— Siamo in stazione, hai mezz’ora per chiamarci un taxi di lusso per me e i bambini! — ha ordinato la parente — Ma tu sei mia sorella o solo una sconosciuta di passaggio? Non ti vergogni a comportarti così, soprattutto davanti ai tuoi figli? Ti pesa tanto comprare abiti ai tuoi adorati nipotini? Perché dovrei essere io a chiederti di pensare a loro? Dovresti offrirti spontaneamente! E poi dovresti aiutarmi anche economicamente! Tu, che non sei mai riuscita ad avere figli e forse mai li avrai! Io invece faccio tutto da sola, sono una mamma single! — Angela lanciava parole taglienti come frecce alla sorella Nadia, cercando di ferirla sempre più e invadere i suoi spazi privati. Nadia non era mai stata la figlia “preferita” in famiglia. La madre l’aveva avuta da sola; quando poi si sposò, la primogenita diventò una presenza scomoda. Il patrigno la rimproverava continuamente, la madre sfogava su di lei la frustrazione di essersi sistemata alla meno peggio pur di non restare madre single. Solo quando nacque la sorellina, Nadia trovò un fragile equilibrio: le venne affidato il compito di prendersi cura della piccola Angela. Doveva occuparsi della sorella, nutrirla, intrattenerla, educarla, tutto questo a discapito della sua infanzia, dei compiti della scuola, e del suo tempo libero. Se non riusciva a vestire o a dare da mangiare alla piccola in tempo, non poteva uscire con le amiche o andare alle feste di compleanno. Crescendo, anche Angela iniziò a trattare Nadia come la serva di casa, proprio come facevano i genitori. A diciotto anni, Nadia decise di cambiare vita: scelse di iscriversi all’università più lontana che trovò, fece le valigie e se ne andò decisa a non tornare più. Per dieci anni seppe ben poco della sua famiglia. Le telefonate, rare, arrivavano solo per chiedere soldi, che naturalmente non restituivano mai. Le richieste erano sempre per i bisogni dei figli di Angela. — Nadia, a Paoletta si è rotta la giacca. Mandaci subito cinquemila euro, non ha niente da mettere per andare all’asilo! — Nadia, i gemelli hanno bisogno di regali per il compleanno! Angela ha trovato quelli giusti, ci vogliono diecimila euro! — Nadia! Angela è di nuovo senza lavoro, non capiscono che con tre figli ha altro a cui pensare. Ora dovrai pagare tu il nido dei gemelli e anche i corsi di preparazione di Paoletta per la scuola! Ogni richiesta era un ordine e nessuno si chiedeva come stesse Nadia o se poteva davvero permetterselo. Ai loro occhi, la sua “fortuna” le imponeva di aiutare tutti. L’orgoglio della madre per i suoi successi era inesistente: piuttosto, la rimproverava perché avrebbe potuto lavorare ancora di più per aiutare ancor più la famiglia. Nadia, tuttavia, non riusciva ad annullare il senso di colpa martellatole fin da piccola. Non riusciva a negarsi alla madre; ogni volta che riceveva una chiamata metteva mano ai conti per vedere a cosa avrebbe dovuto rinunciare ogni mese. La vita sentimentale di Nadia era molto più tranquilla di quella della sorella. Anche lei, però, aveva vissuto un matrimonio finito male: poco prima delle nozze il futuro marito scoprì che Nadia non poteva avere figli e la lasciò. Lei superò il dolore da sola, raccontandone alla madre solo dopo anni. Da allora la sua “sterilità” divenne argomento costante nelle conversazioni familiari. — La nostra Nadia è proprio un’orchidea sterile… Che sfortuna! Meno male che Angela ci ha dato dei nipotini… — diceva la madre. Per un po’ la lasciarono stare; finché, un giorno, la sorella decise di mostrare a Nadia cosa significasse davvero essere “una vera sorella”. Una mattina, uno dei rari giorni liberi, Nadia si trovò la sorella con figli al seguito alla porta di casa. — Nadia, ma dove sei? Devo per forza andare in autobus con i bambini? Chiamaci subito un taxi! E non prenderne uno qualsiasi, solo un’auto elegante. I piccoli non sopportano certi ambienti! — Ma dove sei? E poi, perché dovrei chiamarti un taxi? — rimase basita Nadia. — Non te l’ha detto la mamma? Ho deciso, mi trasferisco da te. Non c’è niente da fare nel nostro paesino! Verrò a vivere con te. Sono in stazione, hai mezz’ora per farci arrivare un taxi di livello. — La sorella riattacca e Nadia resta paralizzata: neanche andandosene a mille chilometri era riuscita a sfuggire all’invadenza di Angela. La sera stessa Angela distribuiva ordini: — Domani mi troverai un impiego nel tuo ufficio, tu sei capo adesso! Che sia ben pagato ma senza troppo stress, e ci voglio dei bei ragazzi tra i colleghi! Ah, assicurati anche che possa uscire in qualsiasi momento! Per i gemelli compra un letto a castello; non penserai certo che possiamo stare tutti su un solo divano! Stasera, dài, io dormo nel tuo letto con i bambini, tu e Paola sul divano. E visto che arriva il freddo, compra indumenti caldi ai miei figli, mi raccomando! Devono essere belli quanto quelli degli altri, ché non voglio essere etichettata come “la divorziata col rimorchio”! Nadia ascoltava e non capiva perché non aveva ancora buttato fuori casa quella sorella viziata. Perché sopportava tutto questo? Perché non aveva mai difeso i suoi spazi, permettendo che la situazione degenerasse così? Improvvisamente, la rabbia montò, mischiata a rancore verso i genitori e il desiderio di cambiare le cose. Decisa, interruppe la sorella e disse: — Stanotte restate qui, ma domani mattina ti accompagno in stazione e torni a casa dai nostri! Non ti manterrò più, né pagherò le spese per i tuoi figli! Li hai fatti tu, te li cresci tu! Ho finito di sopportare! Io non ti ho messo al mondo, non spetta a me risolvere i tuoi problemi. Considera annullato ogni debito della vostra allegra famigliola! Se domattina non te ne vai, chiamo i carabinieri e non mi importa che ci siano dei bambini: sono tuoi figli, non miei problemi! E dormi con i tuoi figli sul divano, io voglio il mio letto! La sicurezza di Nadia tolse fiato ad Angela, che rimase senza parole, lamentandosi poi tutto il tempo con la madre al telefono — senza però ottenere reazione. Il mattino dopo, Nadia la buttò letteralmente fuori di casa, lasciandole solo pochi soldi per il taxi e il treno. — Finisce qui. Puoi dimenticare la strada per casa mia, e la parola “dovere”. Io ho la mia vita e non coincide coi tuoi problemi, — chiuse la porta mentre una lacrima le scendeva sul volto. Ma capì di aver preso la decisione giusta: se non l’avesse fatto, quei “meravigliosi” parenti l’avrebbero letteralmente consumata. Liberatasi da obblighi che di fatto l’avevano sempre soffocata, Nadia tornò finalmente a respirare a pieni polmoni. Cominciò a frequentare un uomo e, dopo due anni, si sposarono. Insieme adottarono due bambini e riuscirono a costruirsi una vita davvero felice.

Siamo in stazione, hai mezzora per chiamarmi un taxi business class per me e i bambini! proclamò con tono imperiale la mia cara parente.
Ma scusa, Giulia, sei mia sorella o una passante capitata qui per caso? Non ti vergogni a comportarti così, e proprio davanti ai bambini? Ma ti pesa davvero così tanto comprare un po di vestiti per i tuoi nipoti? Perché devo sempre io chiederti qualcosa per loro? Dovresti offrirti spontaneamente! E anche aiutarmi coi soldi! Tu non sei stata capace di avere figli, e dubito che ormai ci riuscirai! Io sono una madre single, io! sparava Elisa parole appuntite come freccette contro Anna, cercando ogni volta di colpirla dove faceva più male e di sconfinare ancora un po nelle sue sacrosante frontiere personali.

Anna non era mai stata la prediletta della famiglia. Mamma laveva avuta da ragazza, senza marito tra i piedi, e quando poi si sposò, la figlia maggiore divenne improvvisamente la causa di ogni disagio. Il patrigno le rinfacciava anche laria che respirava e la madre sfogava su di lei la rabbia repressa per aver dovuto sposare il primo che passava, pur di non restare madre single a vita. Solo con la nascita della sorellina, Elisa, Anna riuscì finalmente a respirare un po. Da quel giorno il suo destino fu segnato: doveva fare da tata alla piccola.

Il tempo di Anna era monopolizzato da Elisa: le toccava nutrirla, distrarla, svilupparne il cervello (sempre che ne avesse lasciato uno a disposizione), tutto mentre cercava di tenere insieme scuola e vita propria. Se Anna non riusciva a cambiare o imboccare la sorella entro i termini stabiliti, non vedeva più amiche e addio feste di compleanno delle compagne di classe. Col passare degli anni, la piccola Elisa adottò lo stesso atteggiamento dei genitori, trattando la sorella come una specie di domestica sottopagata.

A diciotto anni, finito il liceo e ormai esasperata, Anna prese finalmente coraggio e cambiò la sua vita: scelse per luniversità la città più distante che potesse trovare sulla cartina, mise insieme due stracci e scappò via, decisa a non tornare mai più. Nei dieci anni successivi, della vita di genitori e sorella le importava meno di zero. Se si facevano vivi era solo per chiedere soldi con la stessa frequenza con cui si cambia la carta didentità. Prestiti, ovviamente, mai restituiti.

Anna non era mai tornata volentieri in visita, però sapeva, grazie alle voci di famiglia, che Elisa era diventata mamma a diciassette anni, aveva rischiato un matrimonio lampo lanno dopo e si era affrettata a partorire il secondo figlio, temendo che il marito venisse spedito a fare il militare. Fortuna volle, partorì gemelli! Ma il giovane padre, assaggiata la gioia suprema della paternità precoce, si era volatilizzato come zucchero nel caffè, pretendendo pure il divorzio.

E lì, le telefonate cominciarono a intensificarsi. Anna, a differenza della sorella, in quei dieci anni qualcosa laveva combinata: laurea, lavoro in azienda, pian piano si era fatta notare e i soldi, seppur non a palate, finalmente bastavano anche per un mutuo (ok, un mini-monolocale di trenta metri, ma suo!).
©Stella Chiari

Ovviamente la notizia che la figlia non navigava in miseria si diffuse nella cerchia dei genitori: da allora le telefonate si sprecavano. Chiedevano prestiti per i nipoti (mai visti restituiti), ordini tipo:
Anna, a Carlotta si è strappato il giubbotto. Mandaci centocinquanta euro subito, che domani la bimba in asilo non ci va in costume da bagno!
Anna, per i gemelli servono i soldi dei regali di compleanno! Elisa ne ha trovati di adatti, tu manda trecento euro.
Anna! Elisa ha di nuovo perso il lavoro. La poverina, pensa, madre di tre figli! Ora che sei tanto generosa, pagherai tu lasilo dei gemelli e la pre-scuola di Carlotta!

Ogni richiesta aveva il tono imperioso di un decreto ministeriale. Nessuno chiese mai ad Anna se davvero avesse quei soldi, o se magari le servissero per mangiare (o per le rate, dettaglio!). Delle sue gioie o tormenti, mamma non aveva mai chiesto nulla: la dava per scontata, ormai destinata al benessere lontano dalla famiglia. Dei successi di Anna, ovviamente, nessuno si è mai vantato al bar: poteva fare di più, aiutare di più!

Lunica cosa in cui Anna primeggiava, invece, era un gran senso di colpa, instillato nella mente da quando portava ancora le trecce. Dire di no alla madre? Impensabile. Ogni volta, dopo una telefonata, Anna si sedeva, scrollava la testa, faceva due conti e decideva a quale spesa rinunciare quel mese.

La vita privata di Anna era molto meno rocambolesca di quella di Elisa, ma anche lei aveva avuto la sua parte di sfighe. Appena trovato lavoro, si era messa insieme a un collega. Tutto sembrava andare bene, matrimonio in vista finché, come se non bastasse, scoprì di non poter avere figli. Il futuro marito, dedotto che una moglie difettosa non faceva per lui, sparì lasciandola sola a leccarsi le ferite. Anna confessò tutto alla madre solo dopo anni: da quel giorno, la propria sterilità divenne oggetto preferito di ogni ritrovo di famiglia.

Anna è come un fiore senza frutto Che sfortuna, poverina! Meno male che Elisa ci ha dato dei nipoti! ripeteva la madre. Per un po’ fu lasciata in pace, ma poi un giorno Elisa decise che era ora per la sorella maggiore di mostrare tutta la sua sorellanza con i fatti. Una mattina di un raro weekend libero, Anna udì il campanello risuonare nellappartamento.

Anna, dove diavolo sei? Devo forse io schiattare sull’autobus coi bambini? Chiama subito il taxi! E bada che sia business! I piccoli svengono se sentono odore di fumo! Quindi non risparmiare!
Ciao. Ma esattamente dove sei, e soprattutto perché dovrei chiamarti un taxi? rispose Anna, basita.
La mamma non ti ha detto niente? Ho deciso di trasferirmi da te. Qui non cè proprio più niente da fare! Vivrò con te. Sono in stazione, hai mezzora per mandarci a prendere. Elisa chiuse la chiamata. Anna quasi svenne. Aveva fatto mille km, ma non era mai riuscita a scappare dalla sfacciataggine della sorella.

La sera, Elisa già prendeva ordini:
Domani mi trovi un lavoro nel tuo ufficio, ma che sia facile, ben pagato e con colleghi giovani e fighi. E che possa uscire quando mi pare! Per i gemelli compra subito un letto a castello, non ci staremo mica tutti sul tuo divano! Stasera, proprio perché ti voglio bene, dormo io nel tuo letto con i bambini e tu col Polletto sul divano. E già che ci siamo, tra poco fa freddo, servono vestiti nuovi ai bambini! Devono essere belli, non voglio fare la figura della poverella divorziata!

Anna ascoltava e si domandava perché non lavesse ancora cacciata fuori a calci. Perché sopportare tutto questo? Perché mai aveva lasciato che si arrivasse a un tale punto? Ma ora qualcosa in lei si ribellava, finalmente. Si alzò decisa, fece segno alla sorella di tacere e sbottò:

Stanotte dormite qui, domattina ti riaccompagno in stazione e torni a casa dai nostri! Non vi mantengo più né mando più un euro per i tuoi figli! I figli li hai fatti tu, ora te li cresci tu! Basta, sono stanca! Non ti ho messa al mondo io, non è mio il dovere di mantenerti. Considera i miei generosi aiuti passati come saldati! Se domani mattina non lasci casa mia, chiamo i Carabinieri. Mi importa zero, anche se qui ci sono i bambini! Li hai voluti tu, sono un tuo problema! Ah, e dormi pure tutti insieme sul divano degli ospiti, io voglio almeno dormire bene!

La determinazione di Anna ammutolì Elisa, che borbottò tutta la sera, telefonò alla mamma lagnandosi, ma Anna non si lasciò impressionare. La mattina dopo, senza troppi cerimoniali, la accompagnò alla porta, lasciandole qualche euro per il taxi e il treno.

Con questo è finita. Puoi tranquillamente dimenticare la strada di casa mia. Io ho la mia vita, e sai una cosa? Non coincide coi tuoi bisogni, chiuse la porta, sentendosi finalmente leggera. Pianse a lungo, si torturò nella mente, ma capì di aver fatto lunica cosa giusta. Altrimenti, lavrebbero buttata fuori dal mondo a furia di pretese questi splendidi parenti.

Sgravata da doveri insensati che la tenevano prigioniera, Anna cominciò finalmente a vivere a pieni polmoni. Conobbe un uomo meraviglioso e, dopo due anni, si sposarono. Insieme adottarono due bambini e vissero per davvero felici e contenti.

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— Siamo in stazione, hai mezz’ora per chiamarci un taxi di lusso per me e i bambini! — ha ordinato la parente — Ma tu sei mia sorella o solo una sconosciuta di passaggio? Non ti vergogni a comportarti così, soprattutto davanti ai tuoi figli? Ti pesa tanto comprare abiti ai tuoi adorati nipotini? Perché dovrei essere io a chiederti di pensare a loro? Dovresti offrirti spontaneamente! E poi dovresti aiutarmi anche economicamente! Tu, che non sei mai riuscita ad avere figli e forse mai li avrai! Io invece faccio tutto da sola, sono una mamma single! — Angela lanciava parole taglienti come frecce alla sorella Nadia, cercando di ferirla sempre più e invadere i suoi spazi privati. Nadia non era mai stata la figlia “preferita” in famiglia. La madre l’aveva avuta da sola; quando poi si sposò, la primogenita diventò una presenza scomoda. Il patrigno la rimproverava continuamente, la madre sfogava su di lei la frustrazione di essersi sistemata alla meno peggio pur di non restare madre single. Solo quando nacque la sorellina, Nadia trovò un fragile equilibrio: le venne affidato il compito di prendersi cura della piccola Angela. Doveva occuparsi della sorella, nutrirla, intrattenerla, educarla, tutto questo a discapito della sua infanzia, dei compiti della scuola, e del suo tempo libero. Se non riusciva a vestire o a dare da mangiare alla piccola in tempo, non poteva uscire con le amiche o andare alle feste di compleanno. Crescendo, anche Angela iniziò a trattare Nadia come la serva di casa, proprio come facevano i genitori. A diciotto anni, Nadia decise di cambiare vita: scelse di iscriversi all’università più lontana che trovò, fece le valigie e se ne andò decisa a non tornare più. Per dieci anni seppe ben poco della sua famiglia. Le telefonate, rare, arrivavano solo per chiedere soldi, che naturalmente non restituivano mai. Le richieste erano sempre per i bisogni dei figli di Angela. — Nadia, a Paoletta si è rotta la giacca. Mandaci subito cinquemila euro, non ha niente da mettere per andare all’asilo! — Nadia, i gemelli hanno bisogno di regali per il compleanno! Angela ha trovato quelli giusti, ci vogliono diecimila euro! — Nadia! Angela è di nuovo senza lavoro, non capiscono che con tre figli ha altro a cui pensare. Ora dovrai pagare tu il nido dei gemelli e anche i corsi di preparazione di Paoletta per la scuola! Ogni richiesta era un ordine e nessuno si chiedeva come stesse Nadia o se poteva davvero permetterselo. Ai loro occhi, la sua “fortuna” le imponeva di aiutare tutti. L’orgoglio della madre per i suoi successi era inesistente: piuttosto, la rimproverava perché avrebbe potuto lavorare ancora di più per aiutare ancor più la famiglia. Nadia, tuttavia, non riusciva ad annullare il senso di colpa martellatole fin da piccola. Non riusciva a negarsi alla madre; ogni volta che riceveva una chiamata metteva mano ai conti per vedere a cosa avrebbe dovuto rinunciare ogni mese. La vita sentimentale di Nadia era molto più tranquilla di quella della sorella. Anche lei, però, aveva vissuto un matrimonio finito male: poco prima delle nozze il futuro marito scoprì che Nadia non poteva avere figli e la lasciò. Lei superò il dolore da sola, raccontandone alla madre solo dopo anni. Da allora la sua “sterilità” divenne argomento costante nelle conversazioni familiari. — La nostra Nadia è proprio un’orchidea sterile… Che sfortuna! Meno male che Angela ci ha dato dei nipotini… — diceva la madre. Per un po’ la lasciarono stare; finché, un giorno, la sorella decise di mostrare a Nadia cosa significasse davvero essere “una vera sorella”. Una mattina, uno dei rari giorni liberi, Nadia si trovò la sorella con figli al seguito alla porta di casa. — Nadia, ma dove sei? Devo per forza andare in autobus con i bambini? Chiamaci subito un taxi! E non prenderne uno qualsiasi, solo un’auto elegante. I piccoli non sopportano certi ambienti! — Ma dove sei? E poi, perché dovrei chiamarti un taxi? — rimase basita Nadia. — Non te l’ha detto la mamma? Ho deciso, mi trasferisco da te. Non c’è niente da fare nel nostro paesino! Verrò a vivere con te. Sono in stazione, hai mezz’ora per farci arrivare un taxi di livello. — La sorella riattacca e Nadia resta paralizzata: neanche andandosene a mille chilometri era riuscita a sfuggire all’invadenza di Angela. La sera stessa Angela distribuiva ordini: — Domani mi troverai un impiego nel tuo ufficio, tu sei capo adesso! Che sia ben pagato ma senza troppo stress, e ci voglio dei bei ragazzi tra i colleghi! Ah, assicurati anche che possa uscire in qualsiasi momento! Per i gemelli compra un letto a castello; non penserai certo che possiamo stare tutti su un solo divano! Stasera, dài, io dormo nel tuo letto con i bambini, tu e Paola sul divano. E visto che arriva il freddo, compra indumenti caldi ai miei figli, mi raccomando! Devono essere belli quanto quelli degli altri, ché non voglio essere etichettata come “la divorziata col rimorchio”! Nadia ascoltava e non capiva perché non aveva ancora buttato fuori casa quella sorella viziata. Perché sopportava tutto questo? Perché non aveva mai difeso i suoi spazi, permettendo che la situazione degenerasse così? Improvvisamente, la rabbia montò, mischiata a rancore verso i genitori e il desiderio di cambiare le cose. Decisa, interruppe la sorella e disse: — Stanotte restate qui, ma domani mattina ti accompagno in stazione e torni a casa dai nostri! Non ti manterrò più, né pagherò le spese per i tuoi figli! Li hai fatti tu, te li cresci tu! Ho finito di sopportare! Io non ti ho messo al mondo, non spetta a me risolvere i tuoi problemi. Considera annullato ogni debito della vostra allegra famigliola! Se domattina non te ne vai, chiamo i carabinieri e non mi importa che ci siano dei bambini: sono tuoi figli, non miei problemi! E dormi con i tuoi figli sul divano, io voglio il mio letto! La sicurezza di Nadia tolse fiato ad Angela, che rimase senza parole, lamentandosi poi tutto il tempo con la madre al telefono — senza però ottenere reazione. Il mattino dopo, Nadia la buttò letteralmente fuori di casa, lasciandole solo pochi soldi per il taxi e il treno. — Finisce qui. Puoi dimenticare la strada per casa mia, e la parola “dovere”. Io ho la mia vita e non coincide coi tuoi problemi, — chiuse la porta mentre una lacrima le scendeva sul volto. Ma capì di aver preso la decisione giusta: se non l’avesse fatto, quei “meravigliosi” parenti l’avrebbero letteralmente consumata. Liberatasi da obblighi che di fatto l’avevano sempre soffocata, Nadia tornò finalmente a respirare a pieni polmoni. Cominciò a frequentare un uomo e, dopo due anni, si sposarono. Insieme adottarono due bambini e riuscirono a costruirsi una vita davvero felice.