Indossa il cappello, fuori ci sono meno dieci gradi. Ti ammali, fidati.
Giulia le porgeva il cappello di lana proprio quello, blu con il pompon, che Beatrice aveva scelto personalmente in negozio un mese fa.
Non sei mia madre, va bene?
Lurlo ruppe il silenzio dellingresso. Beatrice scagliò il cappello a terra con una rabbia che sembrava quasi la volesse avvelenare.
Bea, volevo solo
E non lo sarai mai! Capito? Mai!
La porta dingresso sbatté. I vetri vibrarono, e nellappartamento si infilò una raffica di aria gelida dalla tromba delle scale.
Giulia rimase lì, immobile, nellingresso. Il cappello ai suoi piedi, storto, inutile. Le lacrime bruciavano la gola, calde di rabbia e tristezza. Si morsicò le labbra, inclinò la testa allindietro e fissò il soffitto. Non piangere. Non ora
Sei mesi fa si aspettava una vita completamente diversa. Cene in famiglia, chiacchierate a cuore aperto, magari qualche gita insieme nei dintorni di Firenze. Andrea parlava di sua figlia come se fosse una perla rara intelligente, sensibile, solo un po chiusa da quando aveva perso la madre. Devi darle tempo, diceva. Si scioglierà. Ma il tempo passava, e Beatrice non cambiava mai.
Dal primo giorno in cui Giulia aveva varcato quella soglia non più da ospite, ma da moglie, la ragazza si era blindata. Qualunque tentativo di avvicinarla si scontrava con muri di ghiaccio. Faccio da sola alle offerte di aiuto con i compiti. Non ho tempo agli inviti a fare due passi. Quando provava a farle un complimento, otteneva solo occhiate lunghe, sprezzanti e silenziose.
Ho una mamma, aveva proclamato Beatrice al secondo giorno che vivevano insieme.
Stavano facendo colazione, Andrea era già in ritardo, ingollando al volo il caffè.
Ce lho e la avrò sempre. Tu qui non sei nessuno.
Andrea tossì, masticando qualcosa che voleva essere una frase di pace. Giulia forzò mezzo sorriso più una smorfia e tacque.
Da lì era solo peggiorato.
Beatrice non alzava più la voce davanti al padre. Agiva sottotraccia. Passava accanto a Giulia facendola sparire nel suo campo visivo. Rispondeva a monosillabi tra i denti. Usciva di proposito dalla stanza appena Giulia entrava.
Papà era diverso, aveva detto una sera, davanti alla pasta. Prima di te era normale. Parlavamo. Ora…
La frase si era persa nel piatto, ma Andrea aveva sbiancato. Giulia aveva appoggiato la forchetta: non riusciva più a buttar giù un boccone.
Andrea sembrava un animale in trappola. La sera entrava in camera loro anche se Giulia non riusciva mai a sentirla davvero sua e supplicava:
È solo una ragazzina. Sta soffrendo. Abbi pazienza, ti prego.
Poi andava a parlare con Beatrice, con lo stesso tono supplice:
Giulia è una brava donna. Ci sta provando. Cerca almeno di accettarla.
Giulia sentiva quei dialoghi filtrare attraverso le pareti sottili. La voce di Andrea sfinita e stanca. Le risposte di Beatrice taglienti, nervose, fredde.
Lui era lacerato dentro. Lo leggevi dalla ruga sulla fronte, sempre più profonda. Dal modo in cui trasaliva quando Giulia e Beatrice restavano da sole nella stessa stanza. Dalle occhiaie che scavavano il suo viso, sempre più stanco.
Ma schierarsi, no. Non ci riusciva. O forse non voleva.
Giulia raccolse il cappello dal pavimento. Lo scrollò meccanicamente e lo appese al gancio. Passò in soggiorno e, come sempre, si bloccò sulla soglia…
Fotografie. Decine di foto in cornice: sugli scaffali, sulle pareti, al davanzale. Una donna bionda col sorriso dolcissimo. Lei, con una piccola Beatrice in braccio. Insieme ad Andrea giovane, rilassato, irriconoscibile rispetto a oggi. Foto del matrimonio, delle vacanze, delle feste.
Sofia. La prima moglie. La ormai scomparsa Sofia
Le sue cose erano ancora tutte lì, negli armadi. Vestiti, maglioni, foulard tutto piegato ordinatamente e profumato di lavanda. I suoi cosmetici allineati in bagno, su uno scaffale apposta. Le sue ciabatte rosa, pelose, aspettavano vicino alla porta. Come se la padrona fosse solo scesa in panetteria e dovesse tornare da un momento allaltro.
La mamma lo cucinava meglio di te, buttava lì Beatrice a pranzo.
La mamma non avrebbe mai fatto così.
Alla mamma questa cosa non sarebbe piaciuta.
Ogni confronto era un pugno alla bocca dello stomaco. Giulia sorrideva, annuiva, ingoiava tutto insieme al cibo. Ma la notte restava sveglia a fissare il soffitto e pensava: come fai a lottare contro un fantasma? Contro una memoria che, col tempo, si è fatta mito?
Andrea amava ancora Sofia. Giulia se nera accorta subito. Lo vedeva fissare quelle foto con un dolore acuto che ti fermava il respiro. Quando Beatrice raccontava cose sulla madre, Andrea si rabbuiava, diventava chiuso, diverso.
E Giulia? Cosa rappresentava per lui? Una via di fuga? Una medicina contro la solitudine? O semplicemente una donna disponibile, arrivata al momento giusto?
Ogni notte, Andrea si addormentava in due minuti, girato verso il muro. E Giulia restava sveglia, in quel letto che non sentiva mai suo, con le ombre dei lampioni e la foto di Sofia sempre lì sul comò Andrea non laveva mai tolta.
Basta.
La decisione arrivò improvvisa, gelida e limpida: questa battaglia non poteva vincerla. Non puoi sconfiggere un ricordo. Non puoi prendere il posto della donna che, per quella famiglia, resterà sempre sacra.
Giulia si mise seduta sul letto. Andrea dormiva, intoccabile.
Tre giorni dopo entrò in Comune. Da sola, senza avvocato, senza tante parole. Si presentò allo sportello con la carta didentità e il certificato di matrimonio. Compilò i moduli con una grafia ferma e, alla firma, la dipendente le lanciò uno sguardo solidale probabilmente ne vedeva tanti, ogni giorno.
Giuli…
Andrea trovò i documenti la sera stessa, in cucina. Rimase immobile, imbambolato con le carte in mano, pallido.
Che significa?
È tutto scritto lì. Giulia continuò a lavare i piatti. Ho chiesto la separazione.
Ma come? Perché? Non ne abbiamo nemmeno parlato
E che cè da dire, Andrea?
Chiuse il rubinetto. Si asciugò le mani. Lo guardò dritto negli occhi.
Sono stanca di vivere in un museo. Di essere la seconda scelta. Sono stanca di vederti fissare le sue foto ogni giorno. Stanca di sentirmi dire da tua figlia che non valgo niente.
Beatrice è una bambina, non può capire
Capisce benissimo. E anche tu, solo che non hai il coraggio di ammetterlo.
Andrea si avvicinò. Le prese le spalle con delicatezza, come qualcosa che rischia di rompersi.
Giulia, parliamone. Posso cambiare le cose. Parlerò con Bea, tolgo le foto. Iniziamo da capo
Tu la ami.
Non era una domanda. Giulia lo fissò negli occhi e vide la risposta che Andrea non aveva la forza di dire a voce.
Ami ancora Sofia. E io, allora, cosa sono? Un rimpiazzo? Una compagna di solitudine? Una donna che cucina e stira?
Non è vero
Allora dillo! Dillo che non la ami più. Dai.
Silenzio.
Andrea lasciò la presa e fece un passo indietro. Il volto smorto, scavato invecchiò allimprovviso di dieci anni.
Giulia annuì. Non si aspettava altro.
Beatrice era in camera sua. La porta socchiusa solo Dio sa se per caso o di proposito. Quando Giulia passò, la ragazza alzò per un attimo lo sguardo dal telefono e sorrise. Un sorriso piccolo, quasi invisibile. Ma trionfante.
Aveva vinto lei.
Le ore successive furono tutte un automatismo. Armadio. Grucce. Valigia. Il vestito che Andrea le aveva regalato allanniversario tre mesi prima, che ormai sembravano passati anni. Il profumo che lui aveva scelto dopo mezzora di tentativi in profumeria. Il libro iniziato insieme e mai finito.
Giulia piegava tutto con cura, togliendo ogni grinza. Non pensava. Non ricordava. Impacchettava e basta.
La sera sembrava non finire mai. Giulia seduta sul letto, con le valigie già pronte accanto. Due valigie: tutto ciò che era rimasto del tentativo di costruire una famiglia.
Se ne andò alle otto di sera.
Aveva prenotato il taxi in anticipo, portato giù le valigie da sola lascensore non fece un rumore, nessuna porta nel condominio si aprì. Lasciò le chiavi ben visibili sulla credenza dellingresso.
Lautista le diede una mano a caricare la roba e si partirono. Giulia non si voltò indietro nemmeno una volta.
La città, la sera, sembrava vuota e ostile. I lampioni già accesi, pochi passanti frettolosi verso la fermata della tramvia. Dietro di sé lasciava quellappartamento pieno solo di fantasmi e fotografie. Andrea, col suo amore mai digerito, e Beatrice con la sua devozione feroce verso la madre.
Giulia fissava il finestrino del taxi e respirava. Per la prima volta in sei mesi, respirava davvero.
La solitudine faceva paura. Ma vivere allombra di un fantasma la spaventava ancora di più.
Stava ricominciando. Da zero. Senza marito, senza famiglia, senza illusioni.
Ma almeno senza dover più competere con una donna perfetta che non esisteva più.






