Ciao, ascoltami un attimo, ti racconto comè andata. A dodici anni Ginevra doveva fare unoperazione. Una cosa semplice, programmata, unora di anestesia, qualche manovra leggera e dimissione lo stesso giorno. In teoria avrei dovuto andare con lei, ma lei non insisteva, sapeva che ero impegnato cera lapertura del nuovo ufficio di Milano in vista.
Andrà tutto bene, mi disse, ti richiamo appena è finita.
Mi ha dato un bacio sulla guancia, ha messo nella borsa qualche bustina di cibo per i gatti che vivevano in cantina, e è sbucata fuori.
Io ho aggiustato la cravatta, mi sono guardato di nuovo nello specchio con attenzione, ho preso la cartellina del progetto sul tavolo e sono partito per lufficio. Il ruolo di amministratore delegato nella società che ho portato in pochi anni a diventare leader di mercato richiedeva tutta la mia energia. E io la davo, minuto dopo minuto, senza risparmiare. Mi ripetevo che lo facevo per loro, per lei, persino per quei gatti di cantina che lei sfamava sempre.
Non è che non mi piacciano i gatti, è solo che per me era un suo piccolo vizio, una cosa che non capivo e che sembrava non avere senso. Così, ogni volta che voleva portare a casa un randagio pieno di pulci, io le rispondevo con un no secco. Non serve, non porta benefici, dicevo. A volte le proponevo un gatto di razza, qualcosa di più di classe, ma i gatti di cantina? Non vedevo cosa potessimo prenderci. Lei, stanca, non insisteva più.
Operazione semplice programmata niente di speciale avrei dovuto andare con lei!!! mi ripetevo nella testa, mille volte, diecimila volte, mentre correvo verso lospedale, lasciando tutto alle spalle. Stringendo lorlo del camice bianco, tremavo per la vista del medico, strappavo il progetto che mi teneva lontano da lei, e, inginocchiato accanto al suo letto, le chiedevo di non lasciarmi, di aprire gli occhi, di dire anche solo una parola. Ma lei rimaneva in silenzio.
Nessuno dei due sapeva che quellora di anestesia, quellintervento programmato, potevano trasformarsi in una crisi.
Stiamo facendo tutto quello che possiamo, diceva il medico.
Non state facendo nulla! io, esasperato, pagavo il suo trasferimento in una stanza privata.
Cè una possibilità, dobbiamo aspettare, cercava di tranquillizzarmi linfermiera.
Dovè quella possibilità?! urlavo per il corridoio, quando una settimana dopo Ginevra non si era ancora ripresa.
Ho provato di tutto: consulti con i migliori specialisti, musica, lunghe chiacchierate. Ho riempito la sua stanza di fiori, ho quasi smesso di andare al lavoro solo per stare con lei ogni attimo libero. Ho implorato, promesso, anche fatto un po di ricatto. Mi sono lasciato andare al momento, lanciandomi in baci che ricordavano la stupidissima favola della Bella Addormentata, e ogni giorno mi sentivo più disperato, più furioso, quasi animale.
Ho rovesciato una sedia, incrinato un vaso, lanciato la borsa in un impeto di rabbia e sparpagliato sul pavimento i sacchetti di cibo per i gatti. Non sono riuscita a nutrire quei gatti inutili, quelli che per me erano solo un fastidio nascosto dietro a unapparenza di indifferenza.
Che strazio! Dio, che strazio! mi dicevo, desiderando di tornare indietro, di cancellare tutto con un gesto. Sarebbe stato pronto a strisciare in ginocchio, a prenderli tutti, a amarli, solo per lei.
Allimprovviso la tensione è calata, ladrenalina è svanita. Guardando il disordine che avevo creato, ho raccolto con mani tremanti i sacchetti colorati, pronto a portarli di nuovo al sottosuolo tra dieci minuti.
Si chiama felinoterapia, però non ci sono casi documentati di successo in situazioni come la nostra, mi ha detto il dottore con serietà, osservando mentre io trascinavo nella stanza della paziente la sesta trasportatrice.
Allora saremo i primi, ho sbottato, liberando gli animali dalle gabbie.
Sono i suoi gatti. Capite? I suoi! Sono pronto a dare tutto per dirglielo, solo per
Avviserò il personale, ha risposto linfermiera.
Grazie, avrei dovuto farlo prima Capite? Io
Non si deve mai perdere la speranza. Impariamo tutti dai nostri errori, non dimenticatelo.
Non lo dimenticherò Non lo dimenticherò più.
A dodici anni Ginevra ha di nuovo loperazione. Semplice, programmata, unora di anestesia, dimissione lo stesso giorno. E lei, per la terza volta, non insiste sul mio stare lì. Però non riesce a trattenere un sorriso felice vedendomi, cravatta allentata, infilare una sesta pettorina su quei gatti ribelli che scappano via.
I suoi gatti, quelli di cantina, pieni di pulci, che lanno scorso lhanno risvegliata, costringendola a respirare un soffio di vita senza capire cosa stesse succedendo. Settette occhi che la trafeggiano, sei respiri leggeri al limite delludibile e un grido di gioia che non dimenticherà mai.
Forse è per questo che ora, mentre deve affrontare di nuovo lintervento, non prova più paura. E vedendo il marito, ormai esausto, con i peli dei gatti attaccati alla camicia, che la guarda con una punta di rimprovero, lei sorride ancora di più.
Poi scoppia a ridere, osservando i passanti che si girano a guardare quelluomo elegante in completo, circondato da sei gatti senza razza ma sorprendentemente curati, ognuno che tira il guinzaglio in una direzione diversa, facendo eco per la strada con un Miao? esasperato uno spettacolo per chi non ha il cuore debole.
Operazione. Semplice. Programmata. Unora di anestesia, dimissione lo stesso giorno. E se non smettete di masticare tutto, la prossima volta resterete a casa! ha sussurrato un uomo serio seduto nel cortile dellospedale, circondato da gatti, con un bouquet di rose leggermente rosicchiate ma ancora bellissimo tra le ginocchia.
Lui guarda lorologio, prende più comodo i sei guinzagli colorati, controlla che le pettorine non siano allentate, poi guarda le finestre della stanza dove Ginevra sta per svegliarsi. Tra poco potranno entrarci. E finalmente potrà lamentarsi dei sei gatti fannulloni che senza di lei non gli danno ascolto.
E potrà dirle quanto la ama, sempre, anche quando lei sparirà per giorni nel rifugio per gatti che la sua azienda ha finanziato qualche mese fa.
Stupido, lo ammetto Ma ogni volta che ricordo il giorno in cui ha aperto gli occhi, capisco che finché è al mio fianco non cè nulla di più importante nella mia vita. E continuerò a inseguire quei capricci folli e, in qualche modo, felici, che la rendono davvero felice.
Finché non è troppo tardi






