— Signor Vasili, di nuovo ha perso l’autobus! — la voce dell’autista suona amichevole ma con una pun…

Giuseppe, ancora una volta hai perso lautobus! la voce dellautista suona gentile, ma con un sottile rimprovero, come se venisse da dentro unosteria nebbiosa, rimbalzando sulle pareti come una filastrocca dimenticata. È già la terza volta questa settimana che rincorri il mio autobus come un pazzo in una notte di Carnevale.

Il pensionato, impigliato nella sua giacca sgualcita, respira a fatica contro il corrimano, gli occhiali calati sulla punta del naso, i capelli grigi scompigliati come edera selvatica sui ruderi di una villa romana.

Hai ragione, Matteo riesce a sussurrare Giuseppe, sfoderando dalla tasca banconote stropicciate di dieci euro che sembravano petali di una rosa sognata. Lorologio sè fermato oppure sono io che non seguo più il tempo

Matteo Rinaldi, autista di lunga esperienza, avrà quarantacinque anni, volto cotto dal sole e dal vento della strada statale che serpeggia da Parma a Reggio. Da ventanni accompagna anime e racconti sulla sua linea; ormai riconosce i passeggeri dal passo, dallo sguardo, dallodore di caffè sulle dita. E questo vecchietto gli è entrato nel cuore da subito così educato, così silenzioso, sempre la stessa corsa, sempre la stessa ora, come una messa segreta celebrata per due.

Su, va, sali pure. Dove si va oggi, Giuseppe?

Al cimitero, come sempre.

Il bus sussurra e si allontana dalla pensilina, sprofondando nella foschia del mattino parmense. Giuseppe si siede al suo solito posto: terza fila, lato finestrino, mani serrate su una busta di plastica consumata dal tempo, forse piena di fiori o di ricordi.

Pochi altri passeggeri nel carrello sbadato dellalba: qualche studentessa scuote i capelli e le risate come campanelli, un uomo in cravatta sprofonda il viso nello schermo. Nulla di strano, eppure tutto sembra più irreale, sfumato, oscillante come in un sogno tra le vigne.

Mi dica, Giuseppe Matteo lo osserva nel riflesso dello specchietto, il volto da Madonnaro stanco ogni giorno ci vai? Non ti pesa?

Dove vuoi che vada, sospira piano Giuseppe, spalancando occhi dacqua sulla pianura fuori dal finestrino. Lì è rimasta mia moglie da un anno e mezzo. Le ho giurato: vengo ogni giorno.

La pancia di Matteo si stringe come una tarantella. Anche lui ha moglie, e la adora. Immaginare di perderla lo getta in un labirinto dombre.

E abiti lontano?

No, con lautobus ci metto mezzora. A piedi sarebbe unagonia le gambe non vanno più. Ma la pensione basta, per il biglietto.

I giorni scorrono come gocce di aceto balsamico su una lastra di marmo. Giuseppe ormai è una costante nel viaggio: lo si aspetta, lo si riconosce, il tempo si adatta alla sua lentezza. Talvolta arriva in ritardo, e allora Matteo rimane qualche minuto in più, come se lautobus stesse trattenendo il respiro.

Non devi aspettarmi, Matteo, un giorno gli sorride il vecchio, occhi ancora lucidi del sonno. Cè lorario, e va rispettato.

Bagatelle! ride lautista, un paio di minuti che vuoi che siano, tra amici nel sogno?

Poi, una mattina, Giuseppe non cè. Matteo aspetta forse si è attardato a chiudere i ricordi. Ma niente. Il giorno dopo, ancora assente. E ancora. La sua mancanza rumoreggia come i tuoni destate che annunciano la pioggia.

Tamara, dice allaiutante di linea, una donna con gli occhi dolivo hai visto quel vecchietto? Quello che va sempre al cimitero?

Boh, chissà fa spallucce Tamara magari sono arrivati i figli, o si sarà ammalato

Eppure dentro Matteo cresce uninquietudine molle, appiccicata come miele: si è abituato al passo di Giuseppe, al suo educato grazie, al sorriso malinconico.

Passa una settimana, ma del vecchietto, nel sogno parmense, non vè traccia. Matteo decide: nella pausa, prende il bus fino al capolinea, verso quel regno di silenzi dove i nomi sono scolpiti sulla pietra.

Mi scusi, signora, chiede al custode, una donna con lo chignon e la voce che sgrana rosari qui veniva un vecchietto ogni giorno, Giuseppe Sempre coi capelli bianchi, gli occhiali, una busta in mano. Lha visto?

Come no! si rallegra lei, come se parlasse di una statua. Sempre puntuale. Ogni giorno, per sua moglie.

E ora?

Da almeno una settimana che non si fa vedere.

Magari è malato?

Eh, chi lo sa una volta mi disse la via, abita a due passi: via dei Tigli, ventitre Lei chi sarebbe?

Sono lautista del suo autobus.

Via dei Tigli 23. Case popolari, scale storte, intonaco che si sbriciola come amaretti. Matteo suona a un portone qualsiasi: esce un uomo di mezzetà, sguardo duro come una statua etrusca.

Che vuole?

Cerco Giuseppe. Sono lautista, lui viaggiava sempre con me

Ah, il nonno del civico 12 la maschera delluomo si addolcisce Lhanno portato in ospedale la scorsa settimana. Ictus.

Un tonfo nel petto di Matteo.

In quale ospedale?

Al Maggiore, il reparto geriatria. Dicono che si riprende poco a poco.

La sera, a fine turno, Matteo entra in ospedale. Cammina tra corridoi che sembrano tunnel in un sogno di novembre, trova la stanza chiedendo a uninfermiera.

Giuseppe? Sì, certo che labbiamo. E lei chi sarebbe?

Un amico lui tituba, come se fugasse il confine tra realtà e sogno.

Stanza numero sei, ma non faccia agitare il vecchietto.

Giuseppe giace vicino al vetro della finestra, pallido, occhi grandi come laghi di notte, ma cosciente. Prima non riconosce Matteo, poi la sua espressione si allarga in uno stupore soave.

Matteo? Sei tu? Ma come

Ho domandato in giro sorride lautista, depositando una busta di frutta sulla mensola Ero in pensiero, non ti vedevo più.

Sei venuto per me? Proprio per me? le pupille lucide come vino rosso Ma io non sono nessuno

Ma che dici! Sei il mio fedele viaggiatore. Voglio sapere ogni mattina se ci sei.

Giuseppe resta in silenzio, sguardo in su.

E al cimitero sono dieci giorni che non vado. È la prima volta da quando lei se nè andata Non ho mantenuto la promessa

Giuseppe, sei malato! Tua moglie lo capirebbe, eccome.

Chi lo sa io andavo ogni giorno, le raccontavo qualcosa: come va la città, se piove Ora sono qui fermo, lei è laggiù, sola come una stella di marmo.

Matteo avverte la pena che dilaga e si trova a decidere senza pensarci.

Vuoi che ci vada io, domani? Porto io il tuo saluto a tua moglie, le dico che sei qui, ma che tornerai presto

Negli occhi di Giuseppe scintilla un misto di scetticismo e speranza.

Faresti questo per me? Perché mai, per uno sconosciuto?

Sconosciuto? ride Matteo Da un anno e mezzo ci vediamo ogni mattina. Sei più vicino a me di tanti parenti.

La domenica, sotto una pioggia di glicine, Matteo cammina nel cimitero. Riconosce la lapide: la foto di una donna giovane dagli occhi dolci, Anna Lucia Galli 1952-2024.

Allinizio si sente ridicolo, poi le parole fluiscono leggere:

Buongiorno, signora Anna. Sono Matteo, lautista. Suo marito viene da lei ogni giorno. Ora lui è allospedale, ma si riprende. Dice che la ama, e torna presto

Poi aggiunge cose semplici: come Giuseppe sia ancora fedele, quanto le manchi, che uomo buono sia. Si sente sciocco, ma unintuizione gli sussurra che è giusto così.

Quando torna in ospedale, trova Giuseppe intento a sorseggiare una tisana. È già meglio, più rosso in viso.

Sono stato da lei dice Matteo quasi in sogno Ho detto tutto, non si preoccupi.

E come lhai trovata? la voce trema.

Fiori freschi sulla tomba, pulita, ben curata. Forse qualche vicino. Lei ti aspetta.

Due lacrime scendono sulle guance di Giuseppe.

Grazie, figliolo. Grazie davvero

Dopo quindici giorni, Giuseppe esce dallospedale. Matteo lo aspetta allingresso e lo riporta a casa.

Ci vediamo domani? chiede quando il vecchio scende.

Certo, domani alle otto sorride Giuseppe. Come sempre.

E davvero, la mattina dopo, Giuseppe è di nuovo sulla terza fila, lato finestrino. Ma adesso qualcosa tra lui e Matteo si è trasfigurato in un legame più forte, come esiste tra le ombre che ci accompagnano nei sogni dinfanzia.

Senti, Giuseppe, un giorno dice lautista che ne dici se nei fine settimana ti accompagno io, in macchina? Non per lavoro, per amicizia. Mia moglie non direbbe nulla, anzi

Ma dai, non ti disturbare

Mi sono affezionato. E poi mia moglie mi ha detto: Se è una persona così perbene, dagli una mano.

Così nasce labitudine: nei giorni feriali, lautobus sussurrante di Matteo; la domenica la sua auto, magari con la moglie che porta un crisantemo. Si conoscono, si parlano, si aiutano.

Sai confessa Matteo la sera a sua moglie Lisa allinizio pensavo: è solo un lavoro, un orario, delle fermate. Ma invece, ogni viaggiatore è una vita, una storia.

Hai ragione, sorride Lisa meno male che non sei passato oltre.

E Giuseppe, un pomeriggio di sole e nostalgia, dice loro:

Dopo che Anna è volata via, ero certo che la mia storia fosse chiusa. Ma ora so che, nel mondo, cè sempre qualcuno che si interessa davvero. E questo cambia tutto.

***

E tu, tra le viuzze dei sogni italiani, hai mai visto gente qualunque compiere meraviglie?

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