa di amaro con un cucchiaio. Capì che era una tisana di erbe.

Bevi, bevi, così ti riprendi, la incitò lui.

Dopo molto tempo, quando Giulia riuscì a reggersi in piedi (le gambe le tremavano), si avvicinò alla finestra: era già tardo autunno. Indossava una pigiama enorme, si guardò nel riflesso: i capelli raccolti in una treccia scompigliata. Era in una casa di legno. Aveva fame, così andò nella stanza accanto.

Ahhh, finalmente in piedi! Vieni a tavola, prendi del pane, diceva lui mentre mescolava qualcosa nella pentola e laria profumava di minestra calda.

Giulia, confusa e intimidita, si sedette. Lui le porse una scodella di zuppa e si sedette anche lui a mangiare.

Ma… come sono finita qui?

Prima mangia, poi parliamo…

Giulia preferì non discutere; mangiò in silenzio.

Non ti ricordi proprio niente? chiese lui.

No, proprio niente, scosse la testa.

Ecco, guarda… E uno si rompe la schiena per una donna, la salva dalla morte e lei niente! Forse hai perso la memoria. Ti ho tirato fuori dal fiume, stavi per annegare.

Giulia non sapeva che dire.

Ma almeno il tuo nome, te lo ricordi? lei negò di nuovo con la testa.

E va bene… Allora ti dico io: tu sei mia moglie, Valentina. La mia Vale.

Non è possibile! sgranò gli occhi Giulia, davvero sconvolta ma senza ricordi.

Come vuoi, sogghignò il barbone. Vieni di là, te lo ricordo io la afferrò per un braccio. È due mesi che sei qui mezza ammazzata, ma io ho avuto pazienza.

La trascinò nella stanza dove si era svegliata, lei tentò di liberarsi ma lui la colpì e la buttò sul letto.

Maledetta ingrata! Ti ho salvata io dalla morte e ti tratto come una regina, adesso capirai chi è tuo marito…

A Giulia faceva male e schifo, non aveva la forza di opporsi e si lasciò andare, poi restò come una bambola sfatta a piangere. Di fuori, il rumore della motosega. Dopo un po, acchiappò una grossa giacca dal muro, si avvolse dentro e sgattaiolò via verso il bosco, giù al fiume. Vide la barca col motore, ma sentì rami spezzarsi dietro: il barbone la raggiunse e la buttò a terra.

Mentre la sollevava per la giacca, le sibilò:

Da che hai pensato, volevi scappare? Dai, non te la prendere, ho solo sbagliato approccio. Mi sono spaventato per te, temevo non ce la facessi. Cosa pensavi, di scappare in barca? Ah no, non puoi. Vieni, che accendo la stufa e ti scaldi… Lo ricordi il mio nome? Sono Ciro, io. Ciro.

Come ipnotizzata, Giulia rientrava in casa, incapace di ribellarsi, annientata dalla lunga malattia. Aveva deciso però di aspettare il momento giusto.

Signore, perché mi hai dato un destino simile? si ripeteva.

Ciro le dava lavoro da fare: pulire, cucinare, sistemare la casa, lavare i panni, fare pure la stalla. E la cosa peggiore era quando, con quello sguardo malato di desiderio, la buttava sul letto. Se si ribellava, la picchiava, così aveva imparato che era meglio non contraddire.

Passava il tempo. Ciro andava spesso a pescare o a caccia, oppure in paese a vendere pesce e carne. In sua assenza, Giulia ritrovava un minimo di pace: niente televisore, ma qualche libro polveroso da leggere. Ma appena Ciro tornava, riecco la paura.

Un giorno, con la scusa di raccogliere della legna, andò al fiume e notò la barca di Ciro legata con una catena e un lucchetto. Sapeva che la chiave era appesa in casa. Un pomeriggio, Ciro si assopì dopo pranzo: Giulia prese la chiave, si vestì in fretta e sgusciò fuori. Lottò col lucchetto, saltò nella barca, spinse dalla riva… Quando dietro di lei fischiò un colpo di fucile. Voltandosi, vide Ciro, fucile ancora alzato: sapeva che era un cecchino.

Torna subito a riva, o stavolta non sbaglio mira… sparò ancora. Lei invertì la rotta.

Lui le diede una mano a scendere, e poi la colpì con un pugno, gettandola a terra. Si svegliò di nuovo sul suo letto.

Capito? Prossima volta ti chiudo nella stalla incatenata. Poi se ne andò.

Passò una settimana. Giulia pensò che non avrebbe retto ancora a lungo senza impazzire. Si riprese un po’, ma poi iniziò a stare male e corse fuori in cortile a vomitare. Ciro la guardava con sospetto.

Ehi, mica sei incinta?

Dopo poco, capirono che era vero: Giulia aspettava un bambino. Ciro divenne più gentile, le tolse i lavori pesanti, non la picchiava più, al massimo la minacciava soltanto. Una volta partì per il mercato in città (ci andava sempre in barca, poi a piedi o in autobus) e Giulia ne approfittò per fare una passeggiata sulla riva. Era già novembre, faceva freddo e linverno era quasi alle porte. Tutto a un tratto, sentì il rumore di un motore: una barca si avvicinava, ma al timone c’era un estraneo. Un uomo scese con le canne da pesca, la vide e rimase di stucco.

Ma Giulia! Sei tu? sbottò sgranando gli occhi.

Mi confonde con qualcunaltra… Io mi chiamo Valentina.

Ma cosa dici? Ti ho vista crescere, tho tenuta in braccio! Tua madre Ornella piange tuo padre, e per te aveva perso le speranze: tutti credevano fossi annegata. È impazzita, povera donna! Sono il tuo vicino, zio Carlo… Davvero non ti ricordi? Come sei finita qui?

…Io… ci vivo con mio marito, balbettò Giulia.

Giulia mia, pensavo che qui non vivesse nessuno! Ma Giulia gli afferrò il braccio:

Zio Carlo, ti prego, portami via. Ti racconto tutto, ma ti prego, toglimi da qui… Ho paura che Ciro mi uccida.

Su, vieni, svelta in barca, disse lui. Proprio mentre salivano a terra dalla barca, sentirono degli spari e si rifugiarono dietro la scarpata.

A casa di zio Carlo, Giulia vide una donna, la riconobbe: era la madre dei suoi sogni.

Buongiorno, sussurrò timida.

Figlia mia! urlò Ornella, correndo ad abbracciarla. Carlo! Dove lhai trovata? Dovera?

La felicità di Ornella era incontenibile. Carlo spiegò tutto, ma Giulia diceva di non ricordare niente. Poi, piano piano, tutto cominciò a riaffiorare nella sua mente: il padre e la madre, la barca, lincidente. E poi raccontò del tempo con Ciro.

Mamma, se lui mi trova, ci ammazza tutte e due… Non è un uomo, è una bestia.

Anche la vicina, Teresa, accorse di corsa. Donna di cuore (e moglie di Carlo), annuì subito.

Ornella, tua figlia ha ragione. Dovete scappare. Andate a stare da mia sorella in campagna, lei vive da sola. Poi deciderete che fare. Fate le valigie, Carlo vi ci porta con la macchina.

Mentre si allontanavano in una vecchia Fiat, Ornella e Giulia guardarono una volta la loro casa e sparirono. Ciro, naturalmente, andò a cercarle: trovò la casa sbarrata e la vicina fuori.

Chi cercate? chiese Teresa.

Una conoscente. Non sa dove sia andata?

Davvero non lo so, mentì Teresa, notando che lui non le credeva per nulla.

Tempo dopo, Carlo aiutò Ornella a vendere casa, portò i soldi in euro, le aiutò a comprare una piccola casetta in paese. Lui e Teresa venivano spesso a dare una mano: verniciare, imbiancare, sistemare.

Giulia ormai aveva recuperato i ricordi. Il mostro Ciro era solo un brutto sogno, le restava solo lamore grandissimo per il suo piccolo figlio Tommasino. Anche la nonna lo adorava. E presto avrebbe avuto davanti a sé solo felicità: lì vicino abitava Gabriele, che già sognava di chiederle la mano, e magari di fare una vita come nei film, ma senza barche rovesciate.

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Perché il destino è stato così crudele con lei? Anno dopo anno, crescendo, Lia capiva sempre di più che non voleva e non avrebbe mai vissuto come sua madre, Barbara. Barbara, ancora giovane ma già provata dagli anni e soprattutto dal marito sempre ubriaco, sembrava una donna molto più anziana di quanto non fosse in realtà. Lia ha diciassette anni, ha appena finito le superiori ma non si è iscritta all’università, temendo di lasciare la madre da sola. Sarebbe già andata via di casa da tempo, se solo non le dispiacesse così tanto per sua madre: il padre, da ubriaco e infuriato, era capace di tutto. Se Lia se ne fosse andata, chi avrebbe aiutato sua madre, chi le avrebbe portato il ghiaccio per i lividi, chi le avrebbe passato un bicchiere d’acqua? Quella sera, il padre tornò di nuovo ubriaco e si accasciò sulla sedia della cucina. Barbara gli mise davanti senza dire una parola una ciotola di minestra, ma appena la donna si girò, il piatto volò a terra mancando di un soffio la madre. «Mi hai stufato con la tua zuppa», urlò il marito, guardandola con occhi folli. Lia si alzò di scatto per aiutare la madre a raccogliere i cocci, mentre il padre, a fatica, si alzò e, passando, diede un calcio in gamba alla moglie. Alla figlia tuonò: «Domani mattina presto andiamo a pescare, porteremo un po’ di pesce a questa qui, almeno si farà un brodo.» Lia sperava che il padre dimenticasse la sua idea, ma si svegliò di soprassalto sentendo la spinta del padre. «Su, alzati, perdiamo il momento buono, all’alba si pesca meglio!» Si vestì in fretta, ma proprio mentre stava per uscire apparve Barbara con un secchio di latte appena munto dalla mucca. «Sei uscito fuori? Hai visto che cielo c’è?» chiese al marito. «Tra poco scoppia un temporale! Dove credi di andare in questa giornata?» Barbara poggiò il secchio per terra e bloccò Lia sulla porta. «Non vi lascio andare: la farai annegare, la nostra figlia.» Ma Sante spinse con forza la moglie che cadde, rovesciando il latte, e poi, ghignando, strattonò Lia fuori casa. Lia vide una nuvola nera arrivare dall’orizzonte, e quando salirono sulla barca il vento si era già alzato forte. Aveva paura, ma il padre remava puntando la riva opposta, dove l’acqua era più profonda, dove “il pesce abboccava meglio”. La riva non era lontana, ma il vento diventava sempre più violento e la pioggia iniziava a picchiare. Lia, bloccata dalla paura, si aggrappò ai bordi della barca. «Eh, mio padre diceva che col tempo così i pesci ci sono di più!» gridò il padre, con la riva ormai ben visibile. Il padre si alzò in piedi con la canna da pesca, ma una raffica improvvisa ribaltò la barca e Sante finì nell’acqua. Da una parte all’altra le onde lo coprivano, e Lia, nel cercare di aiutarlo col remo, finì anche lei in acqua: la barca si capovolse, e sentì un colpo secco alla testa. Lia riaprì gli occhi: era su un letto, in una stanza piccola che odorava di umidità. Entrò un uomo barbuto. Respirava a fatica, non aveva la forza neanche di muoversi. «Ti sei svegliata, va bene così», disse l’uomo barbuto, iniziando ad accendere la stufa. Lia si riaddormentò, sognando la madre giovane, realizzando che era lei. Al risveglio, vide di nuovo l’uomo, che le diede da bere con un cucchiaio una tisana amara. «Bevi, ti sentirai meglio. Poi mangia qualcosa», disse lui. Passò molto tempo prima che Lia riuscisse a rialzarsi, era debole, le gambe tremavano. Affacciandosi alla finestra vide che era pieno autunno. Indossava un pigiama grande, i capelli raccolti in una treccia spettinata, era in una casa di legno e finalmente sentì fame: uscì nella stanza accanto. «Ah, ti sei svegliata: vieni, mangia, prendi del pane», mescolando un pentolone, un ricco profumo di cibo nell’aria. Timida e confusa, si sedette. Lui le mise davanti un piatto di minestra e iniziò a mangiare con lei. «Come sono finita qui?» chiese. «Mangia prima, poi parla…» Lei obbedì. «Non ricordi niente?» le chiese. «No», scosse la testa Lia. «Così si vive insieme, mi prendo cura di te e tu non ricordi nulla… O sarà la malattia. Stavi annegando nel fiume, ti ho salvata io.» Lia non ricordava nulla. «Almeno il tuo nome te lo ricordi?» fece lui. Lei scosse ancora la testa. «Allora così va… Eppure tu sei mia moglie, Valentina, mia Vale.» «Non è possibile», esclamò Lia scioccata, ma davvero non ricordava nulla. «Eccome se lo è», sorrise lui sgradevolmente. «Vieni, ti ricordo chi sei», afferrandola per la mano. «Ho aspettato tanto che guarissi, per mesi sei stata tra la vita e la morte.» Lui la trascinò nella stanza, lei cercò di divincolarsi, ma lui la colpì e la buttò sul letto. «Ingrata, ti ho salvato dalla morte, ora ti ricordo io chi è tuo marito…» Lia provava solo dolore e disgusto, incapace ormai di difendersi. Alla fine, si abbandonò come una bambola di pezza, piangendo. Dal cortile, sentiva il rumore della motosega. Più tardi, indossando una giacca larga, tentò la fuga verso il fiume, dove vide una barca, ma sentì i passi dietro di sé: il barbuto la raggiunse e la buttò a terra. Sollevandola per il colletto della giacca, disse con rabbia: «Volevi scappare? Basta, non arrabbiarti, mi sono agitato perché non ricordi. Davvero volevi fuggire? Non ci riuscirai. Adesso accendo la sauna, ti scaldi. Ti ricordi almeno come mi chiamo? Mi chiamo Clito.» Lia, come ipnotizzata, tornò a casa. Non ricordava nulla, ma accettò la situazione, incapace di ribellarsi. Decise però che, appena possibile, avrebbe cercato una via di fuga. «Dio mio, perché mi è toccato un destino così crudele?» pensava spesso. Clito la caricava di lavori domestici, pretendeva ordine, pulizia, buon cibo, la costringeva anche a lavorare nella stalla, ma il peggio era quando cercava di portarla a letto con il sorriso disgustoso. Se provava a opporsi, veniva picchiata, allora capì che resistere era inutile. Passarono i mesi. Clito andava a pescare, a caccia o al mercato. Quando non c’era, Lia trovava un po’ di pace, leggeva libri polverosi; non c’era TV, ma almeno poteva respirare. Ma al ritorno di Clito, la paura tornava. Un giorno, con la scusa del legno da raccogliere, andò al fiume e vide la barca, chiusa con un lucchetto: il mazzo di chiavi era appeso in casa, lo sapeva bene. Un giorno Clito si addormentò dopo pranzo, Lia rubò la chiave, si vestì di tutto punto, corse fuori, armeggiò con il lucchetto, ma una pallottola fischiò sopra la sua testa. L’uomo era col fucile. «Torna su, o la prossima ti centra…», minacciò, sparando ancora. Lia tornò a riva. Lui la aiutò a scendere, poi un pugno la buttò a terra e la riempì di botte. Quando si risvegliò, era di nuovo in casa. «Non vuoi capire con le buone… la prossima volta ti chiudo in stalla incatenata», minacciò, andandosene. Passò una settimana. Lia pensava che sarebbe impazzita in quella condizione. Riprese gradualmente forze, ma poi iniziò a sentirsi strana, nauseata: si scoprì incinta. Clito lo capì subito, da allora la trattò meglio, la sgravò dei lavori pesanti, non la picchiava più, solo le urlava contro. Un giorno lui partì per il mercato, come sempre in barca. Lia uscì verso il fiume: era freddo, metà novembre. Sentì un rumore di motore: stava arrivando una barca, ma non era Clito. Un uomo scese con le canne da pesca, la vide e rimase di stucco. «Ma Lia, sei tu?», esclamò, incredulo. «Mi confonde con qualcun’altra. Mi chiamo Vale», rispose scossa. «Ma che dici, ti conosco da quando sei nata! Io sono Nicola, tuo vicino! Tua madre Barbara ha seppellito il marito e ti ha persa, tutti pensano tu sia affogata anche tu…» «Io vivo qui col mio marito», balbettò Lia. «Pensavo fosse disabitata questa casa…», disse Nicola. Lia gli afferrò la mano. «Zio Nicola, portami sull’altra riva, ti prego! Ti racconto come sto vivendo… Ho paura che Clito mi uccida!» «Dai, salta sulla barca!» Quando arrivarono, sentirono degli spari e corsero a nascondersi. Arrivati a casa di Nicola, Lia vi trovò una donna che aveva visto nei sogni: sua madre. «Buongiorno», disse timida. «Figlia mia!», Barbara le corse incontro. «Nicola, dove l’hai trovata?» La gioia della madre era incontenibile. Nicola spiegò dove aveva trovato Lia, che però non ricordava niente. Poi Lia iniziò a ricordare l’infanzia, i genitori, la barca rovesciata, il padre che annegava, tutto quanto. Raccontò anche di Clito, che però le aveva salvato la vita. «Mamma, se lui mi trova ci ammazza tutte e due… Quel tipo è una bestia…» Arrivò anche la vicina, Tiziana, la moglie di Nicola: ascoltarono tutto, poi Tiziana consigliò subito: «Barbara, tua figlia ha ragione, dovete partire all’istante. Andate da mia sorella, che sta sola in paese. Poi vedete il da farsi. Fate i bagagli, Nicola vi accompagna in macchina.» Saltarono sulla vecchia macchina, guardarono per un’ultima volta la casa e partirono. Clito arrivò poco dopo, trovò la casa sprangata. «Cerca qualcuno?» chiese Tiziana. «Cercavo un’amica… Sa dove può essere?» «Non so», disse fredda, ma notò che non le credeva affatto. Nicola aiutò Barbara a vendere casa, le portò i soldi, le aiutò a comprare una casetta in paese. Vennero anche Tiziana e la aiutarono a sistemarla, a imbiancare e dipingere. Lia, ormai, aveva ricordi chiari, e cercava di scacciare l’incubo vissuto con Clito. Solo il piccolo Nico, il suo bambino, glielo ricordava: ma la sua vita ora era l’amore per lui, e la gioia della nonna. E all’orizzonte, c’era la felicità ancora, grazie a Gregorio, che abitava poco lontano, e già sognava di fare la proposta a Lia. Perché il destino è stato così crudele con lei?