DIARIO DI GIORGIO
Ho sempre pensato che mia moglie, Bianca, fosse… strana. Bellissima, certo: una vera bionda naturale con occhi neri intensi, curve da capogiro, gambe infinite. E a letto, una passione travolgente, di quelle da togliere il fiato. Allinizio era tutto fuoco, nemmeno il tempo di pensare. Poi è arrivata la gravidanza. Così ci siamo sposati, come si usa fare.
È nato nostro figlio, Matteo, lo stesso biondo dagli occhi neri. Seguivamo ogni rito da neo-genitori: pannolini, primi passi, prime parole. Bianca si comportava da mamma modello, dolce ed affettuosa.
Ma quando Matteo ha raggiunto ladolescenza, Bianca ha cambiato rotta. Si è appassionata di fotografia. Sempre con quella sua reflex al collo, si è iscritta a vari corsi e passava le serate armeggiando con obiettivi e computer.
“Cosa ti manca, scusa? le chiedevo spesso. Sei avvocato, lavora su quello!
“Avvocatessa,” mi correggeva con aria assente, senza nemmeno voltarsi.
“Avvocatessa, sì Ma pensa un po di più alla famiglia invece di girare chissà dove.
Neppure io sapevo davvero cosa mi dava fastidio. Non trascurava la casa: trovavo sempre la cena pronta, tutto pulito, Matteo seguito nei compiti Io tornavo dal lavoro, mi sdraiavo davanti alla TV, tutto come da copione. Eppure sentivo come se Bianca si dissolvesse in una parte della sua vita in cui io non esistevo. Era presente, ma anche distante. Mai una partita guardata insieme, mai una chiacchierata; mi serviva la cena e ripartiva per il suo mondo.
“Ma ti rendi conto che sei una donna sposata oppure no?” sbottavo trovandola spesso davanti al computer.
E lei zitta. Si chiudeva ancora di più.
Poi ha iniziato a viaggiare paesi esotici, viaggi con lo zaino in spalla e la solita macchina fotografica. Io non riuscivo a capire. Ma vieni dai nostri amici in campagna, hanno fatto la griglia nuova, vino buono! E pensa, dovremmo pensare anche noi a una casa al mare
Bianca rifiutava ma mi invitava ad unirla nei viaggi. Ci ho provato una volta. Non faceva per me: tutto diverso, lingue incomprensibili e cibo troppo speziato. Non trovavo bellezza nei paesaggi, come invece faceva lei.
Così Bianca ha iniziato a viaggiare sola. E si è persino licenziata.
“E la pensione?” protestavo. E poi, chi credi di essere? La grande fotografa? Lo sai quanto costa farsi strada in quel mondo?
Non mi rispondeva. Solo una volta, quasi sussurrando, mi ha detto che stava per fare la sua prima mostra personale.
Tutti fanno una mostra, ho brontolato. Che conquista sarebbe?
Ma ci sono andato allinaugurazione. Non ci ho capito niente: facce segnate, mani rugose, gabbiani sul mare Tutto strano, proprio come Bianca.
Quella volta ho anche scherzato su di lei Ma poi, senza che me laspettassi, Bianca mi ha regalato una macchina nuova. Siamo una famiglia, usala quando vuoi. Neanche la patente aveva preso lei quei soldi li aveva messi da parte con i suoi lavori fotografici.
Allora ho iniziato a sentirmi a disagio. Cosa strana avevo in casa al posto di una normale moglie? Da dove arrivavano quei soldi? Con chi altro lavorava? Non puoi certo comprarti unauto con qualche foto ai matrimoni Magari aveva un amante? E anche se allora non era così, temevo lo sarebbe stato presto.
Una volta, durante una discussione, lho strattonata, una leggera sberla. Lei ha afferrato un coltello da cucina e, senza pensare, ha lasciato due taglietti sulla mia pancia. Per fortuna non sapeva, o non voleva, colpire sul serio. Poi mi ha chiesto scusa, e da allora non ho mai più alzato le mani.
A Bianca piacciono da morire i gatti. Li raccoglieva dalla strada, li curava, sempre con almeno due in casa: affettuosi, certo, ma sono bestie, no? Come si può amarli più del marito?
Un giorno uno dei gatti non ce lha fatta; è morto tra le sue braccia dal veterinario. Bianca era distrutta: piangeva, beveva persino grappa per stare in piedi, si incolpava di tutto. È andata avanti così giorni e giorni. Alla fine, esasperato, le ho detto: Mi raccomando, piangi anche per gli scarafaggi!
Mi ha semplicemente lanciato uno sguardo pesante e si è chiusa ancora di più in se stessa. Ho lasciato perdere.
Amici comuni e parenti mi davano ragione, anche le amiche di Bianca pensavano che ormai fosse fuori di testa, aveva perso il senso della misura. Così ho trovato conforto nella nostra vicina, Laura, che per caso era anche amica dinfanzia di Bianca. Lei era diversa: semplice, lavorava in una salumeria, senza grilli per larte. Sempre pronta a chiacchierare, e anche a portarsi a letto Forse beveva troppo, ma tanto mica ci pensavo a sposarla.
Aspettavo che Bianca si accorgesse di qualcosa, che facesse una scenata di gelosia, che rompesse piatti. Avrei potuto allora sbottare: E tu, dove vai sempre? E poi, magari, perdonarci tutto a vicenda, tornare alla normalità. E lasciare Laura.
Ma Bianca non ha mai detto nulla. Solo mi guardava diversamente. Anche a letto era cambiato tutto: si chiudeva, appena la toccavo. Alla fine è andata a dormire in unaltra stanza.
Matteo ormai era cresciuto, si era laureato. Tutto sua madre: occhi neri, capelli biondi, modi strani.
“E i nipoti? gli chiedevo.
Matteo rideva: Papà, voglio prima realizzarmi e magari trovare un amore vero. Poi vedremo, nonno!
Un altro pianeta, davvero. Con sua madre condivideva unintesa silenziosa che io non capivo mai. Quegli occhi neri impossibili da leggere. Io mi sentivo sempre di più un estraneo, e tornavo da Laura.
Poi qualcuno tra i vicini avvisò Bianca. Io, del resto, mica mi nascondevo. Tornai a casa e la trovai, Bianca, seduta al tavolo, una sigaretta tra le dita. Sussurrò appena: Vai via. Fuori da casa.
Quegli occhi neri, cerchiati. Davvero spaventosi.
Sono andato da Laura. Mi aspettavo che Bianca mi cercasse, che mi chiedesse di tornare. Invece, dopo una settimana mi arrivò un messaggio WhatsApp: Dobbiamo parlare. Ero quasi contento, feci la doccia, mi misi il profumo buono
Ma Bianca, appena mi vide, senza preamboli: Domani firmiamo per il divorzio.
Il resto lo ricordo come un sogno confuso: tribunale, carte, firme. Ho lasciato a lei la nostra parte di casa, tanto era già sua, dei suoi genitori.
“E adesso che fai, vivi da sola per sempre?” le ho chiesto amaramente fuori dallanagrafe. Quasi le avrei detto anche: e chi ti vuole?, ma mi sono frenato.
Bianca mi ha sorriso. Davvero, per la prima volta dopo anni, proprio a me. Un sorriso sincero, largo.
“Me ne vado a Milano. Mi hanno offerto un progetto importante.”
“Non vendere casa, però,” le ho chiesto, senza nemmeno sapere perché. “Dove tornerai?”
“Non tornerò,” ha risposto tranquilla. “Guarda, è da tempo che amo unaltra persona. Anche lui è fotografo, di Milano. Con lui sto davvero bene. Ma non ho mai tradito, non mi piace farlo né avevo motivo di separarmi. Semplicemente siamo troppo diversi. Si può divorziare per questo?”
“Non si divorzia,” ho confermato io.
“E invece eccoci qua,” ha riso Bianca. “Mi sono anche arrabbiata quando ho saputo di Laura, ma poi ho pensato che forse è meglio così. Io sarò felice e anche tu. Sposala, vedrai che ti troverai bene.”
E se nè andata.
“Non mi sposerò,” le ho detto a mezza voce, mentre si allontanava.
Ma ormai non poteva certo sentirmi.
Da allora nessuna notizia. Solo una volta allanno, un messaggio sul cellulare: “Buon compleanno! Salute e felicità! Grazie per nostro figlio.E mi sorprendo ogni volta a pensare che quella donna, che ho provato a dominare senza riuscirci mai davvero, mi sia rimasta nella testa così, come una domanda irrisolta. Seguo da lontano i pochi brandelli della sua vita: una foto su una rivista, unintervista online dove parla sempre poco di sé. Matteo la va a trovare a Milano, ogni tanto. Con me parla del più e del meno, come tra uomini che hanno smesso di capirsi davvero.
Una sera, tornando a casa, trovo uno dei vecchi album di Bianca. E sfoglio quelle fotografie sgangherate: il primo viaggio da soli in Grecia, i gatti sotto il sole, i nostri visi giovani e stupiti. Nello specchio, il mio volto stanco quasi non ricorda più quel tempo.
Laura mi sopporta, ma non sono mai stato davvero gentile né innamorato. Ogni tanto chiede: Se potessi tornare indietro, ti risposeresti Bianca? E io sorrido, mentendo. Sorrido mentre in realtà penso che lho amata soprattutto quando lho lasciata libera di essere ciò che era: qualcuna che non potevo afferrare.
La primavera dopo, mi arriva per posta una cartolina da Lisbona. Bianca scrive solo poche righe, una grafia che riconosco subito:
Sto bene. Spero che anche tu abbia trovato la tua strada. Grazie.
Rido tra me. Strade, sentieri. Forse sono destinato a perdermi in periferie tranquille, con cene normali e assenza di domande. Il cuore a volte mi fa male, come se volesse risvegliarmi. Ma resto seduto in cucina, guardando fuori dalla finestra la pioggia che cade sui tetti marroni, e accarezzo svogliatamente il vecchio gatto raccolto anni fa.
Capisco adesso che la vera stranezza di Bianca era voler essere felice, costi quel che costi. E io, invece, sono rimasto qui, a inseguire unidea di normalità che nessuno ha mai saputo spiegarmi davvero.
Forse, in fondo, è questo che resta: la certezza che non si cambia mai nessuno, e che la felicità, quando passa, va lasciata andare avanti. Anche se non farà mai più ritorno.






