Tre giorni, il cane non si allontana dal sacchetto della spazzatura. Solo al quarto giorno l’uomo sc…

Ciao, ascoltami un attimo, ti racconto una cosa che mi è successa qui a Milano, fa qualche giorno, e che ancora non riesco a togliermi dalla testa.

Era una sera grigia, lombra della città scendeva sui vicoli e laria si faceva fresca e umida. I lampioni si accendevano uno dopo laltro, proiettando lunghe ombre tremolanti sul marciapiede bagnato. Stavo tornando a casa, la testa piena di pensieri di lavoro, quando per la prima volta ho notato una figura davanti al cassonetto di un vecchio cortile. Una cagnolina dal pelo color foglia dautunno, piccola e tremante, era seduta lì come se fosse incollata al suolo, orecchie piegate, sguardo fisso verso il vuoto. Passanti indaffarati di solito non la guardano, ma qualcosa nel suo stare immobile ha catturato la mia attenzione e mi ha fatto rallentare il passo. Un brivido di preoccupazione è salito dentro di me, ma poi lho scrollato via, come una zanzara fastidiosa, e ho proseguito verso il caldo della mia piccola casa, lasciandola sola nella foschia che si faceva più densa.

Il giorno dopo, passando di nuovo per lo stesso vicolo, la pioggia si è scatenata, una pioggerellina fastidiosa che trasformava il posto in una specie di tubo gelido. Lì era ancora la stessa cagnolina, solo che ora la sua magrezza era più evidente: le costole spuntavano sotto il pelo bagnato. Accanto a lei cera un sacco di plastica nero, tutto fradicio, che sembrava un mucchio informe. E non era solo seduta: girava lentamente intorno al sacco, poi tornava a fissarlo con gli occhi più intensi che avessi mai visto. Quando ho provato ad avvicinarmi, non ha ringhiato né è scappata; ha alzato solo la testa, e i nostri sguardi si sono incrociati. Nei suoi occhi non cera né supplica né aggressività, solo una domanda silenziosa, pesante, sospesa nellaria umida.

Mi sono fermato, il pelo in su, il cuore a mille. Che cosa cè lì dentro? ho sussurrato a me stesso, quasi a parlare alla cagnolina. Lei ha abbassato ancora più la testa, ma non ha distolto lo sguardo. Per quello che è sembrata uneternità, siamo rimasti lì, in quel silenzio, finché allimprovviso è saltata indietro, scomparendo nellombra del portone. Sono rimasto solo, sotto la pioggia gelida, con il senso di avere un peso al cuore. Non ho avuto il coraggio di avvicinarmi al sacco nero. E se dentro ci fosse qualcosa di terribile? mi sono chiesto, mentre mi allontanavo balbettando scuse a me stesso: Non è affar mio, ognuno ha i suoi problemi, qualcun altro se ne occuperà.

Quella notte è sembrata infinita. Sono stato a letto a girarmi, e nella mente continuavano a riapparire limmagine della cagnolina, il sacco, e quegli occhi che chiedevano. Non era solo un animale randagio, era una piccola tragedia che si svolgeva a due passi dalla mia vita confortevole. Mi sono sentito traditore, codardo, per aver voltato le spalle. Il giorno dopo al lavoro i numeri nei fogli contabili sembravano confusi, i colleghi mi parlavano, ma sentivo solo leco distante delle loro parole. Il mio pensiero era ancora lì, nel vicolo umido, sotto la pioggia dautunno.

Il terzo pomeriggio ho deciso di non rimandare più. Sono uscito dallufficio con una determinazione nuova. Dentro la tasca della giacca cera una torcia piccola ma luminosa. Il cielo piangeva ancora, e la città era avvolta in una coltre di grigio umido. Il vicolo mi ha accolto con un silenzio tombale. Il cassonetto, le pozzanghere, e lei, la cagnolina, ormai quasi accasciata, come se le forze le stessero abbandonando. Accanto cera lo stesso sacco nero, silenzioso. Ho avvicinato lentamente, il cuore che batteva forte in gola. Ciao piccola, ho detto a bassa voce, cosa nascondi lì dentro? Vediamolo.

Ho puntato la luce sul sacco di plastica. Era annodato stretto, fradicio. Le mani mi tremavano, ma ho iniziato a sfilare il nodo, tirando con pazienza, sentendo il cordame resistere. Alla fine, con un piccolo scatto, il nodo si è rotto.

Un suono flebile, quasi un cigolio, è uscito dal sacco: un piccolo squittio, simile al pianto di un pulcino appena nato. Mi sono fermato, il sangue è tornato al volto. Ho strappato la plastica con decisione, illuminando linterno.

Dentro il sacco umido, un mucchietto tremante: due cuccioli piccoli, ciechi, il pelo bagnato e sporco, ma vivi. Il loro minuscolo corpo si alzava a ritmo di respiro. Ho preso il primo, era così delicato da stare nella mano, poi laltro, e li ho stretti al petto, sotto la giacca, cercando di scaldarli. I loro cuori battevano in sintonia con il mio, che pulsava come un tamburo impazzito.

Allimprovviso ho sentito un suono dietro di me, un bau soffocato, più un sospiro di sollievo che un latrato. Mi sono girato lentamente. La cagnolina, dal pelo rosso, era lì, a pochi passi. Non è corsa verso di me, non ha cercato di prendere i cuccioli, ma mi osservava. Nei suoi occhi ho letto tutto: la paura di questi giorni, la stanchezza, la gratitudine più grande di quanto avessi mai immaginato. Ho capito, con chiarezza assoluta, che non sono stato io a salvare, ma lei, esausta, aveva aspettato tre giorni, sperando che qualcuno si facesse coraggio. È tutto finito, le ho detto piano, andiamo a casa.

Sono tornato al mio appartamento, con i due cuccioli sotto la giacca, e lei mi seguiva a distanza, ma senza più nascondersi. Ho sistemato una cuccia con vecchi asciugamani nella stanza più calda, li ho messo lì, li ho dato del latte tiepido con una siringa. La madre si è stesa accanto, poggiando la testa sulle zampe, lo sguardo ormai sereno. Il suo muso ha toccato leggermente il pavimento, quasi chiedendo il permesso di restare.

Ho chiamato i cuccioli Scintilla e Felicità, e la mamma Speranza. Quella sera, sul marciapiede bagnato, non ho trovato solo tre animali randagi, ho ritrovato la speranza che arde anche negli angoli più bui della città, la scintilla di vita che non si spegne sotto la pioggia, e una piccola felicità che sta nella mano di chi la prende. Ora, nella quiete della notte, ascoltando il respiro dei cani addormentati, capisco che la cosa più preziosa che si può trovare non è un oggetto, ma una presenza. Il mio appartamento è pieno di luce viva, di quel calore che loro hanno portato, sciogliendo il ghiaccio della solitudine urbana e restituendo anima alla mia casa.

Ti ho raccontato tutto, spero ti sia piaciuta la storia. A presto!

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