La panchina nel cortile
Ricordo ancora come se fosse ieri quel pomeriggio di gennaio, quando scesi nel cortile poco dopo luna. Una pressione alle tempie mi dava fastidio il giorno prima avevo finito gli ultimi avanzi delle feste, e quella mattina ero stato tutto il tempo a smontare lalbero e a riporre le decorazioni. In casa era rimasto un silenzio irreale. Mi calai bene il berretto in testa, infilai il telefono nella tasca del cappotto e scesi le scale, come sempre aggrappandomi alla ringhiera.
Il cortile sembrava dipinto: vialetti ben spalati, cumuli di neve immacolata, nessuna anima viva. Mi sedetti su una panchina vicino al secondo portone, scrollando via la neve dalle assi con gesti lenti. Seduto lì, tra il silenzio, i pensieri scorrevano meglio; bastavano cinque minuti di pace prima di tornare in casa.
Posso? chiese una voce maschile alle mie spalle.
Mi voltai. Un uomo alto, sulla cinquantina, giacca blu scuro. La faccia, vagamente familiare.
Faccia pure, cè posto risposi, stringendomi. Abita qui?
Secondo piano, scala B, numero quarantatré. Sono appena arrivato, tre settimane fa. Mi chiamo Marcello.
Piacere, io sono Vittorio Stefanini dissi stringendogli la mano. Benvenuto nel nostro piccolo angolo tranquillo.
Marcello tirò fuori un pacchetto di sigarette.
Posso?
Faccia pure, non disturba.
Non fumavo ormai da dieci anni, ma lodore del tabacco risvegliò in me ricordi della redazione del giornale, dove avevo passato quasi tutta la vita. Per un attimo venni tentato di aspirare quel profumo, poi scacciai subito il pensiero.
Lei da quanto tempo vive qui? mi chiese Marcello.
Dal 87. Hanno costruito tutto il quartiere allora.
Io invece lavoravo qui vicino, al Circolo Metallurgici. Foso tecnico del suono.
Mi scossi:
Da Valerio Zacchetti?
Proprio lui! Ma lei da dove…
Scrissi un pezzo su di lui. Nell89, per quellanniversario grande. Si ricorda quando suonarono i ragazzi de Agosto?
Quel concerto potrei raccontarlo nota per nota! rise Marcello. Trasportammo una cassa enorme che faceva scintille…
Le parole, i ricordi, cominciarono a fluire da soli. Nomi, aneddoti alcuni divertenti, altri amari. Più volte pensai fosse ora di rientrare, ma ogni volta la conversazione prendeva unaltra strada: musicisti, attrezzature, piccoli segreti dietro le quinte.
Ormai non ero più abituato a lunghe chiacchierate. Negli ultimi anni in redazione mi occupavo solo degli articoli urgenti, e da quando ero in pensione mi ero chiuso sempre di più. Mi ero convinto che così fosse meglio senza dipendere né legarmi a nessuno. Ma in quel momento, sentivo sciogliersi qualcosa, lì dentro.
Sa, disse Marcello spegnendo la terza sigaretta, a casa ho tutte le locandine, le foto degli spettacoli. E cassette con le registrazioni dei concerti, le ho incise io stesso. Se vuole darle unocchiata…
Perché dovrei, pensai. Poi si aspetterà che vada da lui, che ci vediamo spesso. Sconvolge tutto il ritmo della mia vita. E poi, cosa potrei mai vedere di nuovo?
Volentieri risposi. Quando le farebbe comodo?
Anche domani, se vuole. Verso le cinque, rientro proprio allora giusta.
Va bene, dissi, prendendo il telefono e cercando un foglio per il numero. Le do il mio recapito. Se cambia qualcosa, mi chiami pure.
Quella sera stentai a prendere sonno. Ripensavo a tutta la conversazione, a dettagli di vecchie storie. Più volte mi venne la tentazione di alzare il telefono per disdire, inventare una scusa. Ma non lo feci.
La mattina dopo mi svegliò una chiamata. Sul display: Marcello, vicino.
Non ha cambiato idea? la voce al telefono era lievemente incerta.
No, no risposi. Alle cinque ci sarò.






