Nella vita può succedere di tutto Lavorava con noi nella pediatria un cardiologo — Edoardo Efimovi…

Nella vita succede di tutto

Cera una volta, tanti anni fa, un nostro cardiologo nella clinica pediatrica: si chiamava Riccardo Esposito (tutti i nomi sono reali, come si diceva allora). Come tutti noi medici del tempo, anche lui ogni estate passava uno-due mesi in una colonia estiva, come dottore: controllava la cucina, pesava i bambini, ispezionava i comodini, medicava tagli con tintura di iodio se non succedeva mai nulla di grave, per carità.

Aveva allepoca sui trentotto-quarantanni, era sportivo, i capelli sale e pepe leggermente ricci, con un profilo deciso e tratti mediterranei; occhi e sopracciglia intensi… non poco apprezzati dalle donne.

Un giorno ci raccontò una storia:

Era il 1985, lItalia era alle prese con le leggi severe contro lalcol: per chi veniva trovato a bere non cerano solo le solite ferie forzate o il trasferimento nella graduatoria per una casa popolare, ma rischiavi anche di perderci il posto senza tanti complimenti, qualunque fosse la tua posizione.

Una cosa seria, mica uno scherzo.

Ultimo turno della stagione in colonia, agosto, ultima notte con i ragazzi. Tutto come sempre: i bambini senza sonno si intrufolavano di nascosto nelle camerate vicine, pitturavano i volti dei dormienti con dentifricio e tintura. Gli animatori? Facevano finta di rincorrerli, intanto si concedevano un goccetto di vino, qualche sorso di grappa o limoncello, non per vizio ma per tradizione.

Anche io, pensate, mica mi tiravo indietro: che ero meno dottore degli altri? La notte passò abbastanza tranquilla; al mattino presto si sfamavano i bambini e tutti sul pullman. Unora o poco più dopo siamo arrivati in città davanti al Teatro dellOpera, i bambini riconsegnati alle famiglie, controllo fatto: tutto perfetto!

Un ultimo bicchiere, e pian piano verso casa. Lì già apparecchiavano il tavolo: la colonia era finita e subito dopo pranzo io e mia moglie Elisabetta partivamo per le ferie da mia madre a Palermo: settembre, stagione magnifica una meraviglia.

E proprio lì, mi sentii travolto il vino, la notte in bianco, il viaggio traballante in pullman, il caldo incalzante e crollai tra i cespugli ai margini della piazza, schiantato.

I colleghi della colonia erano già spariti ognuno per la sua via; solo linfermiera Lucia mi notò, provò a svegliarmi e sollevarmi… niente da fare, dormivo come un sasso, proprio appagato!

Lei capiva che per certe cose, con le regole del tempo vedi punto di sopra rischiavi facilmente licenziamento, guai col sindacato o con la direzione sanitaria. E poi era una brava persona, non mi avrebbe mai lasciato lì.

Per fortuna abitava lì vicino, in via Garibaldi 84. Qualcuno laiutò, riuscì a farmi alzare, mi trascinò quasi sulle sue spalle fino alla sua stanza in una grande casa condivisa.

Dopo due ore mi svegliai; non fu la coscienza o il freddo, ma il vino bianco che reclamava prepotentemente di essere espulso

Cerco di alzarmi, borbotto qualcosa, ma Lucia quasi mi salta addosso, mette la mano sulla bocca e mi sussurra allorecchio di non fare rumore.

Non ci capivo più niente avevo un bisogno urgente, indescrivibile! e tento comunque di tirarmi su, ma lei mi blocca in silenzio e inizia a spiegarmi

Ecco, i suoi coinquilini non erano proprio simpatici, anzi, erano capaci di rovinarti la vita per molto meno. Lucia era una giovane seria, viveva da sola, e se le vecchine della casa mi avessero visto in camera sua addio reputazione. Avrebbero fatto scoppiare un finimondo.

Certo che le ho confidato la mia comprensione, ma il bisogno impellente non passava: anzi! Arginare le riserve del mio organismo era ormai impossibile, e glielo dissi chiaro senza giri di parole. Che fortuna che Lucia fosse infermiera: mi portò un secchio, uscì un attimo, tornò e lo portò via.

Ahhhh la vita riprendeva il suo corso!

Solo allora realizzai che erano almeno due ore che avrei già dovuto essere a casa, preparando la valigia: mia moglie, mio suocero, mia suocera, i parenti tutti erano seduti a tavola, o meglio, stavano ormai squillando ai colleghi e di lì a poco avrebbero cominciato a chiamare gli ospedali! Un bel pasticcio.

Lucia mi spiegò gesticolando e bisbigliando che capiva bene la faccenda, però se non mi fossi dileguato subito, le sue vecchiette sarebbero sembrate pure margherite a confronto con quello che mi sarebbe successo!

Alla fine lei mi rassicurò: una delle signore era uscita dal mattino; la seconda lavrebbe mandata a comprare il pane; della terza si sarebbe occupata portandola in cucina a raccontare della colonia; io dovevo filare via silenzioso come un ladro appena dato il via.

Così una coinquilina andò in negozio

Laltra era in cucina a spignattare…

Lucia strepitava con il bollitore, coprendo ogni altro suono…

E io, scalzo e con le scarpe strette salde in mano, in punta di piedi, mi avvicinavo furtivo alla porta vecchia della comune abitazione…

Apro piano la serratura con la sinistra

Ma proprio dietro, alle mie spalle, dal corridoio arriva un grido squillante, roca e inconfondibile, di tono entusiasta: «Buongiorno, dottor Esposito!!!»

Le scarpe mi caddero rumorosamente per terra trascinandomi, me le infilai a suon di passi trascinati aprii la porta con gran frastuono, e proprio mentre uscivo, senza neanche voltarmi: «Buongiorno, signora Giulia!»
La voce della migliore amica di mia suocera la avrei riconosciuta tra mille… e so anche con quali dettagli e pettegolezzi avrebbe poi raccontato ogni cosa e chi mai ci avrebbe creduto a quella faccenda delle scarpe in mano e della fuga in punta di calzini?

Mezzora dopo ero a casa, la signora Giulia ancora non aveva chiamato: tutti in ansia e felici dessermi ritrovato: «Riccardo! Stavamo per perdere la testa, ci hai fatti preoccupare davvero, vieni a tavola, il taxi è qui, si va in aeroporto!» E tra mille abbracci e confusione di famiglia grande e allora ancora unita, tutto era pronto.

Siamo arrivati a Palermo, da mia madre per giorni ho saltato ogni scampanellata del telefono, aspettando con ansia tremenda la chiamata che avrebbe fatto crollare tutto. Non riuscivo a rilassarmi, niente spiaggia, attento a ogni squillo niente sonno, niente appetito.

Dopo tre giorni, mia madre mi beccò in cucina, mi prese di petto: mi confessai, raccontandole tutto per filo e per segno.

«Eh, figliolo, come si canta in quella canzone ti credo, certo, ma dubito che qualcun altro possa crederci! Io non posso aiutarti, ma almeno qui passerai le ferie tranquille: prenderò tutte le chiamate io. A casa, al ritorno, si vedrà. Cerca di riposare»

Dopo un mese, rientrammo. Puoi immaginare il mio umore: in testa mi giravano mille scenari di scenate, domande, urla, e tutte quelle amenità che uno si aspetta.

Laereo atterrò, tutti scesero, io restavo seduto, guadagnando secondi anche la hostess mi guardava arcigna, mia moglie mi sollecitava ma non riuscivo ad alzarmi, un blocco da stress, le gambe che sembravano non rispondere.

A fatica, abbracciato a Elisabetta, mi tirai su; i riflessi tornarono un po, e riuscii a zoppicare fino al bus.

In quegli anni dal velivolo uscivi a piedi fino al cancello dellaeroporto: oramai non cera più nessuno, tutti si erano già dispersi, solo i miei suoceri stavano lì, sorridenti e gesticolanti.

«Doveravate! Ci avete fatto prendere un colpo! Siete gli ultimi, pensavamo vi foste persi! Elisabetta, come sei abbronzata e riposata! Riccardo, ma come sei dimagrito. E sei pallido stai bene?»

Li guardavo con occhi increduli, sentivo la falsità delle loro premure, e non riuscivo più a credere che avessi per anni stimato quella gente che ora si godeva le mie angosce.

Tornammo a casa: pranzo, brindisi, risate, domande e racconti volavano ma di Giulia nemmeno un cenno. Va bene, pensai, fate come volete, godetevi pure la vostra parte: aspetterò anchio.

Passò un mese. Dimagrii sette chili, non dormivo, le aritmie mi tormentavano, al lavoro ero come uno zombi. Anche lalcol era diventato acqua, dopo un bicchiere di grappa stavo male.

Arrivarono i giorni dei Santi. Cena, parenti, chiasso, brindisi, la suocera proprio davanti a me

E lì, crollai.

Mi appoggiai sui gomiti, mi sporsi su tutto il tavolo e quasi gridai: «Allora, mamma, come sta la sua cara amica, la signora Giulia?»

Alla sua risposta scopppiai a ridere, ma non ridevo: urlavo come un matto, spargevo le briciole dal tavolo, caddi insieme alla sedia, e per cinque minuti mi lasciai andare a una risata isterica, spaventando i presenti.

Mi versarono dellacqua addosso, mi calmai, mi sedetti, mi misi a bere con gusto.

Nessuno dei miei parenti capì mai il senso di quella mia reazione tanto assurda, dopo che la suocera, mesta, rispose: «Ah, Riccardo, proprio il giorno della vostra partenza, la povera Giulia ha avuto un piccolo ictus ed è rimasta senza voce».

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