L’ultima estate nella casa di famiglia: un ritorno a sorpresa in campagna, tra ricordi, vecchie ferite e il sogno di un mese insieme come una volta

Lultima estate a casa

Arrivai di mercoledì, quando il sole era già alto e arroventava il tetto così tanto che le tegole scricchiolavano. Il cancelletto, che si era staccato dai cardini ormai da tre anni, stava a terra; scavalcai con calma e mi fermai davanti alla scalinata. Tre gradini, quello più in basso completamente marcio. Provai con il secondo, reggeva, salii.

Dentro laria era stantia, con un odore forte di topi. La polvere copriva i davanzali come una coperta sottile; nellangolo del salotto una ragnatela collegava la trave al vecchio mobile della nonna. Spalancai la finestra, la persiana cedette con fatica, e subito laria calda di ortiche e erba secca del giardino invase la stanza. Passai in rassegna le quattro camere, annotando mentalmente: lavare i pavimenti, verificare il camino, aggiustare il rubinetto della cucina estiva, buttare via ciò che è marcito. Dopo, telefonare a Andrea, a mamma, ai nipoti. Dire: Venite ad agosto, passiamo qui un mese come una volta.

Una volta erano venticinque anni fa, quando papà era ancora vivo e ogni estate ci riunivamo tutti qui. Ricordo quando preparavamo la marmellata nel paiolo di rame, noi fratelli che portavamo secchi dacqua dal pozzo, mamma che alla sera leggeva ad alta voce in veranda. Poi, papà se ne andò, mamma si trasferì in città dal figlio minore, la casa venne chiusa. Io ci tornavo una volta allanno, a controllare che nessuno avesse rubato nulla, poi ripartivo. Ma quella primavera qualcosa in me è cambiato: dovevo provarci ancora. Almeno una volta.

La prima settimana lavorai da solo. Pulii la canna fumaria, sostituii due assi sul portico, lavavo i vetri. Andai al paese grande a prendere vernice e cemento, fissai un appuntamento con lelettricista per la corrente. Il presidente della proloco, incontrato fuori dal bar, scuoteva la testa:

Ma perché, Matteo, vuoi investire ancora in questo rudere? Tanto poi la metterai in vendita…

Risposi secco:

Non vendo prima dellautunno, e tagliai corto.

Andrea arrivò per primo, sabato sera, con la moglie e i due figli. Scese dallauto, scrutò il cortile e storse il naso.

Davvero credi che potremo stare qui un mese?

Tre settimane, lo corressi. Aria buona per i bambini, e anche tu ne hai bisogno.

Qui nemmeno la doccia cè.

Cè la vecchia stufa, la accendo io stasera.

I bambini, Riccardo di undici anni e Chiara di otto, si avvicinarono svogliati alle altalene che avevo sistemato il giorno prima sotto la grande quercia. Francesca, la moglie di Andrea, entrò in casa senza parlare, trascinando la borsa con la spesa. Aiutai a scaricare le valigie. Mio fratello era tuttaltro che entusiasta ma rimase in silenzio.

Mamma arrivò lunedì, accompagnata dal vicino in macchina. Entrò in casa, si fermò nel salotto e sospirò.

È tutto così piccolo, sussurrò. Lo ricordavo grande.

Non ci sei più stata da trentanni, mamma.

Trentadue.

Si spostò in cucina, accarezzando il piano in marmo.

Qui era sempre freddo. Papà parlava di mettere il riscaldamento, ma poi non lo fece mai.

Sentivo nella sua voce non nostalgia, ma stanchezza. Le preparai del tè, la feci sedere in veranda. Mamma guardava il frutteto e raccontava di quanto fosse duro portare lacqua, dei dolori alla schiena dopo il bucato, dei pettegolezzi tra vicini. Ascoltavo, capendo che per lei questa casa non era un nido, ma una vecchia ferita.

La sera, con mamma a dormire, io e Andrea restammo in cortile davanti al fuoco. I bambini già nel letto, Francesca leggeva in camera alla luce delle candele lelettricità era solo su un lato della casa.

Perché ti sei messo in testa tutto questo? chiese Andrea fissando le fiamme.

Volevo riunirci.

Ci vediamo già, alle feste.

Non è la stessa cosa.

Andrea rise, quasi compassionevole.

Sei un sognatore, Matteo. Pensi che stare qui tre settimane ci cambierà?

Non lo so, ammisi. Volevo solo provarci.

Il tono del fratello si ammorbidì:

Hai fatto bene, davvero. Solo, non aspettarti miracoli.

Non mi aspettavo miracoli. Però ci speravo.

I giorni seguenti furono pieni di faccende. Sistemai la staccionata, Andrea aiutò a riparare il tetto del fienile. Riccardo, inizialmente annoiato, trovò in soffitta delle vecchie canne da pesca e spariva lì al fiume. Chiara aiutava la nonna a sistemare lorto improvvisato ai piedi del muro a sud.

Una volta, mentre pitturavamo tutti insieme la veranda, Francesca si mise a ridere.

Sembriamo proprio una comune.

Almeno in una comune cera un piano, borbottò Andrea, ma sorrise.

Vedevo che pian piano latmosfera si rilassava. La sera si cenava sulla lunga tavola di veranda, mamma cucinava minestrone, Francesca impastava torte con la ricotta fresca del mercato. Si parlava di cose semplici: dove comprare la zanzariera, se tagliare lerba sotto le finestre, se erano riusciti finalmente ad aggiustare la pompa dellacqua.

Una sera, quando i bambini dormivano già, sentii mamma dire:

Vostro padre aveva deciso di vendere questa casa. Un anno prima di morire.

Mi bloccai con la tazza in mano. Andrea si fece serio.

Perché?

Era stanco. Diceva che la casa era unancora. Voleva andare in città, comprarsi un appartamento vicino allospedale. Ma io mi opposi. Mi sembrava una follia vendere la casa di famiglia. Litigammo. Alla fine non la vendette, poi si ammalò e morì.

Appoggiai la tazza sul tavolo.

Ti incolpi per questo?

Non lo so. Solo sono stanca di questo posto. Mi ricorda quanto insistetti e lui non poté godersi un po di pace.

Andrea si appoggiò allo schienale.

Non ce lhai mai detto.

Non avete mai chiesto.

La guardai: piegata in avanti, le mani segnate dal lavoro, una donna ormai anziana. Vidi che per lei questa casa non era mai stata un tesoro, ma un peso.

Forse avremmo dovuto venderla, mormorai.

Forse, ammise mamma. Ma qui siete cresciuti. Conta qualcosa.

Cosa, esattamente?

Alzò lo sguardo verso di me.

Che ricordi chi eri, prima che la vita ti separasse dagli altri.

Allinizio non ci credetti fino in fondo. Ma il giorno dopo, quando andammo con Andrea e Riccardo fino al fiume e il ragazzo prese il suo primo persico, vidi mio fratello stringergli la spalla e ridere davvero, senza il peso sulle spalle. E la sera, quando mamma raccontava a Chiara di come aveva insegnato a leggere a suo padre proprio su questa veranda, colsi nella sua voce qualcosaltro. Forse pace.

La partenza era prevista per domenica. La sera prima accesi la vecchia stufa, facemmo tutti il bagno caldo insieme e poi tè in veranda. Riccardo chiese se sarebbero tornati lanno dopo. Andrea guardò me e non rispose.

La mattina aiutai a sistemare le ultime cose in macchina. Mamma mi abbracciò forte.

Grazie per averci messi insieme.

Speravo sarebbe stato meglio.

È stato bello. A modo nostro.

Andrea mi diede una pacca sulla spalla.

Vendi pure, se ti va. Io non mi oppongo.

Vedremo.

Lauto partì, la polvere si posò sul viale. Tornai dentro. Passai per le stanze, raccolsi i piatti avanzati, svuotai i secchi della spazzatura. Poi chiusi le finestre, le porte. Tirai fuori dal borsello un vecchio lucchetto trovato in fienile e lo agganciai al cancello. Era arrugginito, ma ancora solido.

Rimasi lì davanti, a guardare la casa. Tetto rifatto, portico saldo, vetri puliti. Sembrava di nuovo viva. Ma lo sapevo: vive solo se ci sono persone. Tre settimane cè stata vita. Forse basta così.

Salii in macchina e partii. Nel retrovisore vidi ancora una volta il tetto, poi gli alberi lo coprirono. Procedetti piano sulla strada dissestata, pensando che in autunno avrei chiamato lagenzia immobiliare. Ma ancora per un po avrei portato con me il ricordo di noi tutti a tavola, delle risate di Andrea, di Riccardo con il suo pesce.

La casa aveva compiuto il suo compito. Ci aveva riuniti. Forse, basta questo per lasciarla andare senza rimpianti.

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