La porta chiusa in faccia: il giorno in cui ho scoperto che papà aveva già una nuova famiglia e la verità sulle bugie della nonna

Mamma, lo so che tu non mi vuoi bene…

Martina si bloccò in mezzo alla cucina, il canovaccio tra le mani. Si girò lentamente verso suo figlio. Matteo stava appoggiato allo stipite della porta, il viso cupo, le mani infilate nelle tasche dei pantaloni di felpa.

Cosa? Martina posò il canovaccio. Da dove ti viene in mente?

Me l’ha detto la nonna.

Ovviamente, la nonna.

E cos’altro ti avrebbe detto la nonna?

Matteo avanzò in cucina, il mento alto, quello sguardo testardo negli occhi proprio identico a suo padre.

Che te ne sei andata da papà solo perché non volevi che avessi una famiglia normale, tutta intera. Che volevi rovinare la mia felicità apposta. Che sei andata via per farmi un dispetto.

Martina osservava suo figlio. Quasi dieci anni. Sono due anni che vivono in due. Due anni da quando Marco semplicemente è sparito dalla vita di Matteo mai una telefonata, mai un messaggio nemmeno per il compleanno. Ma la signora Rita, lex suocera, puntualmente si fa vedere con il nipote ogni fine settimana e, altrettanto puntualmente, gli riempie la testa.

Matteo, Martina cercò di parlare tranquilla non dovresti prendere tutto quello che dice la nonna per oro colato. Non sa tutto.

Invece sì! sbottò Matteo. Lei sì che sa tutto! Sei tu che racconti bugie! Se mi volessi bene davvero, ti saresti impegnata a tenere insieme la famiglia! Non avresti chiesto la separazione! Non avresti distrutto tutto!

Ogni parola era una lama nella pancia. Martina vedeva le labbra del figlio che tremavano, gli occhi lucidi. Ci credeva davvero, lui, a quello che diceva santo cielo, davvero ci credeva.

Matteo…

Papà sarebbe rimasto con noi! Saremmo stati insieme!

Tuo padre in due anni non ti ha mai chiamato le scappò. Mai, capisci?

Perché non lo lasci tu! La nonna dice che sei tu che glielo impedisci!

Matteo si voltò di scatto e scappò dalla cucina. Un secondo dopo dal corridoio si sentì una botta: la porta della cameretta sbattuta.

Martina rimase lì immobile vicino al tavolo. Gli strofinacci mezzi piegati, il ticchettio dellorologio, e un silenzio che faceva quasi male.

Si sedette su uno sgabello, si coprì il viso con le mani. Le lacrime arrivarono subito calde, piene di rabbia. Marco laveva tradita, era uscito per quasi due mesi con una dellufficio, e quando lei laveva scoperto non si era nemmeno scusato davvero. Aveva solo fatto spallucce, come a dire succede. Come avrebbe potuto perdonarlo? Come avrebbe potuto restare con un uomo che la guardava negli occhi e le mentiva? E ora Matteo pensa che sia stata lei a rovinare tutto.

E la signora Rita, la santa donna, continua con la sua tela. Il suo figliolo non ha mai fatto niente di male, è sempre colpa della moglie: troppo testarda, incapace di portare pazienza, incapace di tenere unita la famiglia per amore del figlio.

Martina si asciugò le guance, guardò fuori dalla finestra. Era ancora solo un bambino, quasi dieci anni. Non poteva capire. E forse non avrebbe capito ancora per molto.

I tre giorni successivi sembrarono interminabili. Matteo cera, certo: faceva colazione, andava a scuola, tornava, faceva i compiti. Ma come se fosse dietro un vetro. Martina provava a chiedergli comera andata a scuola lui borbottava qualcosa, con gli occhi incollati al cellulare. Lo chiamava a cena si sedeva e mangiava in silenzio, fissando il piatto. Provava ad abbracciarlo prima di dormire lui si scostava, lanciava un buonanotte frettoloso e chiudeva la porta dietro di sé.

Arrivato il venerdì, Martina decise: basta. Dopo il lavoro fece una spesa da battaglia una torta al cioccolato, delle patatine che piacevano a Matteo, una pizza grande prosciutto e funghi. Magari avrebbero guardato un film insieme, magari sarebbero riusciti a parlarsi, una volta tanto, come prima.

Entrò in casa trascinandosi le buste fino in cucina.

Matte, vieni a vedere cosa ho comprato!

Niente.

Matteo?

Passò nel corridoio, spinse la porta della cameretta. Vuota. Letto disfatto, libri sulla scrivania, lo zaino… lo zaino non cera. E nemmeno la giacca era appesa.

Afferrò il telefono e compose il numero del figlio. Lunghi squilli e poi chiusa. Mandò un messaggio: Dove sei? Chiamami. Le spunte blu aveva letto.

Ma ancora niente.

Provò a richiamare. E ancora. Alla quinta volta ancora occupato.

Ma che succede…

Le dita le tremavano, scivolavano sullo schermo. Ancora una telefonata. Unaltra. Squilli, squilli, squilli.

Clic.

Pronto?

Matteo! Martina quasi urlò nel microfono. Dove sei? Sta bene? Tutto okay? Dove ti trovi?

Sto bene.

Voce calma. Anche troppo.

Ma dove sei? Perché sei andato via?

Sono andato da papà. Adesso viverò con lui.

Martina si bloccò in mezzo al corridoio.

Cosa?!

La nonna ha detto che papà mi voleva prendere con sé. Che in tribunale ci aveva provato. Ma tu hai insistito e alla fine sono rimasto con te. Ma io non ci voglio stare con te. Preferisco vivere con papà.

Matteo, aspetta…

Tuuut.

Martina richiamò chiusa. Ancora telefono spento.

Correva per casa riempiendosi di angoscia, infilò la giacca a rovescio, fece cadere la borsa, chiamò un taxi con le mani che le tremavano ancora. Lindirizzo di Marco ce laveva stampato in testa.

Venti minuti in mezzo al traffico di Milano che non passa mai, mentre lei si mangiava le unghie e lansia le faceva girare la testa.

Il taxi si fermò sotto il palazzo. Martina scese senza aspettare il resto, corse verso il portone e lì si bloccò.

Su una panchina, allentrata, cera Matteo. La giacca slacciata, lo zaino accanto, la faccia bagnata e arrossata, le spalle che sussultavano.

Stava piangendo.

Martina si precipitò, si inginocchiò proprio sullasfalto bagnato, lo afferrò per le spalle. Il freddo le passò subito attraverso i jeans, ma non le importava.

Amore mio, stai bene? Hai mangiato? Che è successo? Perché piangi?

Le mani andavano da sole su braccia e viso, per vedere che fosse tutto a posto. Le guance erano gelate, il naso rosso dal freddo, le ciglia attaccate di lacrime.

Matteo la guardò. Occhi rossi, gonfi, con una sofferenza così profonda che a Martina mancò quasi il respiro.

Papà mi ha cacciato.

Martina si bloccò. Le mani ancora sulle sue spalle.

Cosa?

Vive con unaltra. Hanno un bambino piccolo Matteo si soffiò il naso con la manica, mescolando lacrime e sporco. Non mi ha nemmeno fatto entrare in casa. Ha detto che non dovevo venire, che era meglio tornare da mia madre. E mi ha sbattuto la porta in faccia, proprio lì.

La sua voce cambiò allultima frase, si voltò di lato per non farsi vedere in faccia. Le spalle tremavano più forte.

Martina lo tirò a sé, lo abbracciò stretto, affondò il viso nei suoi capelli che sapevano di vento e di shampoo da bambini. Matteo non la respinse. Per la prima volta in tre giorni, non si scostò. Anzi, si aggrappò alla sua giacca, nascondendo la faccia sulla sua spalla.

Dai, andiamo sussurrò lei, quando lo sentì più tranquillo. Mettiamo le cose in chiaro una volta per tutte.

Il taxi fino a casa di nonna Rita altri quindici minuti. Matteo zitto, a guardare fuori dai vetri Milano che scorreva. Martina gli teneva la mano, e per la prima volta lui lasciava fare. Una mano piccola, fredda, stretta tra le sue dita.

La porta si aprì subito, come se la signora Rita li stesse aspettando. Vestaglia, bigodini, pantofole con i pompon: la quintessenza della nonna casalinga. Solo gli occhi erano diversi, freddi e guardinghi.

Oh, la signora Rita si fece da parte allarmata cos’è che ti ha portato qui tua madre? Vuol metterti contro tuo padre? Contro di me?

Matteo passò il portone. Martina vedeva la sua schiena ancora piccola e tesa dentro quella giacca da cui stava già crescendo.

Nonna, Matteo alzò la testa, nella voce cera qualcosa di nuovo, da adulto quasi mi hai mentito?

La signora Rita sgranò gli occhi, la maschera tremò per un attimo.

Cosa? Matteo, cosa stai dicendo?

Sono stato da papà. Mi ha cacciato via. Perché?

Martina vide il volto della suocera cambiare. Scivolare via la maschera della nonna premurosa, gli occhi che giravano da una parte allaltra, da lui a lei e viceversa.

Matteo, è tutta colpa di tua madre, lei

Mi dicevi che non mi lasciava mai vedere papà, che non voleva che ci sentissimo, che lui mi pensava sempre, che mi voleva bene Matteo strinse i pugni, le nocche bianche allora perché mi ha chiuso la porta in faccia? Perché non ha voluto nemmeno parlare con me? Perché mi ha guardato come fossi uno sconosciuto?

Non capisci, adesso sta vivendo un momento difficile, è impegnato, non it’s facile…

O forse era la mamma ad aver ragione? Matteo alzò la voce, la signora Rita fece un passo indietro. Che a lui non importo. Che la famiglia nostra non gli serviva più. Adesso ha una moglie nuova. Un bambino piccolo. Sono tutti felici. Che ci faccio io nella sua vita? Sono solo un peso che non serve, no?

La nonna Rita si raddrizzò, alzò il mento, negli occhi brillò qualcosa di cattivo, selvatico.

Questa è tutta colpa di tua madre! puntò il dito su Martina. Ha distrutto la famiglia, lei, lei…

Basta!

Il grido di Matteo rimbombò nella tromba delle scale. Martina ebbe un sussulto.

Tu menti sempre! Non ne posso più delle tue bugie! Due anni che mi racconti favole su papà, e lui non mi ha mai nemmeno fatto gli auguri! Mai una volta! Io qui non ci torno più. E non chiamarmi più. Se papà mi ha rinnegato, allora io rinnego lui. E anche te. Girò sui tacchi, prese la mano di Martina. Mamma, andiamo.

La signora Rita lo guardava dalla porta, bianca in viso, la bocca appena aperta. Mai vista in quel modo: persa, svuotata, senza più nessuna delle sue solite corazze di rimproveri e accuse.

Arrivederci disse solo Martina, chiudendo delicatamente la porta dietro di sé.

A casa, Matteo si mangiò due fette di pizza fredda e tre tazze di tè bollente con marmellata di lamponi. Stava seduto sul divano, avvolto nella coperta a quadri, con il naso ancora rosso. Fuori era buio pesto, e la luce della lampada disegnava ombre calde sul viso di suo figlio.

Mamma.

Dimmi, amore?

Martina lasciò la sua tazza sul tavolino e lo guardò quelle spalle magre, i capelli arruffati, la piega ostinata tra le sopracciglia.

Hai fatto di tutto per me, sempre. Hai lavorato, cucinato, ti sei fatta in quattro e io invece sempre ad ascoltare la nonna. Le ho creduto, non a te. Matteo fissava i fili della coperta tra le dita Da adesso non ci casco più. Mi faccio un’idea io, con quello che vedo coi miei occhi. Non quello che mi raccontano gli altri.

Martina sorrise, si avvicinò piano e gli diede una carezza tra i capelli. Lui non si scostò: anzi, si accostò al suo fianco come faceva da piccolo.

Lezione durissima, questa. Forse pure troppo, ma ormai sembrava proprio che Matteo avesse capito.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

1 × two =

La porta chiusa in faccia: il giorno in cui ho scoperto che papà aveva già una nuova famiglia e la verità sulle bugie della nonna