Una Risposta Inaspettata Giulia non sopportava affatto Stefano. Per tutti e sette gli anni in cui era stata sposata con il suo migliore amico, Marco. La infastidiva la risata fragorosa di Stefano, la sua assurda giacca di pelle, e l’abitudine di battere sulla spalla di Marco gridando: “Amico, scommetto che tua moglie è di nuovo nervosa!” – una cosa che mandava Giulia su tutte le furie. Marco si limitava a ridere: “È uno strambo, ma ha un cuore d’oro”. E allora Giulia si arrabbiava pure con lui: non capiva come un cuore d’oro potesse rovinarle la serata. Quando Marco è morto – una caduta su una scala, un attimo imprevedibile – Stefano, con la sua ridicola giacca, al funerale stava in disparte, silenzioso e fuori posto. Con lo sguardo fisso oltre le persone, come vedesse qualcosa che altri non potevano vedere. Quella volta Giulia pensò: “Ecco, ora mi lascerà in pace. Finalmente”. Ma non fu così. Tornò una settimana dopo. Bussò alla porta del suo appartamento rimasto improvvisamente troppo silenzioso. – Giulia, – disse timidamente, – se vuoi, posso sbucciar patate, o… aiutarti con qualcosa? – Non serve, – rispose lei, con un tono vuoto e distante, attraverso la porta socchiusa. – Serve eccome, – replicò lui, ostinato, e si infilò nell’ingresso come una corrente d’aria. Così iniziò tutto. Stefano aggiustava ogni cosa che si rompeva. A volte a Giulia sembrava che quegli oggetti si rompessero apposta solo per dargli una scusa per farsi vedere. Portava borse pesantissime della spesa, come dovesse rifornire casa per un assedio. Portava suo figlio Matteo al parco, e lui tornava ogni volta con le guance rosse e pieno di parole, cosa che le faceva male: con Marco, Matteo era sempre silenzioso e serio. Il dolore era diventato il compagno costante di Giulia. Dolore acuto – ogni volta che trovava un vecchio calzino di Marco. Dolore sordo e pungente – ogni sera, preparando due tazze di tè. E un dolore strano, struggente – quando vedeva quel fastidioso Stefano mettere i piatti nei posti sbagliati a tavola. Era il riflesso storto di Marco, la sua ombra viva. Giulia soffriva per la sua presenza, ma capì presto di temere di più la sua assenza. Perché restava solo il vuoto… Le amiche sussurravano: “Giulia, lui è innamorato di te da anni! Cogli l’attimo!” La mamma diceva: “Brav’uomo, attenta a non lasciartelo scappare”. Ma Giulia si arrabbiava. Aveva l’impressione che Stefano le stesse rubando il dolore, sostituendolo con la sua insopportabile premura. Un giorno, quando si presentò con un’altra busta di patate (“Erano in offerta!”), Giulia esplose: – Basta, Stefano! Ce la caviamo benissimo. Capisco che tu… che stai provando a corteggiarmi… Ma io non sono pronta. E non lo sarò mai. Sei l’amico di Marco, rimani tale. Si aspettava una reazione offesa, una giustificazione. Ma Stefano si limitò ad arrossire e abbassare lo sguardo come uno scolaretto colto in fallo: – Chiaro. Scusami. E se ne andò. La sua assenza fece più rumore della sua presenza. Matteo chiedeva: “Dov’è zio Stefano? Perché non viene più?” E Giulia, abbracciando il figlio, pensava: “Perché sono una stupida. Ho mandato via l’unica persona che non era qui per prendere qualcosa, ma per dare”. Stefano tornò dopo due settimane. Bussò tardi, una sera. Sapeva di pioggia d’autunno… e di alcol. Lo sguardo torbido, ma deciso. – Posso entrare? Solo un minuto, giuro. Devo solo dirti una cosa e poi me ne vado. Lei lo fece entrare. Si sedette sullo sgabello, senza togliersi neppure la giacca bagnata. – Non dovrei, – iniziò con voce rauca dall’emozione, – ma non posso più tenermi tutto dentro. Hai ragione. Mi sono comportato da idiota. Però… gli avevo promesso. Giulia si fermò, appoggiata alla parete. – Che cosa? – sussurrò. Stefano alzò su di lei uno sguardo così colmo di dolore che le fece male fisicamente. – Marco sapeva. Non con certezza, ma… sospettava. Aveva una bomba nella testa, Giulia. Un aneurisma. I medici dissero che poteva scoppiare da un momento all’altro. Gli avevano dato uno, massimo due anni. Non volle dirtelo, non voleva spaventarti. Ma a me… a me lo disse. Un mese prima della caduta. Il mondo di Giulia, già in pezzi, crollò del tutto. Scivolò lentamente sul pavimento del corridoio, sedendosi. – E… cosa ti ha detto? – mormorò. – Mi ha detto: “Stefano, tu sei l’unico di cui mi fido ciecamente. Se mi succede qualcosa… prenditi cura dei miei. Matteo è ancora piccolo, Giulia… sembra forte, ma dentro è fragile. Non farla crollare, Stefano!” E io: “Ma dai, Marco, camperai cent’anni!” E lui… – la voce di Stefano si incrinò, – lui mi guardò con calma, e disse: “Fa’ in modo che Giulia si innamori di te. Non deve restare sola. E tu… l’hai sempre trattata bene. Sarebbe giusto così…” Fece una pausa. – Era tutto? – domandò Giulia, quasi senza fiato. – Aggiunse solo, – proseguì Stefano, asciugandosi il viso con una mano, – che all’inizio mi avresti odiato. Perché ti avrei ricordato lui. Ma, disse, resisti. Dalle tempo… Si abituerà. E poi… come vuole il destino. Si alzò a fatica. – Tutto qui. Ci ho provato… Come potevo. Speravo… Invece tu… mi hai guardato in quel modo… E ho capito che non funzionerà. Sarò sempre e solo “Stefano, l’amico di mio marito” per te. Quindi ho deluso Marco. Non ho mantenuto la promessa. Scusami. Allungò la mano verso la porta. In quel momento, Giulia accettò finalmente la verità terribile e insopportabile. Accettò quell’amore spaventoso di Marco, che aveva pensato a loro persino davanti alla morte. Accettò la testarda, goffa, sacrosanta cavalleria di Stefano, che aveva portato il suo peso per due anni, senza aspettarsi gratitudine. – Stefano, – lo chiamò piano. Si voltò. Negli occhi, solo stanchezza, non più speranza. – Hai sistemato il rubinetto che Marco… ci provava da due anni. – Sì. – Hai portato Matteo in campagna il giorno in cui avevo bisogno di piangere in bagno. – Sì… – Hai ricordato il compleanno di mia madre, quando io stessa me ne ero dimenticata. Lui annuì. – E tutto solo perché lui te l’aveva chiesto? Stefano sospirò: – All’inizio sì. Poi… poi lo facevo perché era giusto. Perché non riuscivo più a fare diversamente. Giulia si alzò dal pavimento. Gli si avvicinò. Guardò quella giacca assurda, quel volto stanco e non più giovane. E per la prima volta, dopo due anni, non vide l’ombra di Marco. Vide Stefano. L’uomo che era stato amico di suo marito, e ora aveva scelto di amare la sua famiglia. – Resta, – gli disse con una sicurezza inattesa, – beviamo un tè. Sei tutto fradicio… Lui la guardò, come se non credesse alle proprie orecchie. – Solo come amico, – precisò Giulia, e stavolta la sua voce aveva qualcosa di caldo, di vivo. – Come il migliore amico di Marco. Finché non ti stancherai. Stefano sorrise con quel vecchio sorriso che, una volta, le dava sui nervi. – Un tè? – chiese. – E una birra, per caso, non ce l’hai? Giulia rise. Rise di gusto, per la prima volta dopo tanto tempo. E capì, anzi: sentì, che non avrebbe mai più scacciato quella mano, seppure stanca e tremante, che cercava di aiutarla. Anche se coperta da un’assurda guantina di pelle. Risposta Inaspettata: la storia di Giulia, Stefano e una promessa d’amore fatta per Marco

Risposta inaspettata

Giulia proprio non sopportava Stefano. Da sette anni, cioè da quando era sposata con il suo migliore amico Matteo.

Le dava ai nervi la sua risata roboante, quella giacca di pelle da motociclista e la fastidiosa abitudine di tirare pacche sulle spalle a Matteo urlando: Vecchio mio, scommetto che tua moglie ti fa il terzo grado di nuovo! e Giulia in quei momenti sognava di lanciargli il caffè addosso.

Matteo le diceva soltanto: Ma dai, è uno svitato, però ha un cuore doro. E Giulia allora già seccata con lui: avere un cuore doro non giustifica il rovinarmi le cene.

Quando Matteo se ne andò un banale scivolone, una fatalità Stefano, in quellassurda giacca, stava in disparte al funerale: smarrito e impacciato. Guardava oltre le teste degli invitati, quasi vedesse qualcosa che gli altri ignoravano.

Giulia pensò: Ecco, almeno questo è finito. Si toglierà di torno, meno male.

Ma non si tolse di torno. Si presentò già dopo una settimana. Bussò alla porta dell’appartamento che adesso aveva il rumore sottile delle case rimaste sole.

Giulia, propose impacciato fammi almeno pelare due patate, o cosa cè da fare?

Non cè bisogno, replicò lei con tono vuoto, da dietro la porta appena socchiusa.

Invece sì, si ostinò lui, sgusciando nellingresso come uno spiffero.

E così iniziò tutto.

Stefano sistemava tutto ciò che si rompeva. A Giulia sembrava a volte che gli oggetti facessevano apposta a rompersi, solo per dargli una scusa per arrivare.

Portava la spesa con sacchetti che sembravano per un assedio medievale, come se Roma fosse sotto blocco.

Accompagnava Jacopo, suo figlio, al parco. Tornava così rosso in viso e chiacchierone che faceva male; con Matteo, Jacopo era sempre serio e silenzioso.

Il dolore divenne inquilino fisso di Giulia. A volte era una coltellata, come quando trovava un vecchio calzino di Matteo. A volte era sordo e pigro, come fare il tè per due la sera. E poi cera quello strano, lacerante, a vedere lodioso Stefano mettere i piatti nei posti sbagliati a tavola.

Era lo spettro vivo di Matteo, la sua caricatura storta. Giulia soffriva la presenza di Stefano, ma si ritrovò a temere ancor di più la sua assenza. Perché allora restava solo il vuoto.

Le amiche suggerivano: Giuli, quello ti piace da una vita! Sfrutta loccasione! La mamma: Guarda che è un bravuomo, non fartelo scappare. E Giulia si arrabbiava: le pareva che Stefano rubasse il suo dolore, rimpiazzandolo con la sua invadenza.

Una sera, al suo ennesimo ingresso con un sacco di patate (Offerta speciale allEsselunga!), Giulia perse la pazienza:

Stefano, basta! Ce la facciamo da soli. Capisco che cerchi di corteggiarmi

Ma io non sono pronta. E non lo sarò. Tu sei lamico di Matteo. Rimani questo, per favore.

Si aspettava offese, scuse. Invece, Stefano arrossì tutto, come un ragazzino colto a copiare, e abbassò lo sguardo:

Capito. Scusa.

E sparì. La sua assenza era diventata più rumorosa della presenza.

Jacopo chiedeva: Ma zio Stefano dovè finito? Perché non viene più? E Giulia, stringendo suo figlio, pensava: Perché sono una fessa. Ho mandato via lunico che arrivava non per prendere qualcosa, ma per dare.

Dopo due settimane, Stefano tornò. Suonò tardi, una sera di pioggia. Sapeva di pioggia e un po di grappa. Occhi lucidi, ma fissi:

Solo un minuto. Dico una cosa e me ne vado.

Lei lo fece entrare.

Stefano si sedette sullo sgabello dellingresso, ancora con la giacca bagnata addosso.

Non dovrei cominciò con la voce roca ma non riesco più a tenermelo dentro. Hai ragione, mi sono comportato da scemo. Però io gli avevo promesso.

Giulia si immobilizzò contro la parete.

Cosa hai promesso? sussurrò.

Stefano alzò il volto. Nello sguardo cera un dolore così acuto che le mancò laria.

Lui lo sapeva, Giulia. Non proprio, ma intuiva. Aveva una bomba in testa, hai capito? Unaneurisma. I dottori avevano detto che poteva scoppiare da un momento allaltro. Un anno, massimo due. Non te lha detto per non spaventarti. Ma a me sì. Un mese prima di andarsene.

Il mondo di Giulia già traballante crollò del tutto. Si lasciò scivolare a terra, cuore in gola.

E cosa ti ha detto? respirava a fatica.

Ha detto: Stefano, sei lunico di cui mi fido ciecamente. Se succede qualcosa pensa ai miei. Jacopo è ancora piccolo, Giulia sembra forte fuori, ma dentro rischia di rompersi. Non lasciarla a pezzi, Ste! E io: Ma dai, Matteo, camperai centanni! E lui la voce di Stefano tremava mi ha guardato serio e ha detto: Cerca di far innamorare Giulia di te. Lei non deve rimanere sola. Tu lhai sempre trattata bene. È la cosa giusta

Silenzio.

Tutto qui? chiese Giulia, quasi senza fiato.

Ha aggiunto continuò Stefano, passandosi una mano sul volto che mi odierai allinizio. Perché ti ricorderò lui. Ma, diceva, resisti. Dagliene di tempo Poi si abituerà. E il resto lo decide il cielo.

Si alzò a fatica.

Tutto qua. Ho provato a modo mio. Pensavo chissà Ma tu mi hai guardato come se fossi il fantasma del Natale passato. Ho fallito, Giulia. Non ho mantenuto la promessa. Scusami.

Allungò la mano verso la maniglia.

E fu allora che Giulia accettò la verità più dolorosa e assurda. Accettò quellamore tremendo di Matteo che, invece di sé stesso, pensava a loro anche davanti alla morte. Accettò la dedizione ironica, testarda e quasi comica di Stefano che da due anni si portava dietro la croce senza aspettarsi un grazie.

Stefano, disse piano.

Lui si voltò, senza più energia negli occhi.

Hai aggiustato il rubinetto che Matteo due anni diceva ora lo faccio.

Eh.

Hai portato Jacopo ai Castelli Romani proprio il giorno in cui io piangevo nella doccia dalla stanchezza.

Già

Hai ricordato il compleanno di mia madre, mentre io neanche ci pensavo più.

Lui annuì, muto.

E tutto questo solo perché lui te lha chiesto?

Stefano sospirò:

Allinizio sì. Poi poi lo facevo perché sentivo che era giusto. Non sapevo più vivere diversamente.

Giulia si rialzò. Gli si avvicinò. Guardò quella giacca di pelle assurda, il viso segnato, stanco. E per la prima volta dopo due anni non vide più Matteo. Vide Stefano. Lamico di suo marito, che ora sera preso il compito di voler bene al resto della famiglia.

Resta, disse con decisione bevi un tè caldo va, che sembri un pulcino bagnato

Lui la fissò incredulo.

Da amico, aggiunse Giulia, e nella sua voce cera qualcosa di caldo, non di gelido. Da migliore amico di Matteo. Almeno finché non ti passa la voglia.

Stefano sorrise. Quella vecchia smorfia che prima le faceva venire il mal di stomaco.

Un tè? ripeté Non è che magari cè una birretta?

Giulia scoppiò a ridere. Per la prima volta dopo mesi. In quel momento si rese conto o meglio, lo sentì che non avrebbe più respinto la mano che, tremando di fatica, si protendeva ad aiutarla. Anche se era infilata in un guanto di pelle ridicolo.

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Una Risposta Inaspettata Giulia non sopportava affatto Stefano. Per tutti e sette gli anni in cui era stata sposata con il suo migliore amico, Marco. La infastidiva la risata fragorosa di Stefano, la sua assurda giacca di pelle, e l’abitudine di battere sulla spalla di Marco gridando: “Amico, scommetto che tua moglie è di nuovo nervosa!” – una cosa che mandava Giulia su tutte le furie. Marco si limitava a ridere: “È uno strambo, ma ha un cuore d’oro”. E allora Giulia si arrabbiava pure con lui: non capiva come un cuore d’oro potesse rovinarle la serata. Quando Marco è morto – una caduta su una scala, un attimo imprevedibile – Stefano, con la sua ridicola giacca, al funerale stava in disparte, silenzioso e fuori posto. Con lo sguardo fisso oltre le persone, come vedesse qualcosa che altri non potevano vedere. Quella volta Giulia pensò: “Ecco, ora mi lascerà in pace. Finalmente”. Ma non fu così. Tornò una settimana dopo. Bussò alla porta del suo appartamento rimasto improvvisamente troppo silenzioso. – Giulia, – disse timidamente, – se vuoi, posso sbucciar patate, o… aiutarti con qualcosa? – Non serve, – rispose lei, con un tono vuoto e distante, attraverso la porta socchiusa. – Serve eccome, – replicò lui, ostinato, e si infilò nell’ingresso come una corrente d’aria. Così iniziò tutto. Stefano aggiustava ogni cosa che si rompeva. A volte a Giulia sembrava che quegli oggetti si rompessero apposta solo per dargli una scusa per farsi vedere. Portava borse pesantissime della spesa, come dovesse rifornire casa per un assedio. Portava suo figlio Matteo al parco, e lui tornava ogni volta con le guance rosse e pieno di parole, cosa che le faceva male: con Marco, Matteo era sempre silenzioso e serio. Il dolore era diventato il compagno costante di Giulia. Dolore acuto – ogni volta che trovava un vecchio calzino di Marco. Dolore sordo e pungente – ogni sera, preparando due tazze di tè. E un dolore strano, struggente – quando vedeva quel fastidioso Stefano mettere i piatti nei posti sbagliati a tavola. Era il riflesso storto di Marco, la sua ombra viva. Giulia soffriva per la sua presenza, ma capì presto di temere di più la sua assenza. Perché restava solo il vuoto… Le amiche sussurravano: “Giulia, lui è innamorato di te da anni! Cogli l’attimo!” La mamma diceva: “Brav’uomo, attenta a non lasciartelo scappare”. Ma Giulia si arrabbiava. Aveva l’impressione che Stefano le stesse rubando il dolore, sostituendolo con la sua insopportabile premura. Un giorno, quando si presentò con un’altra busta di patate (“Erano in offerta!”), Giulia esplose: – Basta, Stefano! Ce la caviamo benissimo. Capisco che tu… che stai provando a corteggiarmi… Ma io non sono pronta. E non lo sarò mai. Sei l’amico di Marco, rimani tale. Si aspettava una reazione offesa, una giustificazione. Ma Stefano si limitò ad arrossire e abbassare lo sguardo come uno scolaretto colto in fallo: – Chiaro. Scusami. E se ne andò. La sua assenza fece più rumore della sua presenza. Matteo chiedeva: “Dov’è zio Stefano? Perché non viene più?” E Giulia, abbracciando il figlio, pensava: “Perché sono una stupida. Ho mandato via l’unica persona che non era qui per prendere qualcosa, ma per dare”. Stefano tornò dopo due settimane. Bussò tardi, una sera. Sapeva di pioggia d’autunno… e di alcol. Lo sguardo torbido, ma deciso. – Posso entrare? Solo un minuto, giuro. Devo solo dirti una cosa e poi me ne vado. Lei lo fece entrare. Si sedette sullo sgabello, senza togliersi neppure la giacca bagnata. – Non dovrei, – iniziò con voce rauca dall’emozione, – ma non posso più tenermi tutto dentro. Hai ragione. Mi sono comportato da idiota. Però… gli avevo promesso. Giulia si fermò, appoggiata alla parete. – Che cosa? – sussurrò. Stefano alzò su di lei uno sguardo così colmo di dolore che le fece male fisicamente. – Marco sapeva. Non con certezza, ma… sospettava. Aveva una bomba nella testa, Giulia. Un aneurisma. I medici dissero che poteva scoppiare da un momento all’altro. Gli avevano dato uno, massimo due anni. Non volle dirtelo, non voleva spaventarti. Ma a me… a me lo disse. Un mese prima della caduta. Il mondo di Giulia, già in pezzi, crollò del tutto. Scivolò lentamente sul pavimento del corridoio, sedendosi. – E… cosa ti ha detto? – mormorò. – Mi ha detto: “Stefano, tu sei l’unico di cui mi fido ciecamente. Se mi succede qualcosa… prenditi cura dei miei. Matteo è ancora piccolo, Giulia… sembra forte, ma dentro è fragile. Non farla crollare, Stefano!” E io: “Ma dai, Marco, camperai cent’anni!” E lui… – la voce di Stefano si incrinò, – lui mi guardò con calma, e disse: “Fa’ in modo che Giulia si innamori di te. Non deve restare sola. E tu… l’hai sempre trattata bene. Sarebbe giusto così…” Fece una pausa. – Era tutto? – domandò Giulia, quasi senza fiato. – Aggiunse solo, – proseguì Stefano, asciugandosi il viso con una mano, – che all’inizio mi avresti odiato. Perché ti avrei ricordato lui. Ma, disse, resisti. Dalle tempo… Si abituerà. E poi… come vuole il destino. Si alzò a fatica. – Tutto qui. Ci ho provato… Come potevo. Speravo… Invece tu… mi hai guardato in quel modo… E ho capito che non funzionerà. Sarò sempre e solo “Stefano, l’amico di mio marito” per te. Quindi ho deluso Marco. Non ho mantenuto la promessa. Scusami. Allungò la mano verso la porta. In quel momento, Giulia accettò finalmente la verità terribile e insopportabile. Accettò quell’amore spaventoso di Marco, che aveva pensato a loro persino davanti alla morte. Accettò la testarda, goffa, sacrosanta cavalleria di Stefano, che aveva portato il suo peso per due anni, senza aspettarsi gratitudine. – Stefano, – lo chiamò piano. Si voltò. Negli occhi, solo stanchezza, non più speranza. – Hai sistemato il rubinetto che Marco… ci provava da due anni. – Sì. – Hai portato Matteo in campagna il giorno in cui avevo bisogno di piangere in bagno. – Sì… – Hai ricordato il compleanno di mia madre, quando io stessa me ne ero dimenticata. Lui annuì. – E tutto solo perché lui te l’aveva chiesto? Stefano sospirò: – All’inizio sì. Poi… poi lo facevo perché era giusto. Perché non riuscivo più a fare diversamente. Giulia si alzò dal pavimento. Gli si avvicinò. Guardò quella giacca assurda, quel volto stanco e non più giovane. E per la prima volta, dopo due anni, non vide l’ombra di Marco. Vide Stefano. L’uomo che era stato amico di suo marito, e ora aveva scelto di amare la sua famiglia. – Resta, – gli disse con una sicurezza inattesa, – beviamo un tè. Sei tutto fradicio… Lui la guardò, come se non credesse alle proprie orecchie. – Solo come amico, – precisò Giulia, e stavolta la sua voce aveva qualcosa di caldo, di vivo. – Come il migliore amico di Marco. Finché non ti stancherai. Stefano sorrise con quel vecchio sorriso che, una volta, le dava sui nervi. – Un tè? – chiese. – E una birra, per caso, non ce l’hai? Giulia rise. Rise di gusto, per la prima volta dopo tanto tempo. E capì, anzi: sentì, che non avrebbe mai più scacciato quella mano, seppure stanca e tremante, che cercava di aiutarla. Anche se coperta da un’assurda guantina di pelle. Risposta Inaspettata: la storia di Giulia, Stefano e una promessa d’amore fatta per Marco