IL CAVALLO INDOMABILE STAVA PER ESSERE SACRIFICATO, MA LA BAMBINA ABBANDONATA HA FATTO QUALCOSA DI INCREDIBILE…

Il cavallo indomabile doveva essere sacrificato, ma una bambina abbandonata fece qualcosa di incredibile
Nessuno osava avvicinarsi a lui senza rischiare ferite. Un purosangue nero, imponente e violento, era destinato al macello, finché dal nulla comparve una ragazzina sola, invisibile agli occhi di tutti. Ciò che fece lasciò il villaggio senza parole e cambiò per sempre il destino di tutti.

«Fuori, scema», urlò il macellaio, lanciandole un straccio sudicio che Ginevra schivò per un pelo. La bambina corse con un pezzo di pane stretto tra le mani, senza voltarsi indietro. I piedi scalzi sbattevano sulle pietre del vicolo, mentre le risate degli adulti si perdevano dietro i muri di pietra.

Non aveva idea dellora né di quanto tempo fosse passato dallultimo pasto. Sapeva solo una cosa: non poteva stare troppo a lungo nello stesso posto. Attraversò la piazza principale e si infilò tra i cespugli dietro le stalle della Valle dei Fiori. Lì, dietro il recinto di legno dove nessuno la vedeva, si rannicchiò, le gambe strettamente avvolte al petto.

Il pane era duro, ma non importava. Lo masticò lentamente, osservando i movimenti dallaltra parte della recinzione. Tempesta era di nuovo inquieto. Il cavallo nero squittì con forza, battezzando il suolo con gli zoccoli. Era più grande degli altri, più scuro, più selvaggio. Ogni volta che un uomo cercava di avvicinarsi, lanimale si ergeva minaccioso.

La scorsa settimana uno dei braccianti si era rotto un braccio. Da allora nessuno osava entrare nel recinto senza una verga. Ginevra vedeva tutto. Ogni giorno, dal suo angolino nascosto tra lerba secca e le tavole rotte, osservava ogni minimo movimento dellanimale.

Era affascinata dalla sua forza, ma soprattutto dal velo di solitudine che lo avvolgeva. Non era rabbia ciò che provava, ma qualcosa di diverso: forse paura o diffidenza, lo stesso scudo che lei aveva imparato a usare. Un botto interruppe i suoi pensieri. Dallufficio sul retro uscì Don Ernesto, il proprietario della fattoria.

Camminava con passo deciso, affiancato da due braccianti. Uno portava una cartella, laltro una corda spessa. «Non possiamo più rischiare», disse Don Ernesto senza alzare la voce. «Questo animale è inutile. È maledetto o semplicemente pazzo. Lo uccideremo lunedì». Un nodo si formò nello stomaco di Ginevra.

«Sicuro, padrone?», chiese uno dei braccianti. «Potremmo venderlo a buon mercato. Magari a qualcuno che lo voglia. Ma chi accetterebbe una bomba a quattro zampe?», sbuffò Don Ernesto. «È deciso». I braccianti se ne andarono. Ginevra non si mosse. I suoi denti si serrarono sulla stoffa del vestito logoro.

La parola sacrificio gli rimbombava nella testa come un eco gelido. Tempesta continuava a scuotersi, sbattendo la testa sul terreno, lo sguardo perso in qualche punto del cielo. Ginevra lo fissò a lungo finché i suoi occhi non cominciarono a bruciare.

Poi, senza pensarci, si alzò, si infilò tra i cespugli e sparì. Quella notte la fattoria dormiva, le luci erano spente, i braccianti russavano nella stalla, e il vento agitava i rami secchi delleucalipto che custodiva il cancello. Ginevra aspettò finché tutto fu silenzioso. Allora attraversò la strada e si infittì nel buco che conosceva tra le assi allentate del recinto. Non portava una lanterna, non ne aveva bisogno.

La luce della luna bastava. Tempesta la vide subito. Sbatté un nitrito forte. Si avvicinò con decisione. I suoi zoccoli rimbombarono sul terreno. La bambina si fermò a tre metri da lui, senza avvicinarsi di più. Non disse nulla. Solo si sedette, non fuggì, non alzò la mano, non lo toccò, ma abbassò la testa e aspettò. Il cavallo sbuffò con forza, ma non si avvicinò né si allontanò.

Respirava veloce, nervoso, come se non comprendesse cosa facesse quella piccola creatura nel suo spazio. Lei alzò lentamente lo sguardo e i loro occhi si incontrarono. Passarono minuti, forse ore. Allora lanimale si girò, abbassò la testa e si gettò a terra, voltandole le spalle. Ginevra non sorrise, non pianse, rimase lì a respirare a fondo.

Quando il cielo iniziò a schiarire, si alzò piano, uscì dal buco da cui era entrata e scomparve di nuovo tra i cespui. Non disse nulla, ma quella notte qualcosa era cambiato. Il sole appena iniziava a spuntare dietro le colline quando i primi raggi illuminarono il recinto. Ginevra non era più lì. Nessuno notò la sua assenza. Nessuno seppe che era stata, eppure qualcosa si sentiva diverso.

Tempesta rimaneva sdraiato in un angolo del recinto, la testa bassa e gli occhi socchiusi. Non si muoveva come prima. Non sbuffava né calciava le recinzioni. I braccianti, abituati alla sua energia violenta fin dal mattino, si fermarono a guardarlo con diffidenza.

«Che gli succede?», chiese Raimondo, il caposquadra, grattandosi la barba. «Non lo so, ma non mi piace», rispose un altro mentre appoggiava un sacco di avena sulla ruota di un carretto. «Sembra strano, tranquillo, come se fosse ammalato». Don Ernesto arrivò poco dopo con il suo cappello a tesa larga e il passo fermo, come ogni mattina portava il suo sguardo stanco e un caffè amaro in mano.

Al vedere la scena, i braccianti si radunarono e uno aprì la porta del recinto. E quel giorno, Don Ernesto mormorò, guardando il cavallo disteso. «Così è, signore», rispose Raimondo. « Non si è mosso quasi niente. Non ha voluto nemmeno il foraggio». Don Ernesto aggrottò ancora di più la fronte. Entrò nel recinto con cautela, le mani in tasca e lo sguardo fisso sullanimale.

Si avvicinò di qualche passo. Tempesta alzò la testa al suo avvicinarsi, ma non si alzò. Solo lo guardò. Le orecchie non erano rivolte allindietro. I muscoli, prima tesi come corde, ora sembravano rilassati. «Forse si è stancato di combattere», disse un braccio dal cancello. «Forse ha capito». Don Ernesto scosse la testa. «I cavalli così non capiscono. Aspettano il momento per scatenare la furia». Si chinò, prese una manciata di terra umida e la lasciò scivolare tra le dita. «Ho preso una decisione», aggiunse alzandosi. «Non correrò più rischi. Questo animale deve andare via».

I braccianti non risposero. Tutti sapevano cosa significasse andarsene. «Chiamiamo il veterinario», ordinò. «Voglio esserci quando lo faranno. Non voglio errori. Che sia veloce». Raimondo annuì in silenzio e se ne andò senza dire altro. Quella giornata i pettegoli corsero come vento secco tra le mura della fattoria.

Alcuni dicevano che Tempesta fosse stregato, altri giuravano fosse figlio di un demone. Nessuno aveva mai visto un animale così impavido, forte e impossibile da domare. Lo avevano portato da un allevamento di prestigio con documenti, pedigree e promesse di grandezza, ma fin da puledrino mostrò segni di ribellione. Rifiutò selle, freni, mani umane.

I migliori domatori del Nord vennero e se ne andarono, umiliati, sconfitti. Eppure, quella mattina era immobile. Nessuno sapeva perché. Nessuno, tranne una bambina nascosta tra i cespugli dallaltra parte della stalla, che lo osservava ogni giorno, con il viso ricoperto di polvere e gli occhi grandi, come se potesse vedere qualcosa che gli altri non vedevano.

Ginevra non mangiò quel giorno, non cercò pane, né rovistò tra i bidoni del mercato; rimase lì, nel suo angolino, a guardare. La notte precedente non era stato un sogno. Era stata con lui. Lo vide da vicino, sentì il suo respiro pesante, il suo calore animale, la sua forza contenuta, e per un attimo non provò più paura.

Tempesta era come lei, selvaggio, rotto, abituato a essere guardato con sospetto. Nessuno gli si avvicinava senza lintenzione di dominarlo o punirlo, proprio come a lei, che solo riceveva grida e spinte. Perciò non capiva cosa sentiva nel petto quando lo vedeva così, disteso, senza lottare. Era come se dentro di lui anche qualcosa si fosse arreso, o forse solo riposava. «Non lasciare che ti tolgano la forza», sussurrò dal suo nascondiglio.

«Io so come ci si sente», aggiunse. «Essere ignorati, considerati solo un problema, qualcosa di più facile da far scomparire». Si strofinò le braccia fingendo di essere forte, ma la voce tremava.

«A volte mi viene voglia di scappare e non tornare mai più, ma non so dove andare. Non ho un posto», rimase in silenzio, aspettando un segno, anche se non sapeva quale. E allora qualcosa cambiò. Tempesta fece un passo, solo uno, ma fu sufficiente. Il cuore di Ginevra accelerò, non per paura, ma per sorpresa, speranza, per qualcosa di indescrivibile. «Anche tu sei stanco?», chiese.

Il cavallo si fermò, sbatté le palpebre lentamente, inspirò profondamente. «Non ti farò male», disse lei, «e non voglio che tu mi faccia male». Allungò una mano lentamente, senza alzarsi. Non voleva toccarlo, solo mostrargli che era lì, aperta, senza armi. Tempesta non si avvicinò più, ma neanche fuggì.

Dopo un po, Ginevra abbassò il braccio, si sdraiò di lato sulla terra, la testa appoggiata al braccio piegato. Non aveva cuscino né coperta, solo quel piccolo angolo polveroso che ora le sembrava sicuro. E lì, sotto lo sguardo del cavallo temuto da tutti, chiuse gli occhi. Non dormì del tutto, ma riposò. Quando il cielo cominciò a schiarire, Ginevra si alzò lentamente.

Il corpo le doleva per la postura, per il freddo, per la fame. Tempesta rimaneva nello stesso posto, vigile, tranquillo. Lei gli lanciò un ultimo sguardo prima di andare via, uno sguardo silenzioso ma profondo. Attraversò di nuovo il buco del recinto e si infilò tra i cespugli. Nessuno la vide uscire. Ma quella mattina qualcosa era cambiato.

Non era il mondo, né gli uomini, era il cavallo. E lei stessa. Lo stesso pomeriggio, quando il sole tornò a nascondersi dietro le colline, Ginevra attese nel suo solito angolo, proprio dietro il mucchio di balle che usava da nascondiglio. Nessuno la cercava, nessuno le chiedeva notizie. Era proprio quello che le conveniva.

Nella fattoria la routine continuava. I braccianti lavoravano a malincuore, i cavalli sbuffavano nei recinti e Tempesta, beh, Tempesta sembrava diverso. Non era qualcosa che potessero spiegare facilmente, ma Raimondo lo notò per primo. «Hai visto che non si dimena più contro la recinzione?», sussurrò a un altro mentre scaricavano sacchi davena. «Sì, né ieri ha morso nessuno».

«E adesso mangia senza sprecare il mangime». Laltro alzò le spalle. «Forse è passato il suo delirio, ma non è follia né stanchezza. È qualcosa di più profondo, qualcosa che cresce nel silenzio notturno, proprio quando la fattoria dorme e nessuno guarda». Quella notte, come le precedenti, Ginevra tornò al recinto.

Attraversò il buco a piedi nudi, con il vestito sporco e il cuore che batteva forte, non per paura, ma per unemozione più vicina allentusiasmo, allappartenenza. Tempesta era sveglio, laspettava. Lei lo sentiva. Si sedette nello stesso posto di sempre, non troppo vicino, non troppo lontano. «Ciao, bestia», sussurrò con voce dolce.

«Oggi mi hanno chiamato strega. Un altro giorno il cavallo ha sbuffato, muovendosi la testa da un lato allaltro, come se volesse scrollarsi di dosso il commento». Si sedette accanto a lui. Tempesta si sdraiò lentamente, le zampe raccolte sotto il corpo, gli occhi semi chiusi. Il sole cominciava a calare, tingendo il manto nero del cavallo di un oro quasi liquido. Ginevra appoggiò la testa sul suo collo, chiudendo gli occhi. «Sei lunico che non mi guarda come spazzatura».

Dallaltra parte della recinzione, Raimondo li osservava con una miscela di frustrazione e sconforto. Aveva le braccia incrociate e la mascella tesa. Non capiva come fosse arrivato a quel punto. «Come è possibile che un purosangue indomabile si arrenda così davanti a una bambina?», si chiedeva, quasi a sé stesso. «Lo dirà al padrone, vero?», gli sussurrò un altro braccio, in tono basso. «Non è naturale», mormorò. «I cavalli non cambiano così. Non senza addestramento, nonE così, con il sole che tingeva di rosso l’orizzonte, Ginevra e Tempesta cavalcarono insieme l’ultima curva del villaggio, dimostrando che anche il più indomabile dei cuori può trovare casa dove c’è un po’ di follia e un sacco di coraggio.

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