Nove anni a fingermi felice, a crescere il figlio di un altro e a pregare che il segreto non emergesse mai: tutto è venuto alla luce il giorno in cui mio figlio ha avuto bisogno del sangue del suo vero padre, e per la prima volta ho visto mio marito piangere

Il sole della sera, denso come miele fuso, si riversava tra le colline ondulate e accarezzava i tetti di terracotta delle case di un piccolo borgo vicino Torino. Laria era piena di profumo di pane appena sfornato, di legno bruciato nei camini, di erba tagliata. In una casa dal portico basso, laroma della marmellata di mela aleggiava come il ricordo di tempi sereni. Nel silenzio della cucina, il dialogo tra madre e figlio sembrava sospeso tra ieri e domani, gravido di domande irrisolte.

Figlio mio, tesoro, coshai trovato in quella ragazza delluniversità? domandava la madre, la voce stanca, impastata di preoccupazione. Ti guarda come fossi niente, uno qualunque, uno che si sbiadisce sulla strada. Tu invece sei come un girasole che segue un solo sole, ignorando il resto. E pensa, Giulia, la figlia dei Manfredi, è brava e discreta, ti guarda da lontano con occhi buoni. Ma tu hai occhi solo per una.

Il giovane, saldo e abituato al lavoro nei campi, evase la domanda guardando fuori, dove la nebbia saliva dal prato. Si chiamava Vittorio.

Lascia stare, mamma. Non mi interessa Giulia, non mi interesserà mai. Da quando io e Francesca sedevamo insieme in prima elementare, ho occhi solo per lei. Se non vorrà sposarmi, resterò solo. Cambiare idea non posso, non ti ascolto più.

Francesca, dovè che stai andando vestita da regina? nella casa accanto, la voce della madre portava una leggera rimproverata premura. Di nuovo ai balli? Poi tornate tardi, quando canta il gallo? Almeno invita Vittorio con te. Bravo ragazzo, studia, lavora, costruisce casa per voi, guarda solo te. Così forte e affidabile

La ragazza davanti allo specchio, sistemando il nastro di seta tra i capelli scuri, rise piano. Si chiamava Francesca, e tutti la chiamavano Franci.

Forte, dici? Noioso come una pietra. Mamma, la giovinezza dura un niente! Bisogna cantare, ridere, vedere le città! Lui invece: casa, studio, lavoro. Vivrà così e ricorderà solo i mattoni? Non parlarmi più di lui, non mi serve.

Sgusciò fuori, una falena attratta da luci e rumori della festa.

Lautunno arrivò piano, colorando il borgo doro e rosso acceso. Vittorio ottenne la laurea e poi la chiamata al servizio civile. Francesca finiva il liceo. Al pranzo di commiato, allegro e rumoroso come tradizione, si radunarono tutti in piazza. Anche Franci con sua madre.

Durante i saluti, tra abbracci e brindisi, Vittorio riuscì a portare Francesca sotto un vecchio melo.

Francesca disse, cercando le parole tra i denti. Posso scriverti delle lettere? Gli altri scrivono alle loro ragazze, io non ho nessuno. Vuoi essere la mia ragazza di carta, almeno?

La guardava con una disperata speranza che per un momento fece vibrare il cuore di lei. Solo per un momento.

Scrivi, se vuoi. Se avrò voglia, risponderò. Altrimenti, pazienza, disse lei, onesta negli occhi.

Per qualche tempo le lettere, affrancate con timbri militari, arrivarono puntuali e Francesca, per cortesia o noia, rispondeva. Ma poi finì il liceo, finì linfanzia. Si trasferì a Milano, città di luci, ambizioni e promesse. La Statale la chiamava da lontano. La corrispondenza col soldato di paese si rivelò un peso che lasciò cadere senza rimpianti.

Sua madre guardava la strada dal vetro appannato, sognando segretamente che la figlia tornasse indietro, costruisse la sua vita con chi aveva saputo aspettarla.

Da qui me ne vado! diceva Francesca accalorata, chiudendo la valigia. Finisco gli studi, mi sposo con un uomo di città, uno colto! Qui non metterò più piede!

Le mura delluniversità, però, erano più solide di quanto sognasse. Il primo esame di letteratura fu un disastro: il tema, goffo e povero, tornò con un sonoro due. Colpa della scuola del paese, della professoressa che a stento sapeva parlare italiano. Le sue fantasie di successo si schiantarono contro una realtà dura.

Ma Francesca non sapeva stare ferma nel dolore. La città, col suo ritmo, le rimise in piedi il cuore. A una festa con altri studenti conobbe Leonardo. Studiava giurisprudenza, era più grande, sicuro di sé, profumo di colonia costosa e indipendenza. Viveva in un attico luminoso, genitori impegnati in una ricerca in Svizzera.

Francesca si trasferì da lui senza rimuginare troppo. Per non pesare, si trovò un lavoro in mensa: portava focacce e paste calde nei reparti della fabbrica. Divenne ben presto la padrona di casa: puliva, cucinava il risotto che lui vantava con gli amici, portava dolci caldi dal lavoro. Immaginava già il futuro: quel divano, quella casa, loro e i figli Lei lo amava di cuore, perdutamente.

Durò quasi un anno. Poi una sera, sfogliando il giornale, Leonardo parlò con distacco:

Sai, Francesca, mi sa che è finita. Non tiriamo avanti, i miei tornano fra poco. Devi andare via.

Lei non pianse né urlò. Raccolse le poche cose nel solito trolley e si rifugiò da unamica. Nella quiete della stanza daltri, cominciò a sentire davvero la perdita. E quel malessere che attribuiva allo stress non passava mai.

Dal medico arrivò la sentenza che pose fine al sogno milanese.

Lei è incinta. E ormai il termine è avanzato, interrompere sarebbe rischioso, disse la dottoressa, guardandola sopra gli occhiali.

Francesca non pensò mai di rinunciare al bambino. Era il suo ultimo legame, doloroso, con Leonardo e quella vita desiderata. Arrivò una lettera dal paese. La madre accennava che Vittorio era tornato dalla leva e chiedeva di lei. In Francesca, alla disperata ricerca di salvezza, nacque un piano. Unico, azzardato, spietato.

Vittorio la accolse sulla soglia della casa che aveva ormai terminato. Non era cambiato: silenzioso, buono, gli occhi ancora accesi per lei. Lei arrivò la sera, come per caso. Fu gioiosa, premurosa, rideva troppo forte, gli sfiorava la mano. Ma neppure doveva recitare: lui sarebbe morto per uno sguardo. Rimase nella casa del sogno di lui. Dopo due settimane, piccolo matrimonio, allegro e modesto.

Alcuni, soprattutto Giulia, che ancora segretamente sperava in Vittorio, lanciavano sguardi sospetti alla pancia già rotonda della sposa. La suocera, donna saggia, cercava di far capire qualcosa al figlio. Ma lui sorrideva beato:

Un vero ometto ci cresce, vuole nascere presto!

Francesca partorì allospedale di Torino. In tasca aveva una busta per il medico, per confermare che il bambino era prematuro. La fortuna, o forse il destino, sembrò dare una mano: il piccolo nacque piccolo, appena due chili e settecento. Tutto tornò. «Cè una giustizia divina», pensò lei alleggerita.

Il bambino, che chiamarono Carlo, era silenzioso, occhi profondi e scuri. Vittorio lo adorava. Gli faceva volare sulle spalle, costruiva giocattoli di legno, insegnava i versi degli uccelli. Anche la suocera, i dubbi ormai sciolti dal sorriso del nipote, lo viziava con crostate e favole.

Vittorio lavorava duro: prima nei campi comuni, poi avviò una piccola azienda agricola. Tornava che era notte, odore di terra e fieno, stanco e felice. Affari sempre meglio. La casa, fatta con le sue mani, diventava ogni giorno più accogliente.

Francesca gestiva la casa, cresceva il figlio. La notte pensava ancora a Leonardo, al suo modo di parlare, al suo sorriso. Vittorio le era caro, prezioso, ma lamore vero non era nel suo cuore. Recitava la parte della moglie felice perché, senza lui, non avrebbe cresciuto il bambino. Lui sognava molti figli, lei in segreto prendeva infusi amari per non averne altri. Così si sentiva sicura, protetta tra i muri di una vita fondata sulla menzogna.

Ma ogni segreto, anche il più sepolto, trova la strada verso la luce, come un germoglio attraverso il cemento.

Carlo aveva otto anni. Era una giornata limpida e ventosa. I ragazzi giocavano ai briganti e carabinieri nel prato. Il giorno prima avevano scavato una buca, dove restava abbandonato un ferro affilato. Nessuno vide come Carlo cadde, scomparve nella fossa, trafitto dal ferro.

Grida, corse, una chiamata durgenza Per Francesca il mondo si riassunse in un punto, lattesa terribile. Vittorio arrivò per primo, con il vecchio furgone, portando con sé linfermiere del paese. Non esitò, si gettò nella buca e portò fuori suo figlio tra le braccia. Francesca vide per la prima volta le lacrime scendere silenziose sulle guance ruvide del marito.

In ospedale lo portarono subito in sala operatoria. Aveva perso tanto sangue. Era necessario il sangue dei genitori. E in quel momento, la vecchia bugia esplose come un temporale.

Perché avete nascosto che il bambino è adottato? la voce del medico era dura come pietra. Ha una rara quarta negativa. Il vostro sangue non va bene. Se non troviamo un donatore entro dodici ore, lo perdiamo. Non cè nel nostro centro. Le possibilità sono minime.

Francesca era immobilizzata dal panico. Tutto crollava. La paura di perdere il figlio sovrastava tutto, anche la vergogna.

Io sono la madre. Ma il padre è un altro, confessò, e fu come rompere una diga.

Vittorio stava in silenzio, le spalle curve, compressi da un peso invisibile.

Uscirono nel corridoio impregnato di disinfettante. Francesca tremava tra le mani di una crisi isterica, che lui la perdonasse o la cacciasse non aveva più importanza. Pregò tutti i santi, qualsiasi nome avesse mai sentito, purché Carlo si salvasse.

Francesca! Vittorio la scosse per le spalle. Ricordi chi è il padre? Un nome, un indirizzo, qualcosa! Parla! Nostro figlio muore! È mio figlio! E quelluomo può salvarlo! Mi inginocchierò davanti a lui, darò tutto ciò che ho!

Lei ricordava. Vittorio chiamò un amico dei tempi del servizio civile, ora poliziotto. In poche ore, Leonardo, ormai avvocato di successo, stanco e livido, giunse in ospedale. Ripeté solo di non volere che la sua attuale famiglia sospettasse nulla.

Non vogliamo nulla da te, disse Vittorio con voce ferma. Né soldi, né verità. Solo il tuo sangue. Solo questo.

Carlo fu salvato. Per un miracolo, per le preghiere, per quel sangue raro. Si riprese, e tornò a correre nei cortili.

Nel cuore di Francesca, mentre vegliava al letto dospedale, osservando Vittorio seduto come una roccia nel corridoio, qualcosa cambiò. Guardava quelluomo suo marito e capì che, pur tradito nel peggiore dei modi, il suo primo pensiero era per la vita di quel figlio, non per vendetta. Il muro gelido che racchiudeva il suo cuore si sgretolò, lasciando entrare un calore così grande che credeva di soffocare. Era amore. Puro, adulto, nato dal dolore e dal perdono.

Passata la tempesta, con Carlo sano che giocava di nuovo in giardino, una sera Vittorio le disse sul portico, occhi lontani verso le Alpi:

Sapevo. Quasi da subito. Lo immaginavo. Ma lui è sempre stato mio figlio. Lo è e lo sarà. Tacque, poi aggiunse, voce che quasi spariva nel vento: E tu non ti avrei lasciata mai. Perché sei lunica che vive nel mio cuore, da quando sono bambino. Nessunaltra.

Un anno dopo nacque una figlia: piccolina, rosa, occhi chiari come quelli del padre. La chiamarono Angelica. Vittorio la portava in braccio come fosse cristallo prezioso, e la sua faccia severa si scioglieva in dolcezza. Francesca guardava loro e si rimproverava per gli anni perduti, i timori, la diffidenza, per aver respinto così a lungo la felicità vera.

La vita scivolò piano verso la quiete. Lazienda di Vittorio prosperava. Francesca, mai più costretta a lavorare altrove, sbocciava. Era bella, elegante, la casa profumava di crostate, lordine era ovunque. La loro casa divenne la casa piena, ricca non solo di cose, ma di pace.

Carlo, cresciuto, scelse medicina, quasi a proseguire la catena di chi gli aveva salvato la vita. Divenne uno stimato chirurgo, sposò una collega. Angelica, vivace, curiosa, seguì la via delle lettere: fece giornalismo per raccontare storie forse anche quella della propria famiglia.

La sera, seduti insieme sul portico, vedendo tramontare il sole sulle colline piemontesi, le mani di Vittorio e Francesca si cercavano. Il silenzio tra loro era denso di tutto ciò che avevano vissuto, perdonato e trovato. Sapevano che il loro amore non era un lampo, ma una luce lunga, quella di una vecchia lampada robusta. Non acceca, ma illumina il sentiero, scalda fino a fine vita. A volte i ponti più forti si costruiscono non con i petali dei sogni, ma col legno delle prove, del perdono e della gentilezza quotidiana la vera, eterna felicità.

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