— Nella nostra famiglia, quattro generazioni di uomini hanno lavorato nelle ferrovie! E tu, cosa hai…

Diario di Anna, 11 ottobre

Nella mia famiglia, da quattro generazioni, tutti gli uomini hanno lavorato nelle Ferrovie dello Stato Italiano. E io? Io cosa porto in dote a questa tradizione così pesante? Una Francesca, ho sussurrato, accarezzandomi il pancione. La chiameremo Francesca.

La suocera, la signora Olga Russo, ha fatto una smorfia e ha scagliato il referto dellecografia sul tavolo della cucina. Unaltra femmina? Ma è uno scherzo! Nella nostra famiglia, tutti uomini di ferrovia. E tu che hai prodotto?

Francesca, ho ripetuto piano, sentendomi minuscola in quella cucina con lodore di caffè bruciato e la tovaglia a quadretti.

Almeno il nome è decente, ha detto. Ma a cosa serve una Francesca? Chi la vorrà, la tua Francesca?

Giulio, mio marito, era seduto con lo sguardo perso nello smartphone. Quando gli ho chiesto cosa ne pensasse, si è limitato ad alzare le spalle:

Quel che è, è. Forse il prossimo sarà maschio.

Una puntura dolente mi si è piantata dentro. Il prossimo? E questa piccola allora, è solo una prova generale?

Francesca è nata a gennaio, piccolissima, occhi grandi e una massa di capelli scuri. Giulio è venuto solo per la dimissione dallospedale, con un mazzo di garofani presi in fretta al fioraio sotto casa e una busta con vestitini.

È carina, ha detto lui, affacciandosi alla carrozzina con precauzione. Ti somiglia.

Ma il naso è il tuo, ho risposto, un sorriso stanco. E quel mento testardo.

Dai, sono tutti uguali a quest’età, si è scrollato Giulio.

A casa ci attendeva Olga, con il solito cipiglio. La vicina, la signora Valentina, mi ha chiesto se fosse un nipote o una nipote. Che vergogna Alla mia età giocare ancora con le bambole

Mi sono chiusa nella cameretta e ho pianto in silenzio, stringendo mia figlia.

Giulio lavorava sempre di più. Ogni tanto accettava lavoretti extra nei cantieri vicini, faceva doppi turni al deposito ferroviario. Ripeteva che una famiglia era un costo alto, che i bambini costavano ancora di più. Tornava tardi, sfinito e silenzioso.

La tua bambina ti aspetta, gli dicevo quando passava davanti alla cameretta senza nemmeno guardarla. Francesca sorride sempre quando sente i tuoi passi.

Sono stanco, Anna. Domattina devo alzarmi presto.

Ma almeno salutala …

È troppo piccola, non capisce.

Ma Francesca capiva. Vedevo come girava il capo verso la porta appena sentiva i rumori di papà. E subito dopo restava a fissare nel vuoto, finché i passi si allontanavano.

A otto mesi, Francesca si ammalò. Prima febbre a trentotto, poi trentanove. Ho chiamato la guardia medica, che ha detto di somministrare tachipirina, che non era il caso di allarmarsi. Il giorno dopo la febbre era a quaranta.

Giulio, svegliati! Francesca sta malissimo!

Che ore sono? ha mugugnato, aprendo malamente gli occhi.

É ancora buio. Non ho chiuso occhio stanotte. Dobbiamo andare in ospedale!

Così presto? Aspettiamo la sera? Ho un turno importante stamani

Lì lho guardato come se non lo conoscessi.

Tua figlia scotta dalla febbre e pensi al lavoro?

Non sta morendo! I bambini si ammalano spesso!

Ho chiamato io stessa il taxi e lho portata al pronto soccorso.

I medici ci hanno subito ricoverate in infettivologia. Temendo una brutta infezione, hanno parlato di fare una puntura lombare.

Il padre della bambina dovè? ha chiesto il primario. Serve la firma di entrambi per la procedura.

Lavora Arriverà.

Ho tempestato Giulio di telefonate tutto il giorno, cellulare sempre irraggiungibile. Solo alle sette di sera ha risposto.

Anna, sono in deposito, sto lavorando

Giulio, i medici dicono che Francesca potrebbe avere una meningite! Serve la tua firma per la puntura alla schiena! Muoviti!

Cosa? Una puntura? Non capisco

Vieni subito!

Non posso, ho il turno fino alle undici. E dopo devo restare con gli altri

Ho chiuso la chiamata. La firma lho messa io, da sola. Ho visto i medici portare la mia piccola su una barella enorme, minuscola nel suo pigiama blu.

Domani sapremo, ha detto il medico dopo. Se fosse meningite, si rischia una degenza lunga, anche un mese e mezzo. Forse vi toccherà restare qui a lungo.

Ho dormito in ospedale, seduta accanto a lei. Francesca diminuiva, pallida, quasi immobile se non fosse stato per quel piccolo respiro che andava su e giù.

Giulio è arrivato a mezzogiorno del giorno dopo, trasandato e con la barba di due giorni.

Come sta? Novità? domandò da fuori la porta, esitante.

Male, ho risposto. I risultati ancora non li sappiamo.

Le hanno fatto quella la puntura?

Puntura lombare. Le hanno preso il liquido dalla colonna.

Gli è cambiata la faccia.

Ha sofferto?

Era sotto anestesia. Non ha sentito nulla.

Si è avvicinato al lettino e si è fermato, rigido. Francesca dormiva, la manina minuscola con dentro il catetere.

È così piccola ha mormorato piano. Non mi rendevo conto

Sono rimasta in silenzio.

Il giorno dopo, il risultato: niente meningite. Solo una brutta infezione virale. Potevamo andare a casa, con controlli dal pediatra.

Vi è andata bene, ci ha detto il primario. Un altro giorno di attesa e sarebbe stato molto più grave.

In macchina, tornando verso casa, Giulio era silenzioso. Solo quando stavamo per parcheggiare, ha chiesto sottovoce:

Secondo te, sono stato davvero così pessimo? Come padre?

Ho sistemato meglio Francesca, addormentata, e lho guardato negli occhi.

Tu cosa pensi?

Pensavo di avere ancora tempo. Di dover aspettare che crescesse per capirla. Invece quando lho vista con quei tubicini ho capito che avrei potuto perderla. E mi sono reso conto che davvero avrei perso qualcosa dimmenso.

Giulio, a Francesca serve suo padre. Non solo qualcuno che porta a casa i soldi. Un padre vero, che sa come si chiama, che conosce i suoi giochi preferiti.

Quali sono? ha chiesto lui, sottovoce.

Il riccio di gomma e il sonaglino con i campanellini. Ogni volta che entri, lei striscia verso la porta, aspettando che tu la prenda in braccio.

Abbassò la testa, a disagio.

Non lo sapevo

Ora lo sai.

A casa, appena arrivati, Francesca si svegliò e pianse sottile, triste. Giulio istintivamente si avvicinò, poi si fermò.

Posso? mi chiese.

È tua figlia.

La prese tra le braccia con tanta cautela. La piccola smise subito di piangere e lo fissò con quei suoi occhi grandi, serissimi.

Ciao, piccola Scusa se non sono stato vicino a te quando avevi paura… sussurrò Giulio, commosso. Francesca gli carezzò la guancia con una manina. Lui sentì un nodo alla gola, una sensazione nuova.

Papà, disse allimprovviso, chiaramente.

Fu la sua prima parola.

Giulio mi guardò con gli occhi spalancati.

Ha detto

Lo dice già da una settimana, gli sorrisi. Ma solo quando tu non ci sei. Forse aspettava il momento giusto.

Quella sera, Francesca si addormentò tra le braccia del papà. Giulio la posò pianissimo nel lettino: lei non si svegliò, ma strinse più forte il suo dito.

Non vuole lasciarmi andare, disse lui, stupito.

Ha paura che scompaia ancora, risposi sottovoce.

Rimase lì mezzora, a guardarla, senza liberarsi la mano.

Domani prendo ferie, disse poi. E anche dopodomani. Voglio voglio conoscerla davvero, la nostra bambina.

E il lavoro? Le doppie turnazioni?

Troveremo un altro modo per tirare avanti. O vivremo più semplicemente. Limportante è non perdersi la sua crescita davanti agli occhi.

Lho abbracciato stretta.

Meglio tardi che mai, Giulio.

Non mi sarei mai perdonato se fosse successo qualcosa senza sapere nemmeno che aveva dei giochi preferiti, disse lui, guardando Francesca addormentata. O che sapeva già dire ‘papà’.

Una settimana dopo, quando Francesca fu completamente ristabilita, siamo andati tutti e tre al parco. Lei sulle spalle di Giulio rideva e cercava di prendere le foglie degli ippocastani.

Guarda che bei colori, Francesca! le mostrava Giulio, indicando gli alberi dorati. E là cè uno scoiattolo!

Camminavo accanto a loro, cercando di imprimere nella memoria quellistantanea. E ho pensato che a volte bisogna rischiare di perdere ciò che ami di più per capire quanto vale.

A casa ci aspettava la signora Olga col broncio.

Giulio, la mia amica Valentina mi ha detto che suo nipote gioca già a calcio. E la tua solo le bambole.

Mia figlia è la bambina più meravigliosa del mondo, ha risposto calmo Giulio, mettendo Francesca per terra e porgendole il riccio di gomma. E le bambole sono bellissime.

Ma così la famiglia finirà

Non finirà. Proseguirà. Magari diversa, ma continuerà.

Olga voleva ribattere, ma Francesca le si avvicinò gattonando, con le braccia protese.

Nonna! disse, sorridendo.

La suocera la prese imbarazzata in braccio.

Ma ma parla già!

La nostra Francesca è una gran furbetta, disse orgoglioso Giulio. Vero, amore?

Papà! gridò felice lei, battendo le manine.

Guardandoli, ho pensato che spesso la felicità arriva solo dopo essere passati attraverso la paura. E che lamore più grande non nasce di colpo, ma cresce piano, facendo i conti anche col dolore.

Quella sera, Giulio rimase accanto al lettino a cantare una ninna nanna con la sua voce roca, tremante. Francesca non smise mai di fissarlo, serena.

Non le hai mai cantato prima, commentai piano.

Prima non facevo tante cose, ammise lui. Ora ho tempo per rimediare.

Francesca si addormentò abbracciata al suo dito. E Giulio non si mosse, ascoltando il suo respiro e pensando a quanto si rischia di perdere, se ci dimentichiamo di guardare ciò che davvero conta.

E lei, Francesca, dormiva e sorrideva nel sonno: sapeva che suo papà ormai non andava più via.

A volte, serve una grande prova per farci svegliare il cuore. Ma io credo che si possa cambiare, quando si capisce davvero cosa si rischia di perdere.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

eighteen − thirteen =

— Nella nostra famiglia, quattro generazioni di uomini hanno lavorato nelle ferrovie! E tu, cosa hai…