Mi dispiace, mamma, non potevo lasciarli là”, mi ha detto mio figlio di 16 anni quando ha portato a casa due gemelli neonati.

15 aprile 2025

Mi sembra ancora irreale, ma oggi è passato un anno da quel martedì in cui Matteo è entrato nella nostra piccola cucina con due neonati avvolti in coperte ospedaliere. Le sue parole hanno spezzato tutto ciò che credevo di sapere su maternità, sacrificio e famiglia: «Mi dispiace, mamma, non ho potuto lasciarli». Da quel momento la mia vita è cambiata in un modo che non avrei mai immaginato.

Mi chiamo Ginevra, ho 43 anni. Gli ultimi cinque anni sono stati una vera lezione di sopravvivenza dopo il divorzio più doloroso che si possa concepire. Il mio ex marito, Dario, non solo è andato via, ma ha portato con sé tutto ciò che avevamo costruito insieme, lasciando me e nostro figlio Matteo con appena il necessario per andare avanti.

Matteo ha 16 anni ed è stato sempre il mio universo. Anche dopo che Dario lo ha tradito con una donna più giovane, Matteo custodiva ancora quella speranza silenziosa che un giorno il padre sarebbe tornato. Il suo sguardo triste mi trafisse ogni giorno.

Abitiamo in un appartamento di due locali, a un isolato dallOspedale San Giovanni di Milano. Laffitto è modesto e la scuola di Matteo è così vicina che può andare a piedi.

Quella mattina iniziò come tutte le altre. Stavo piegando la biancheria nel soggiorno quando sentii la porta dingresso aprirsi. I passi di Matteo erano più lenti del solito, quasi esitanti.

«Mamma?», mi chiamò con una voce che non riconoscevo. «Mamma, vieni subito qui. È urgente».

Lasciai cadere il panno che tenevo e corsi nella sua stanza. «Che è successo? Sei ferito?»

Appena varcata la soglia, il mondo sembrò fermarsi. Matteo stava al centro della stanza, stringendo tra le braccia due piccoli pacchetti avvolti in coperte ospedaliere. Due neonati, i volti arricciati, gli occhi appena aperti, i pugni stretti sul petto.

«Matteo», la mia voce si incrinò. «Che che cosa è questo? Da dove li hai presi?»

Mi guardò con una determinazione mista a paura.

«Mi dispiace, mamma», mormorò. «Non ho potuto lasciarli».

Le gambe mi tremarono. «Li hai lasciati? Matteo, dove hai trovato questi bambini?»

«Sono gemelli. Un maschietto e una femminuccia».

Le mie mani tremavano. «Devi dirmi subito cosa sta succedendo».

Matteo inspirò profondamente. «Stavo al pronto soccorso questo pomeriggio per il mio amico Marco, che è caduto con la bici. Mentre aspettavamo, ho visto»

«Chi hai visto?»

«Ho visto papà».

Il mio cuore si blocco per un attimo. «I bambini sono di papà, mamma?»

Soffiai, incapace di elaborare quelle cinque parole.

«Papà usciva furioso da una delle sezioni di maternità», continuò Matteo. «Sembrava arrabbiato. Non lho avvicinato, ma sono stato curioso e ho chiesto in giro. Conosci la signora Rossi, lamica tua che lavora alle nascite?»

Annuii senza capire nulla.

«Mi ha detto che Silvia, lamica di papà, ha partorito ieri sera. Ha avuto dei gemelli». Il suo mascella si irrigidì. «E papà è semplicemente sparito, ha detto alle infermiere che non voleva avere nulla a che fare con loro».

Un pugno mi colpì lo stomaco. «Non può essere.»

«È vero, mamma. Sono andato a vedere. Silvia era sola in una stanza dellospedale con i due neonati, piangeva così forte che quasi non respirava. È molto malata, qualcosa è andato storto durante il parto: complicazioni, infezioni. Non riusciva a tenere i piccoli».

«Matteo, questo non è un nostro problema»

«Sono i miei fratelli!», la sua voce si spezzò. «Sono mio fratello e mia sorella, non hanno nessuno. Ho detto a Silvia che li porto a casa per un po, così ti mostro, magari possiamo aiutarli. Non potevo lasciarli lì».

Mi crollai sul ciglio del letto. «Come hai potuto prenderli? Hai solo 16 anni.»

«Silvia ha firmato un modulo di dimissione temporanea. Ha mostrato il mio documento didentità, ho dimostrato di essere parente. La signora Rossi ha garantito per me. Hanno detto che era irregolare, ma dato lo stato di Silvia, hanno accettato.»

Guardai i neonati nelle sue braccia: così piccoli e fragili.

«Non puoi farlo. Non è tua responsabilità», sussurrai, le lacrime bruciandomi gli occhi.

«Allora di chi è? Di papà? Lui ha già dimostrato che non gli importa. Cosa succede se Silvia non sopravvive? Cosa accade a questi bambini?»

«Li portiamo subito allospedale. È troppo per noi.»

«Mamma, per favore»

«No». La mia voce era più ferma. «Prendi le scarpe. Torniamo.»

Il tragitto verso lOspedale San Giovanni fu soffocante. Matteo sedeva sul sedile posteriore, con i due gemelli, uno per lato, nei rastrelli che avevamo affrettatamente preso in garage.

Allarrivo, la signora Rossi ci accolse allingresso, il volto teso per la preoccupazione.

«Ginevra, mi dispiace tanto. Matteo voleva solo»

«Va bene. Dovè Silvia?»

«Stanza 314. Ma, Ginevra, devi sapere non è bene. Linfezione si è diffusa più in fretta di quanto pensassimo.»

Il mio stomaco si contrasse. «Quanto è grave?»

Il sguardo della signora Rossi lo disse tutto.

Salimmo in ascensore in silenzio. Matteo accarezzava i neonati, parlando sottovoce quando piangevano.

Quando aprimmo la porta della stanza 314, Silvia era più pallida di quanto avessi immaginato, avvolta da numerose perfusioni. Non poteva avere più di venticinque anni. Quando ci vide, gli occhi si riempirono di lacrime.

«Mi dispiace tanto», singhiozzò. «Non sapevo cosa fare. Sono sola e così malata, e Dario»

«Lo so», le risposi piano. «Matteo mi ha raccontato.»

«È semplicemente sparito. Quando ha scoperto che erano gemelli e le mie complicazioni, ha detto che non poteva gestirlo». Guardò i piccolini di Matteo. «Non so neanche se sopravvivrò. Cosa accadrà a loro se non ce la faccio?»

Matteo intervenne prima di me. «Li cureremo noi.»

«Matteo», cominciai.

«Mamma, guarda loro. Hanno bisogno di noi.»

«Perché? Perché è un nostro problema?» chiesi, quasi a me stessa.

«Perché nessun altro lo è», esclamò, poi abbassò la voce. «Se non interveniamo, finiranno nel sistema di assistenza materna. Potrebbero essere separati. È quello che vuoi?»

Rimasi senza parole.

Silvia tese una mano tremante verso di me. «Ti prego. So di non avere diritto a chiedere, ma sono i fratelli di Matteo. Siamo famiglia.»

Guardai i due piccoli, mio figlio, e quella donna sullorlo della morte.

«Devo fare una telefonata», dissi alla fine.

Chiamai Dario, che era parcheggiato fuori dallospedale. Rispose al quarto squillo, irritato.

«Che cosa?»

«Sono Ginevra. Dobbiamo parlare di Silvia e dei gemelli.»

Il silenzio fu lungo. «Come lo sai?»

«Matteo lha visto. Che cosa cè di male?»

«Non cominciare. Non ho chiesto questo. Mi hai detto che usi contraccettivi. Tutto questo è un disastro.»

«Sono i miei figli!»

«Un errore», rispose freddamente. «Firma i documenti che ti servono. Se vuoi prenderli, fallo, ma non aspettarti che io mi intrometta.»

Chiusi la linea prima di dire altro, sapendo che avrei rimpianto qualsiasi parola.

Unora dopo, Dario arrivò con il suo avvocato. Firmò la custodia temporanea senza nemmeno guardare i neonati. Mi lanciò unocchiata, alzò le spalle e disse: «Non sono più una responsabilità.»

Poi se ne andò.

Matteo lo guardò mentre usciva. «Non sarò mai come lui», mormorò piano. «Mai.»

Quella notte portai i gemelli a casa. Avevo firmato dei fogli che a malapena capivo, accettando una tutela temporanea finché Silvia rimaneva ricoverata.

Matteo sistemò una stanza per i piccoli. Trovò una culla di seconda mano in un negozio di usato usando i suoi risparmi.

«Devi fare i compiti», dissi con voce flebile. «O uscire con gli amici.»

«Questo è più importante», rispose.

La prima settimana fu un inferno. I gemelli Matteo li aveva già chiamati Lia e Luca piangevano senza sosta. Cambi di pannolino, poppate ogni due ore, notti insonni. Matteo faceva il più della metà da solo.

«È una mia responsabilità», ribadiva.

«Non sei ancora adulto!», lo rimproveravo mentre vedevo Matteo, a tre di mattina, tenere un neonato in ogni braccio, con la casa in subbuglio.

Eppure non si lamentava mai. Lo trovavo nella sua stanza a orari improbabili, a scaldare i biberon, a sussurrare storie ai piccoli su tutto e niente, raccontando la storia della nostra famiglia prima che Dario se ne andasse.

Saltava qualche giorno di scuola per la stanchezza, i voti calavano, gli amici non lo chiamavano più. E Dario? Nessuna risposta a più telefonate. Dopo tre settimane tutto cambiò. Tornai dal turno serale al ristorante e trovai Matteo che passeggiava per lappartamento, con Lia che strillava tra le braccia.

«Cè qualcosa che non va», disse subito.

«Non smette di piangere ed è calda al tatto». Gli tolsi la fronte; il sangue gelò nelle vene. «Prendi la borsa dei pannolini. Andiamo al pronto soccorso, subito.»

Lunità di emergenza era un caos di luci e voci urgenti. La febbre di Lia era salita. Le fecero esami del sangue, una radiografia al torace e unecocardiogramma. Matteo non se ne voleva andare, rimaneva accanto allincubatore, con una mano sul vetro, le lacrime gli scivolavano sul viso.

Alle due di notte, una cardiologa entrò nella stanza.

«Abbiamo trovato un difetto. Lia ha una malformazione cardiaca congenita: un difetto del setto ventricolare con ipertensione polmonare. È grave e richiede un intervento chirurgico il prima possibile.»

Le gambe di Matteo cedettero; si sprofondò su una sedia, tremante.

«Quanto è serio?», chiesi, alzando la voce.

«Può mettere a rischio la vita se non trattata. La buona notizia è che è operabile, ma lintervento è complesso e costoso.»

Pensai al nostro modesto conto di risparmio, frutto di cinque anni di mance e turni extra al bar.

«Quanto costa?»

Quando mi comunicò la cifra, il cuore mi si fermò. Era quasi tutto quello che avevamo.

Matteo mi guardò devastato. «Mamma, non voglio chiederti ma»

«Non chiedere», lo interruppi. «Lo facciamo.».

Lintervento fu fissato per la settimana successiva. Nel frattempo, portammo Lia a casa con istruzioni rigorose su farmaci e monitoraggi. Matteo dormiva pochissimo, impostava sveglie ogni ora per controllarla. Lo trovavo allalba sul pavimento accanto al lettino, a fissare il suo petto che si alzava e scendeva.

«E se qualcosa va male?» mi chiese una mattina.

«Allora ce la caviamo», risposi. «Insieme.»

Il giorno delloperazione mi alzai prima del sorgere del sole. Matteo teneva Lia avvolta in una coperta gialla, mentre io legavo Luca. Il team chirurgico lo avrebbe preso alle 7:30.

Matteo la baciò sulla fronte e sussurrò qualcosa che non riuscii a sentire. Poi attesi. Sei ore passavano tra i corridoi dellospedale, Matteo immobile, la testa fra le mani. A un certo punto uninfermiera entrò con un caffè e, con voce gentile, disse:

«La tua bambina è fortunata ad avere un fratello come te.»

Quando il chirurgo uscì finalmente, il mio cuore riprese a battere. «Lintervento è andato bene», annunciò. Matteo lasciò uscire un sospiro profondo, quasi un lamento dal profondo della sua anima. «È stabile. Loperazione è riuscita. Avrà bisogno di tempo per guarire, ma le prospettive sono buone.»

Matteo si alzò, leggermente vacillante. «Posso vederla?»

«Presto. È in terapia intensiva post-operatoria. Dategli unora.»

Lia trascorse cinque giorni in terapia intensiva pediatrica. Matteo era lì ogni giorno, dalle visite obbligatorie fino a quando la guardia lo allontanava. Teneva la sua piccola mano tra le sbarre dellincubatore.

«Andremo al parco», diceva. «Ti spingerò sullaltalena. E Luca proverà a rubarti i giocattoli, ma non gli permetterò.»

Durante una di queste visite, il servizio sociale mi chiamò per parlare di Silvia. Era morta quella mattina; linfezione si era diffusa nel sangue. Prima di morire aveva aggiornato i documenti legali, nominandoci tutori permanenti dei gemelli. Aveva scritto:

«Matteo mi ha mostrato il vero significato di famiglia. Per favore, prendetevi cura dei miei bambini. Dite loro che la loro mamma li ha amati. Dite loro che Matteo ha salvato le loro vite.»

Mi sedetti nella mensa dellospedale e piansi. Per Silvia, per i neonati, per la situazione impossibile in cui eravamo finiti. Quando gli raccontai a Matteo, rimase in silenzio per un lungo istante, poi strinse un po più forte Luca e sussurrò: «Staremo bene. Tutti.»

Tre mesi dopo arrivò la notizia su Dario: un grave incidente dauto sullautostrada A4. Era morto sul colpo. Non provai nulla di più che un vuoto, una consapevolezza che quella presenza era ormai sparita. Matteo reagì allo stesso modo.

«Cambia qualcosa?»

«No», risposi. «Non cambia nulla.»

Dario non era più più una figura rilevante quandoDario non era più una figura rilevante quando ho guardato i miei figli sorridere e ho capito che, nonostante le ferite e le difficoltà, la nostra famiglia era finalmente completa.

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