Senza “devi”: Una sera qualunque in famiglia, tra piatti sporchi, stanchezza e verità non dette – la storia di Anton che smette di fingere e impara a parlare davvero con i suoi figli

Senza “devi”

Stefano aprì la porta di casa e vide sul tavolo della cucina tre piatti con pasta ormai secca, un vasetto di yogurt rovesciato e un quaderno a quadretti aperto. Lo zaino di Lorenzo era abbandonato in mezzo al corridoio, mentre Chiara era seduta sul divano, con il naso immerso nel telefono.

Appoggiò la borsa a terra, si tolse le scarpe. Avrebbe voluto dire qualcosa sui piatti, ma la stanchezza gli strinse la gola, così si avvicinò silenzioso al tavolo, prese un piatto e lo portò al lavandino.

Papà, li lavo io tra poco, disse Chiara, senza staccare gli occhi dallo schermo.

Sì, va bene.

Aprì lacqua e mise il piatto sotto il getto. La pasta si ammorbidì, scivolando verso lo scarico. Spense lacqua e restò fermo a guardare il piatto bagnato.

Chiara, dovè Lorenzo?

In camera sua. Sta facendo matematica.

E tu?

Ho già finito tutto.

Si asciugò le mani sullo strofinaccio e si incamminò verso la stanza di Lorenzo. Il figlio era sdraiato sul tappeto, la testa appoggiata al pugno, e sul quaderno cerano scritti a malapena un paio di esercizi.

Ciao, disse Stefano.

Ciao.

Come va?

Normale.

I compiti?

Sto facendo.

Stefano si sedette sul bordo del letto. Lorenzo lo guardò di sottecchi, poi abbassò di nuovo lo sguardo sul quaderno.

Papà, cosa cè?

Non lo so, rispose Stefano. Forse sono solo stanco.

E davvero non lo sapeva. Stamattina lo aveva chiamato sua madre, chiedendogli di venire ad aiutarla a sistemare larmadio; poi al lavoro una riunione infinita fino alle sei, in metropolitana schiacciato contro la porta. Ora si ritrovava nella stanza di Lorenzo e non aveva voglia di parlare di piatti, di compiti, di ordine. Non voleva essere una funzione che, tornata a casa, si accendeva al bisogno.

Senti, veniamo tutti insieme in cucina, disse. Dai, insieme.

Perchè?

Voglio parlare con voi.

Lorenzo fece una smorfia.

Di nuovo a parlare della nota in italiano?

No, solo per parlare.

Papà, non ho finito i compiti.

Li finirai fra cinque minuti.

Si alzò e andò a chiamare Chiara. Lei alzò lo sguardo, sbuffando seccata.

Sul serio?

Sul serio.

Lasciò il telefono sul divano e lo seguì. Lorenzo uscì con timidezza dalla sua stanza, restando sospeso sulla soglia della cucina.

Stefano sedette al tavolo, spostando di lato il quaderno. Chiara si sedette di fronte, Lorenzo si posizionò al bordo della sedia.

Che è successo? chiese Chiara.

Niente è successo.

E allora perché?

Li guardò uno per volta: Chiara, poi Lorenzo, i cui occhi preoccupati aspettavano la notizia di qualche guaio in arrivo.

Voglio solo parlare, disse Stefano. In modo onesto. Niente devi fare i compiti, devi lavare i piatti, tutte queste cose qui.

Quindi i piatti non li devo lavare? chiese Lorenzo titubante.

Li laveremo dopo. Parlo daltro.

Chiara incrociò le braccia.

Sei strano oggi, papà.

Strano, sì, ammise Stefano. Perché forse sono stanco di far finta che vada tutto bene.

Il silenzio calò. Le parole non uscivano, nella testa solo vuoto.

Non so bene come dirlo, iniziò dopo un po, ma mi sembra che tutti, qui dentro, fingiamo. Io arrivo, voi fate finta che tutto sia a posto, io faccio finta di crederci. Parliamo di scuola, di cibo, ma in realtà non parliamo mai per davvero.

Papà, ci stai pesando, sussurrò Chiara. Perché?

Non lo so. Forse perché io per primo non ce la faccio e mi fa paura che nemmeno voi ce la facciate, e io manco me ne accorgo.

Lorenzo aggrottò le sopracciglia.

Io me la cavo.

Davvero? lo fissò Stefano. E allora perché da due settimane ti addormenti solo dopo mezzanotte?

Lorenzo rimase in silenzio, col viso rivolto al tavolo.

Ti sento rigirarti, disse Stefano. E la mattina ti alzi con laria di chi non ha dormito un minuto.

Non mi va di dormire.

Lorenzo.

Cosa?

Dimmi cosa senti davvero.

Lorenzo fece spallucce, volgendosi dallaltra parte.

A scuola va tutto bene. I compiti li faccio. Che altro cè da dire?

Intervenne Chiara:

Papà, perché lo interroghi così?

Non ti interrogo. Voglio capire.

Ma lui non vuole parlare. Ne ha diritto.

Stefano le rivolse lo sguardo.

Va bene. Allora tu, Chiara: come stai?

Lei sorrise di taglio.

Io? Perfettamente. Studio, esco con le amiche, tutto a posto.

Chiara.

Lei rimase zitta, abbassando lo sguardo.

Cosa?

Da un mese quasi non esci più. Le tue amiche ti hanno chiamata due volte per uscire e tu hai detto di no.

E allora? Non mi andava.

Perché?

Chiara strinse le labbra.

Perché sono stufa di loro, delle loro chiacchiere su ragazzi e sciocchezze. Ecco.

Va bene, disse. Ma mi sembri triste.

Lei scosse la testa, come per scrollarsi di dosso qualcosa.

Non sono triste.

Va bene.

Calarono nel silenzio, rotto solo dal ronzio del frigo.

Sentite, disse lui piano, non voglio farvi la predica. E nemmeno essere rincuorato da voi. Dico solo la verità: io ho paura. Tutti i giorni. Ho paura che i soldi non bastino, che la nonna stia male e non lo dica, paura di perdere il lavoro. Temo che voi abbiate dei problemi e io sia troppo preso da me stesso per accorgermene. E sono stanco di fingere di avere tutto sotto controllo.

Chiara sbatté le palpebre e lo guardò seria.

Ma tu sei grande, sussurrò. Devi sapercela fare.

Lo so. Ma non sempre ce la faccio.

Lorenzo alzò lo sguardo.

E se non ce la fai che succede?

Non lo so, rispose Stefano sinceramente. Forse dovrò chiedere aiuto.

A chi?

Anche a voi, magari.

Lorenzo si rabbuiò.

Ma noi siamo bambini.

Siete bambini, è vero. Ma fate parte della famiglia anche voi. E a volte ho bisogno che mi diciate la verità. Non tutto bene, ma comè davvero.

Chiara fece scorrere la mano sul tavolo, sistemando invisibili briciole.

Perché vuoi saperlo?

Per non sentirmi solo.

Alzò lo sguardo verso di lui, un lampo dintesa negli occhi.

A me va paura andare a scuola, disse sottovoce Lorenzo. Cè un ragazzo che mi dà dello stupido tutti i giorni. E tutti ridono.

Stefano sentì qualcosa serrargli lo stomaco.

Come si chiama?

Non te lo dico. Se vai a parlare con lui peggiora solo.

Non ci vado, te lo giuro.

Lorenzo lo guardò diffidente.

Davvero?

Davvero. Ma voglio che tu sappia che non sei solo.

Lorenzo annuì, gli occhi bassi.

Non sono solo. Cè Davide, lui è ok. Stiamo insieme.

Meno male.

Chiara sospirò.

Non voglio andare alluniversità, ammise piano. Tutti chiedono dove andrò, ma io non ne ho idea. Mi sembra di non essere buona a nulla.

Chiara, hai quattordici anni.

E allora? Tutti hanno già deciso. Io no.

Non tutti.

Tutti quelli che conosco io.

Rimase in silenzio un attimo.

Alla tua età volevo fare il geologo. Poi ho cambiato idea. E poi ancora. E ora lavoro in un posto completamente diverso da quello che pensavo.

E ti va bene?

A volte sì, a volte no. Così è la vita: non è già scritta.

Lei annuì piano, ancora incerta.

Tutti dicono che devo decidere.

Lo dicono, concordò lui. Ma sono le loro parole, non le tue.

Lo guardò, quasi sorridendo.

Oggi hai qualcosa di diverso.

Sono stanco di essere solo quello giusto.

Lorenzo sogghignò.

Papà, posso farti una domanda?

Dimmi.

Hai davvero paura?

Sì.

E cosa fai quando hai paura?

Stefano rifletté un attimo.

Mi alzo comunque al mattino e faccio qualcosa. Anche senza sapere se è giusto. Faccio e basta.

Lorenzo annuì.

Ho capito.

Rimasero ancora in silenzio. Stefano li fissava pensando che non aveva risolto niente, non aveva dato risposte, non aveva tolto dubbi. Eppure qualcosa era cambiato: aveva mostrato di essere non una funzione, ma una persona, e loro avevano fatto lo stesso.

Dai, disse Chiara alzandosi. Andiamo a lavare i piatti.

Ti aiuto, disse Lorenzo.

Aiuto anchio, aggiunse Stefano.

Si alzarono tutti; Chiara aprì il rubinetto, Lorenzo prese la spugna. Stefano asciugava i piatti, uno dopo laltro. Lavoravano in silenzio, ma era un silenzio diverso, non più quello vuoto. Era pieno.

Quando lultimo piatto fu sullo scolapiatti, Chiara si asciugò le mani e guardò suo padre.

Papà, possiamo rifarlo, così, una volta?

Quando vuoi, rispose lui.

Lei annuì e tornò in camera. Lorenzo rimase un momento, poi disse:

Grazie che non andrai da quel ragazzo.

Ma se peggiora, me lo dici, vero?

Te lo dirò.

Dai, finiamo sta matematica.

Si avviarono insieme verso la camera, si sedettero uno vicino allaltro sul tappeto. Stefano prese il quaderno, guardò gli esercizi. Lorenzo si avvicinò, e iniziarono a farli insieme, con calma, quasi come sempre. Ma ora Stefano sapeva che dietro quei compiti cera un ragazzo che aveva paura, e che lui poteva stargli vicino, non solo come uno che controlla, ma come chi, pur avendo paura, si alza comunque ogni mattina.

Non era molto, ma era un inizio.

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