Quando la mia fidanzata mi ha piantato baltă pe un bigliettino sub il caffettiera, lasciandomi con tre neonate e mille dubbi, credevo che mai e poi mai a distanza di nove anni avrei aperto la porta, la notte di Capodanno, e mi sarei trovato davanti proprio lei.
La gente mi diceva sempre: Vedrai, diventare padre ti cambia la vita. Nessuno aveva però premura di aggiungere che tutto inizia con un biglietto lasciato accanto al barattolo dello zucchero per poi finire con una delle figlie che ti sussurra: Papà, abbiamo ancora te.
Avevo ventisei anni, ancora sospeso tra luniversità e letà adulta, uno stipendio da impiegato che bastava a malapena per il mutuo e una cameretta appena tinteggiata che profumava di nuovo e di speranza. E avevo lei: Giulia. Quella che pensavo sarebbe stata casa per sempre. Ci eravamo conosciuti alluniversità a Firenze, ci eravamo innamorati con la furia delle tempeste toscane, costruendo progetti e sogni tra panifici artigianali e discussioni su dove crescere i figli. Quando scoprimmo che sarebbero state tre, la paura mi divorava ma credevo nellamore a braccetto col terrore. Poi però, il per sempre durò sei settimane.
Una mattina, Giulia mi bacia la fronte, Vado al lavoro, e sparisce. Sul serio. Alle prime ore, immaginai incidenti, rapimenti, la chiamai cento volte. Segreteria. Telefono spento. In ufficio dicono che non si è mai presentata. Poi lo trovo, quel biglietto sgualcito infilato sotto la moka: Ti prego, non cercarmi. Niente altro. Nessun A presto, nessun Scusami, nemmeno il mio nome.
E la mia Giulia… puff.
Polizia, ricerche, denunce: niente di niente. La sua FIAT 500 evaporata con lei, nessun movimento di euro dalle carte, zero telefonate, come se si fosse dissolta tra le vetrine di Via Tornabuoni. Io intanto avevo tre urlanti neonate da tenere in vita, due ore di sonno a notte e il fiatone costante dellansia.
Per fortuna i miei genitori si sono subito attivati come una task force: Noi facciamo il turno di notte, mi annunciava papà mentre mia mamma affilava lo sguardo tipo giudice. A una così non la perdonerò mai, abbandonare delle bambine di sei settimane Sussurrava deprecabile come se fosse una sentenza.
Gli anni scorsero alla bene meglio, tra biberon e sogni interrotti sul divano. Aurora la più grande delle tre, sempre logica e pragmatica, tipo vecchina dentro; Sofia, un concentrato di dolcezza e, sotto sotto, acciaio inossidabile; e Chiara, la più silenziosa e saggia, che trovava rifugio tra le mie braccia come fosse lunico porto sicuro del Mediterraneo.
Provai anche a frequentare qualche donna dopo un po, giusto per non impolverarmi del tutto, ma appena pronunciavo la parola triplette, le candidate si volatilizzavano più rapidamente di una pizza in una tavolata di amici. Così smisi: essere il loro papà era sufficiente.
Sono passati quasi esattamente nove anni e di nuovo, Capodanno. Le ragazze ridacchiano in salotto, il profumo di pandoro invade la casa, quando bussano alla porta. Sarà il vicino con lo spumante, penso. Invece, apro e il passato mi si materializza davanti.
Giulia. Sembra più adulta, appesantita dagli anni, ma inequivocabilmente lei. Chiudo la porta alle mie spalle.
Cosa vuoi? taglio corto.
Parlare, Andrea, strano usare il mio nome da parte sua e voglio vedere le bambine.
Nove anni dopo? scatto, come fulminato. E pensavi che bastasse bussare?
Sono tornata in Italia da due anni, ma non sapevo come riallacciare. Avevo paura. Ho dovuto ricominciare da zero…
Magari provarci almeno? le dico. A parte un biglietto da barista e poi sparire, non proprio il massimo.
Non riuscivo a respirare. Allattare tre neonate, il pianto, il senso di inadeguatezza. Era tutto troppo e non vedevo via duscita.
Quindi hai lasciato le figlie? Io arrancavo e tu fuggivi?
Cera un uomo, confessa, abbassando la voce. Non nel senso che pensi. Si chiama Marco. Lavorava in ospedale, mi ha vista sullorlo di una crisi. Una notte si è offerto di aiutarmi a scappare. Ho accettato. Ero esausta.
Pausa.
Non lo amavo, cercavo solo qualche boccata daria. Con lui sono andata prima a Malta, poi a Dubai. Ho lasciato tutto. Marco organizzava ogni cosa. Poi è diventato pesante, morboso. Non potevo chiamare nessuno. Una prigione nuova.
E ti ci sono voluti sette anni per decidere di tornare?
Sì, ammette piano. Quando finalmente siamo rientrati in Italia, sono scappata. Ora sono a Milano, faccio la cameriera per racimolare qualcosa, volevo rimediare.
Dopo nove anni pensi basti un ciao, sono tornata?
Rimangono le mie figlie, Andrea. Le ho portate in grembo.
Io le ho viste crescere, in tutte le notti in bianco, le paure, i compleanni. Tu non ceri. Ora sei una sconosciuta.
A quel punto si irrigidisce. Allora sarà il tribunale a decidere. E come nove anni prima, si volta e sparisce nella prima nevicata dellanno, padrona incontrastata delle uscite di scena.
Passa una settimana e arriva la raccomandata: Giulia chiede laffido condiviso, ora che sostiene di essere più stabile emotivamente. Decido di raccontare la verità alle ragazze. Loro ascoltano sospettose: Chiara mi chiede se davvero sia la mamma vera, Aurora vuole capire se davvero ci tiene. Prometto che resterò sempre al loro fianco.
Ci ritroviamo una sera in un baretto di paese. Giulia è già là, rigida come uno spaghetto crudo. Le ragazze si aggrappano al mio braccio e sorseggiano cioccolata calda come se fosse camomilla anti-ansia. Giulia tenta una conversazione sulle scuole e gli hobby, ma Sofia taglia corto con la domanda più difficile:
Perché ci hai abbandonate?
Giulia incolpa la paura, la tensione e la vita che le cadeva addosso.
Ora sei pronta? chiede Aurora, scettica.
Noi siamo sempre cresciute senza di te, rincara Chiara. Ora sei come una zia lontana.
Alla fine decidono di vederla, ma solo se presente anchio.
Poche settimane dopo, il giudice sancisce quello che già sapevamo: affidamento esclusivo a me, mentre Giulia costretta a versare la sua quota di mantenimento arretrata. Appena le dico quanto ammonta in euro, sbianca tipo mozzarella appena scolata. Avremmo dovuto fare una giornata madre-figlie al centro benessere.
Invece, la mattina stessa, ricevo un SMS: Mi sa che ho sbagliato a tornare. Dille che le voglio bene, ma forse stanno meglio senza di me.
Leggo due volte il messaggio, poi lo cancello. Racconto tutto alle ragazze, senza peli sulla lingua. E loro?
Va bene così, papà, dice Aurora sorridendo. Noi abbiamo te, ed è già tanto.
Quella frase mi stende. Le abbraccio come se fossimo tutti su un motoscafo in mezzo al mare: lunica cosa che conta è stare vicini.
Ma ora ci devi una giornata coccole, eh! butta lì Sofia.
Così quel weekend prendo le mie tre ragazze e le porto nella migliore spa di Firenze. Vengono trattate da vere regine manicure, pettinature, selfie con gli asciugamani in testa. Al ritorno, rivelo la sorpresa: ho comprato i biglietti per portarle a Gardaland. Lauto esplode in un tripudio di urla e abbracci. Guidiamo per ore e ore, e una volta là, guardo le mie figlie sotto il cielo di fuochi dartificio e penso che, in un modo tutto storto, Giulia mi ha lasciato il dono più grande della mia vita.
Loro ora sanno cosè lamore. Non è perfetto, ma è fedele come una famiglia italiana: capace di resistere a tutto, anche alle tempeste.






