Dopo la cena di Natale, sgattaiolai sotto il letto con lintenzione di sorprendere il mio fidanzato.
La camera degli ospiti di casa Bianchi odorava di lavanda e polvere vecchia. Era la Vigilia di Natale, e fuori la neve cadeva spessa, come nei film. Dentro, la casa era calda, impregnata dellaroma di lasagna al forno e punteggiata dalle risate lontane dei parenti.
Giulia Venturi, erede del colosso navale Venturi, era sdraiata a pancia in giù sotto lantico letto a baldacchino.
Si sentiva demenziale. Ventiquattro anni, un vestito di seta rossa che costava più di tutto larredamento di quella stanza, la faccia premuta sulle assi che graffiavano il trucco. Ma era innamorata, e lamore, si sa, spinge a fare cose assurde.
Stringeva una scatolina di velluto. Dentro cera un orologio vintage Patek Philippe, modello 1952, trovato dopo tre mesi di ricerche degne di un detective. Era il regalo di Natale per Matteo, il suo fidanzato. Matteo amava le cose daltri tempi, diceva che avevano anima, a differenza del lusso sterile con cui era cresciuta Giulia.
Amerà il regalo, pensò Giulia, mordendosi le labbra per trattenere una risata.
Aveva detto a Matteo che andava in bagno. In realtà era sgattaiolata nella camera degli ospiti dove alloggiavano. Il suo piano era semplice: aspettare che lui rientrasse per cambiarsi, saltare fuori, urlare Sorpresa! e godersi il suo sorriso innamorato.
Sentì dei passi nel corridoio. Passi pesanti, decisi. Non erano quelli leggeri di Matteo.
La maniglia girò. Click.
Giulia trattenne il fiato, pronta a scattare.
Ma invece delle stringate di Matteo, entrò un paio di décolleté beige consumate. Seguiva un paio di scarpe da uomo decisamente sobrie.
La porta si chiuse a chiave con un tonfo secco.
Finalmente, sibilò la signora Bianchi, la madre di Matteo. La sua voce, di solito zuccherosa quando parlava con Giulia, ora era acidissima. Di melenso non aveva più nulla: scese di unottava, pura velenosa sincerità. Pensavo che quella smorfiosetta non avrebbe mai lasciato il salotto. Mi fa male la faccia da quanto ho sorriso.
Giulia si immobilizzò. La scatola scavava nel palmo.
Tranquilla, mamma, rispose Matteo. Ma non era la voce calda e rassicurante che conosceva Giulia: suonava fredda, piatta e spietata. Abbiamo dieci minuti prima che venga a cercarmi. Hai chiamato il dottor Allievi?
Sì, sbottò la signora Bianchi. Zompettava per la stanza, i tacchi a un soffio dal naso di Giulia. È tutto pronto. Ma sei sicuro? Quella lì è appiccicosa, mi guarda come se fossi la Madonna. Mi viene la nausea.
Resisti, disse Matteo. Mancano solo due mesi alle nozze.
Sotto il letto, il cuore di Giulia picchiava come un tamburo impazzito. Di cosa stanno parlando?
Non la sopporto, sputò la signora Bianchi. Hai visto come guardava la mia tovaglia? Come se fosse uno straccio. Una principessina viziata e insopportabile. Le avrei tirato quellorologino vintage in faccia.
Mamma, sbuffò Matteo, si sentì una zip scorrere: si stava cambiando la camicia. Non la prendere sul personale. Non è una persona. È un bancomat. Un bancomat molto, molto ricco.
Giulia morse il polso per non urlare. Sentì il sapore del sangue in bocca.
Allora il piano resta lo stesso, al viaggio di nozze? chiese la madre, più sottovoce ora.
Sì. Maldive, isola privata. Simuliamo un crollo nervoso, paranoia, allucinazioni. Ho già messo la pulce nellorecchio agli amici, dicendo che è stressata e smemorata. Il dottor Allievi firmerà il ricovero forzato. La chiudiamo in sanatorio in Svizzera. Io, da marito, ottengo la procura. Svendiamo tutto, e lei passa la vita in un reparto imbottito.
Non potrà uscirne?
Con le medicine che le darà Allievi, non vedrà più la luce del sole.
Sopra la testa di Giulia, le molle gemettero: Matteo seduto sul letto a mettersi le scarpe. Il materasso premeva, schiacciandole i capelli sulle assi. Non riusciva a muoversi, né a respirare. Le lacrime le scendevano silenziose, assorbite dalla polvere: stava nascosta nel covo di chi le progettava la tomba.
Andiamo, disse Matteo alzandosi, devo andare a dare la buonanotte al mio bancomat. Scommetto che mi ha comprato un orologio. Spero costoso, così lo rivendo per lanticipo della Ferrari.
Uscirono. La porta si richiuse.
Giulia rimase immobile nelloscurità, la gola secca, la scatola stretta in mano come un sasso.
Parte 2: La Congiura
Non saltò fuori. Non li affrontò. Rimase lì sotto altri trentacinque minuti, tremando tanto forte da battere i denti.
Era ingenue, sì: protetta dai miliardi del padre, aveva dato per scontato che tutti fossero buoni come lei. Ma non era scema.
Se li avesse affrontati lì, in mezzo alla campagna lombarda chi poteva dire come sarebbe finita? Matteo era forte, la signora Bianchi cattivissima. Avevano appena confessato complotto per sequestro e truffa. Se scoprivano che lei aveva sentito altro che Svizzera, rischiava le scale.
Si asciugò la faccia, si trascinò fuori dal letto, si guardò allo specchio: occhi rossi, vestito impolverato. Sembra una vittima.
No, pensò. Non sono una vittima.
Prese il cellulare dalla borsa. Avviò una memo vocale.
Mi chiamo Giulia Venturi, sussurrò nel microfono. Se finisco male, Matteo Bianchi e sua madre sono colpevoli. Ecco cosa ho sentito
Raccontò ogni parola. Poi caricò tutto su un server cloud segreto e spedì il link con blocco temporale al capo della sicurezza di papà.
Si diede una spolverata al vestito, un giro di cipria sulle lacrime, stampò il sorriso più falso che riusciva sembrava una maschera di vetro.
Scese le scale.
Eccoti! disse Matteo, raggiante vicino al camino con il bicchiere di zabaione. Pensavamo ti fossi persa.
Le si avvicinò per abbracciarla. Erano le braccia di chi lavrebbe voluta murare viva. Le venne il voltastomaco.
Invece, ricambiò labbraccio.
Mi sono solo sistemata il trucco, cinguettò Giulia, voce squillante. Volevo essere perfetta per te.
Sei sempre perfetta, sussurrò Matteo, baciandole la fronte.
Oh! Giulia fece la smemorata. Quasi dimenticavo.
Porse la scatola di velluto.
Matteo la aprì. Gli occhi gli si spalancarono. Un Patek? Giulia è
Ti piace? chiese, guardando la sua ingordigia riflettersi nelloro.
Lo adoro, disse. Sei incredibile.
Sono felice, rispose lei. Per te farei tutto, Matteo. Tutto.
Compreso annientarti, aggiunse tra sé.
Nei due mesi seguenti, Giulia recitò da perfetta fidanzata inconsapevole. Ma di nascosto lavorava.
Assunse un investigatore privato. Individuò il dottor Allievi: psichiatra decaduto, salvato da Matteo da un debito col casinò. Scovò le mail tra Matteo e la clinica svizzera. Mise assieme un faldone da cella.
Ma la galera non bastava. Volevano i suoi soldi? Volevano farla fare brutta figura?
Gli avrebbe dato esattamente quello che volevano.
Settimana prima delle nozze, Giulia era nello studio della wedding planner più esclusiva di Milano. Il preventivo: 460.000 euro tondi tondi.
È una follia, fece Matteo, finto modesto, forse potremmo ridimensionare?
Ma va! rise Giulia. Papà ci tiene. Cè solo un problemino
Cioè? chiese la signora Bianchi, diffidente.
Papà è allantica, sospirò Giulia. Dice che fa brutta figura se la famiglia dello sposo non mette neanche un euro. Si chiacchiera ti figurati se dicono che Matteo è un come si dice, uno che sposa per interesse?
Matteo si irrigidì. Non mi interessa cosa dice la gente.
Certo amore, lo blandì Giulia. Ma per le apparenze potreste firmare voi i contratti? Solo sulla carta, eh. Il committente risulta il vostro cognome.
Noi non abbiamo tutti quei soldi, sibilò la signora Bianchi.
Ma certo! Giulia rise. Il trucco è che la mattina delle nozze io vi bonifico tutto e in più 50.000 euro di regalo a lei signora Bianchi, per la gentilezza! Voi pagate i fornitori, fate bella figura, mio padre smette di brontolare. Tutti contenti!
Matteo e sua madre si scambiarono il solito sguardo: bramosia e arroganza.
Sicura che bonifichi tutto per le otto? chiese Matteo.
Giurato, cinguettò Giulia, con la faccia dangelo.
Matteo prese la penna. Firmò tutti i contratti: catering, sala, fiori, band. Si caricò la responsabilità legale di tutto.
Fatto, sorrideva fiero.
Perfetto, disse Giulia.
Parte 3: Il Cavallo di Troia
Il grande giorno. Una mattinata di primavera lucida allHotel Principe di Savoia.
Giulia era nella suite nuziale. Labito Vera Wang su misura la avvolgeva come una nuvola. Il trucco era impeccabile.
Vibra il telefono.
Matteo: Aspetto il bonifico amore. Il gestore del locale vuole conferma.
Giulia rispose: La banca dice che le operazioni estere sono lente al sabato mattina! Tranquillo, di loro che arriva. Ti amo!
Appese. I soldi non sarebbero mai arrivati: quella mattina li aveva trasferiti tutti in un trust blindato a nome del padre.
Prese una chiavetta USB nera e chiamò il DJ nella stanza.
Ciao! Giulia ingranò il sorriso, allungando una banconota da 500 euro. Ho una sorpresa per Matteo: un messaggio audio dalla nonna defunta. Vorrei che lo mandassi quando il prete chiede se qualcuno ha obiezioni. È una cosa fra di noi.
Il DJ spalancò gli occhi. Durante le obiezioni? Strano.
È una gag nostra, disse Giulia, sventolando i soldi. Per favore? Il segnale sarà se mi tocco la collana.
Il DJ scrollò le spalle. Comandi tu.
Giulia percorse la navata. La sala gremita di trecento invitati: Milano bene, parenti di Matteo, soci dimpresa.
Lui aspettava allaltare: elegante, ma visibilmente sudato. Il gestore del locale in fondo si faceva il segno della croce, stringeva la fattura non pagata.
Giulia arrivò accanto a Matteo.
Sei stupenda, mormorò. Il bonifico è arrivato?
Shh, sorrise Giulia. Pensiamo solo a noi due.
Cominciò la cerimonia. Il prete parlava di amore, fiducia e fedeltà. La signora Bianchi in prima fila, finta commozione e fazzoletto.
Se qualcuno conosce motivo che impedisca questa unione, parli ora o taccia per sempre.
Silenzio. Giulia si voltò: uno sguardo alla suocera, uno a Matteo.
Alzò la mano alla collana.
Dagli altoparlanti, il fruscio iniziale. Poi, una voce che tagliava laria.
Parte 4: I Voti della Verità
Voce signora Bianchi: Non la sopporto. Hai visto come guardava la mia tovaglia? Una principessina viziata e insopportabile.
Un boato di mormorii.
Matteo spalancò gli occhi, alternando lo sguardo tra Giulia e le casse. Che?
La registrazione proseguì nitida.
Voce Matteo: Non prenderla sul personale, mamma. Non è una persona. È un bancomat. Un bancomat parecchio fornito.
I bisbigli si tramutarono in battibecco: il padre di Giulia iniziò a diventare color melanzana.
Matteo corse verso il microfono del prete. Basta! Spegnete tutto!
Il DJ, paonazzo, non ci capiva più niente. La voce incalzava.
Voce Matteo: Simuliamo un crollo la ricoveriamo in Svizzera non vedrà mai più la luce.
Il gelo. Questo non era pettegolezzo: era una confessione.
Giulia impassibile allaltare. Niente lacrime né sconcerto. Solo uno sguardo fermo e, paradossalmente, sereno su Matteo.
Matteo! urlò la madre. Spegnetelo!
Fine registrazione. Un silenzio che tagliava il respiro.
Matteo tornò da lei, in preda al panico: Giulia, amore, è un deepfake! Ci stanno hackerando!
Giulia prese il microfono dal prete. Voce fissa.
Non è finto, Matteo. È la sera di Natale. Ricordi? Quando volevo farti la sorpresa sotto il letto.
Fece un passo verso di lui.
Volevi farmi passare per pazza? Rinchiudermi?
Guardò la folla.
Magari sarò una principessa viziata. Ma non sono io quella destinata alla cella.
La faccia di Matteo si deformò. Le afferrò il braccio. Strega! Mi hai incastrato!
Mani a posto!
Il padre di Giulia scavalcò la balaustra. Tre energumeni della sicurezza assunti da Giulia, non dallhotel immobilizzarono Matteo.
Lui si dimenava. La suocera tentò la fuga laterale, sbarrata dalle damigelle compiaciute.
Giulia lo guardava dallalto in basso.
Non ho detto Lo voglio, proclamò nel microfono. Ho detto Lo so.
Mollò il microfono, secco.
Raccolse il vestito, e se ne andò.
Ma non era finita.
Parte 5: Il Conto
Appena arrivata alle porte della sala da ballo, trovò di traverso: il direttore del locale, il capocatering e la fiorista. Furibondi.
Signorina Venturi! urlò il Direttore. Dove crede di andare? La fattura va saldata! Sono 460.000 euro, subito!
Giulia sorrise angelicamente. Indicò la baraonda allaltare: Matteo braccato dalla sicurezza, la suocera in crisi isterica.
Oh, io non sono lorganizzatrice, fece lei. Non ho firmato nulla.
Come scusa? Il direttore fece scorrere le carte.
Legga le firme, disse Giulia. Matteo Bianchi come committente. La madre come garante. Tutte le responsabilità sono loro.
Il direttore sbiancò guardando la firma.
Ma ci aveva promesso che pagava lei!
Mentiva, scrollò le spalle Giulia. Gli capita spesso. Fossi in voi controllerei il portafogli. Sentivo parlare di una Ferrari
E si incamminò verso luscita.
Dietro di lei, la pestilenza. I fornitori si avventarono su Matteo e la madre.
Signor Bianchi! Il pagamento!
I fiori sono già tagliati! Mi deve quarantamila euro!
Chiamo Equitalia!
La signora Bianchi strillava: Non li abbiamo! Era lei che doveva controllate sui suoi conti!
Giulia si fermò sulla soglia. Prese il telefono e mandò un messaggio a Matteo. Non lavrebbe letto subito, ma i poliziotti sì, nellarea prove.
Giulia: Non ti ho rubato i soldi, Matteo. Li ho solo riallocati. I 460.000 euro del matrimonio li ho donati al reparto di ricerca salute mentale del Policlinico. A tuo nome. Ora sì che sei un benefattore. Di niente.
Fuori, le sirene della Polizia si facevano sempre più vicine.
Il padre di Giulia la aspettava presso la limousine.
Lo sapevi già da due mesi? chiese sottovoce.
Ho dovuto costruire un caso legale, papà, spiegò Giulia. Di solito queste accuse svaniscono senza sufficienti prove. E serviva che firmassero i contratti, così ora sono pure al verde.
Il padre le lanciò un misto di terrore e ammirazione. Fammi la cortesia di non arrabbiarti mai con me.
Ci penso, disse Giulia.
Le volanti inchiodavano davanti allhotel. Gli agenti entravano di corsa.
Giulia salì in limousine. A Malpensa, grazie.
Parte 6: LUltima Risata
Tre ore dopo
Il jet privato planava su nuvole di panna montata. In cabina profumo di cuoio e Prosecco millesimato.
Giulia in tuta di cachemire, sola. Nessuno sposo, nessuna suocera. Solo la pace.
Volava alle Maldive: quellisoletta privata preparata da Matteo per la sua crisi. Ma non per i nervi: ci andava per abbronzarsi.
Dalla borsa tirò fuori la scatola del Patek Philippe.
Lo aprì. Loro rifletteva il sole che filtrava dal finestrino.
Avevi ragione, signora Bianchi, sussurrò al sedile vuoto accanto. Sono viziata.
Allacciò lorologio al polso. Un po largo, un po maschile, ma autorevole.
E le ragazze viziate, continuò, possono permettersi i migliori avvocati dItalia. La mia squadra farà in modo che non vi mandino in Svizzera vi prenotano la cella a San Vittore, con vista sulle grate.
Sorseggiò il Prosecco.
Aprì la rubrica.
Matteo Bianchi.
Signora Bianchi.
Seleziona tutto. Cancella.
Poi le foto. Quelle da coppietta, le promesse, i sorrisi falsi.
Cancella.
Schermo nero.
Giulia guardava fuori. Le nuvole sotto, morbido piumino. Aveva passato due mesi nascosta sotto un letto a fingere.
Ora poteva respirare.
Chiuse gli occhi, ascoltando il rombo dei motori. Non era solo rumore: era la sinfonia della sua vita che ripartiva.
Non una vittima. Né una principessa.
Era la regina.
E lo scacco matto non era mai stato così dolce.






