Giuseppe Vittorio, la prego, abbia pietà! Glielo chiedo in ginocchio! Mi aiuti! La donna si gettò ai piedi delluomo alto in camice bianco e scoppiò in lacrime.
Lì, oltre una serie di ambulatori consumati dal tempo, nella sala dattesa della piccola clinica di paese, satura di odore di disinfettante, suo figlio stava morendo.
La prego, capisca, io non posso! Non posso davvero! Per questo me ne sono andato! Sono due anni che non opero! La mano e le condizioni mormorò lui, tremando.
La supplico! La donna non mollava, trascinando con insistenza il medico recalcitrante.
Doveva acconsentire, provare almeno. Perché, se non lavesse fatto
Ancora pochi metri. Una porta di legno verniciata di bianco. E lì cera il suo Michele. Lunico. Avvolto dai cavi, una mascherina dossigeno a coprire le lentiggini sbiadite sulle guance. Respirava. Era ancora vivo, anche se le macchie scure che filtravano dalla medicazione al capo somigliavano a marmellata di ciliegie dellanno prima. E la riga verde sul grande monitor sobbalzava allunisono con i respiri a fatica.
Non ci avrebbero mai fatti in tempo. Cento chilometri da Firenze. In elicottero Ma la bufera fuori aveva spento lultima speranza. La pressione scendeva. Il cuore batteva sempre più piano. I paramedici abbassavano lo sguardo.
Cavallini! lo afferrò per il polso uninfermiera anziana agitatissima accanto alla barella con il bambino pallido. Giuseppe Vittorio!
E dalla tasca tirò fuori un vecchio giornale con la foto di quelluomo alto in camice bianco, circondato da bambini sorridenti come merli sulle bacche. Fra le lacrime, le righe parlavano dellincidente. Della mano malandata. Delloperazione finita male. Ma una volta luminare della neurochirurgia! Un medico mandato dal cielo! Lì, persi nella campagna Dio, ti prego! Che accetti!
Non posso prendermi una simile responsabilità! Vi prego di capire! lui cercava di svincolarsi, Lultima operazione il polso Non ce lho fatta! Non opero più! Non posso!
E il ragazzino sulla barella diventava sempre più pallido. E il sangue sembrava marmellata. E i colleghi ammutoliti si accalcavano sulla porta, sconosciuti dopo un anno di lavoro lì. E la madre che continuava a singhiozzare. E il tempo Tutto era contro, compreso il tempo. E il cane
Un cane?!
Da dove viene, un cane qui?
Ma solo un lamento per risposta. Un labrador. Voleva raggiungere la barella. Con le unghie strisciava il pavimento, qualcuno lo teneva al guinzaglio. Lui si divincolava, senza mai perdere docchio Michele. Non guaiva più, ansimava. Ma ci provava comunque
È Fedele. Il cane di Michele, la donna singhiozzò e quasi smise di respirare quando, nel silenzio oppressivo della sala dattesa, le parole del medico caddero come pietre:
Preparate la sala operatoria.
Per un attimo chiuse gli occhi. E gli apparve un altro cane. Lilli. Speranza. E suo padre era ancora vivo. E Giuseppe Vittorio era solo un ragazzino, in terza media magari. E la strada a Capodanno era gelata. Lauto, accartocciata nella neve come una pallina di vetro caduta dallalbero. La madre che piangeva. Il medico che si voltava. Unoperazione difficile, senza esperienza. Il centro città lontano
E Lilli sulla tomba non pianse più. Solo un rantolo. E da sei giorni non toccava cibo. Fissava il vuoto. Poi non cera più. Seguita al suo padrone. Bruciata dal dolore.
Diventerò neurochirurgo, mamma. Lo promisi a Lilli, sussurrava il ragazzino spettinato davanti quella zolla di terra, Il migliore. Ci credi?
Come aveva potuto dimenticare? Davvero?
*****
Le luci della sala operatoria brillavano come il sole. Gli strumenti scintillavano dacciaio. Il polso tornò a fargli male. Resistette. Dovrei prendere un cane? pensieri strani, proprio adesso. Le dita quasi di legno. Ma ce lavrebbe fatta. Ferita brutta. Complessa. Pressione bassa, bisognava evitare ledema Tessuti molli danneggiati. Losso temporale doveva essere ricostruito pezzo per pezzo. I vasi
E in elicottero non ce lavrebbero mai fatta. Gli assistenti locali avevano occhi lucidi: per loro era un miracolo. E per lui? Quante simili ne aveva già affrontate? Perché aveva smesso dopo un solo errore? Era fuggito in quel posto sperduto. Tagliato tutti i ponti. Ma la mano lo tormentava. E Lilli appariva in un angolo. Occhi mesti. O forse era Fedele, il labrador, a voler seguire il suo amico Michele.
Afferrò la pinza a fatica. Le dita contratte. Solo un po ancora. Respira Michele, respira. Non mollare. Non ti lasceremo andare.
Il tempo. Ora era dalla parte di Michele. E sembra di sentire il rumore dellelicottero. Forse ce lhanno fatta
*****
Dottor Giuseppe Vittorio, la cercano, fece capolino nel suo studio linfermiera di turno, e non poté trattenere un grande sorriso.
Tutti sorridevano. Era tornato il Cavallini. In tutti i reparti non si parlava daltro. Arrivavano i bambini, anche i casi più gravi, persino da Napoli. Ora nessuno aveva più paura. Le mani di Cavallini erano doro. E il riso dei bimbi risuonava di nuovo nei corridoi della neurochirurgia. I piccoli pazienti miglioravano. E i genitori, ormai, gli camminavano sempre dietro
Cinque minuti. Passo solo da Macario, devo controllarlo.
La stanza del piccolo Macario, sei anni, era proprio lì. Un bimbo buffo, tutto lentiggini. Lo chiamava zio Giuseppe. Era arrivato da Torino una settimana prima, caduto dal secondo piano, incantato da chissà cosa. Proprio come Michele, quello del paese. Giuseppe Vittorio gli aveva assemblato la testolina pezzo per pezzo. Otto ore in sala operatoria. Ce laveva fatta. E la mano quasi non doleva più. Guarita forse dal riso dei bambini
Alla fine, il ritorno era stata la scelta giusta. Forse avrebbe dovuto farlo prima, ma gli mancava uno stimolo, si era dimenticato di troppe cose. E la vita gliele aveva rammentate tutte. Solo al cane non aveva ancora pensato: il tempo non bastava mai. Chissà come stanno ora Fedele e Michele. Spesso li ripensa.
Giuseppe Vittorio, caro!
Neanche ha il tempo di aprire la porta. Eccoli!
Oh, ben arrivati, Michele, Natalia, sorride, E a te, Fedele.
La mano già cerca il collo soffice. Il muso umido gli preme il palmo. Gli occhi color nocciola lo fissano attenti.
Come mai da queste parti? Michele sta bene? Siete qui per un controllo?
Sta benissimo, interviene Natalia tutta dun fiato, Benissimo! Ma siamo qui per unaltra ragione!
Solo ora Giuseppe si accorge di quanto sia luminosa la sua espressione. Solo il cappotto gonfio e gli occhi che brillano troppo sono strani. Ma chiederlo sembra fuori luogo. Fedele gira, gira e distrae.
Ecco!
Michele, cresciuto, rompe il silenzio per primo. Cerca qualcosa nel cappotto della madre e porge a Giuseppe, visibilmente confuso, una creaturina nera, orecchie lunghe e pancia tremolante.
Ah? la voce non gli viene, si rimprovera mentalmente mentre avvicina al volto linaspettato dono.
Non si arrabbi, si affretta a spiegare Michele, lha trovato Fedele. Mamma ci ha permesso di tenerlo. Poi ieri, in televisione, davano unintervista con lei. Fedele appena sentito la sua voce ha tirato questo dalle orecchie fino al televisore. Così, io e mamma abbiamo pensato
Avete pensato bene. Era ora, Giuseppe Vittorio strizzò locchio al cane felice, Lo chiamerò Stimolo. Anzi, Timoteo. Tim per gli amici.
E alla fine della giornata ho capito davvero che, a volte, basta un piccolo stimolo per ritrovare il coraggio di ricominciare.






