Gabriele si sposò a ventiquattro anni. La moglie, Alessandra, ne aveva ventidue. Era lunica figlia di una coppia di professori: il padre docente universitario e la madre insegnante di scuola elementare. Prima nacquero due maschietti, poi qualche anno dopo una bambina, Ginevra.
La suocera, Anna Antonietta, andò in pensione e si dedicò ai nipoti. Con Gabriele i rapporti erano sempre formali: lui la chiamava solo Anna Antonietta, lei rispondeva con un gelido Lei, usando sempre il suo nome completo. Non litigavano, ma la sua presenza lo metteva a disagio. Anna però non faceva mai polemiche; parlava con lui con un rispetto accentuato e manteneva una neutrale indifferenza nei confronti del matrimonio.
Un mese prima la ditta dove Gabriele lavorava fallì, lo licenziarono. A cena Alessandra lo avvicinò, quasi disperata:
Con la pensione di tua madre e il mio stipendio non ce la faremo a lungo, Gabriele. Trova un lavoro.
Facile per lei dirlo: trova un lavoro! Trenta giorni il giovane scopre solo porte sbattute e nessuna risposta.
Per frustrazione Gabriele scaraventò una lattina di birra rotta. Per fortuna la suocera rimaneva in silenzio, ma i suoi sguardi erano carichi di significato. Prima del matrimonio, per caso, aveva sentito una conversazione tra madre e figlia:
Ginevra, sei sicura che sia lui la persona con cui vuoi passare tutta la vita?
Mamma, certo!
Non ti rendi conto di tutta la responsabilità. Se tuo padre fosse ancora vivo
Basta, mamma! Ci amiamo e tutto andrà bene!
E i bambini? Riuscirà a mantenerli?
Lo farà, mamma!
Non è ancora troppo tardi per fermarsi, riflettere. La sua famiglia
Mamma, lo amo!
Oh, se solo non dovessi morderci i gomiti!
È giunto il momento di morderci i gomiti, sbuffò Gabriele, un sorriso amaro sul volto. La suocera lo osservava come se fosse spettatrice di un film.
Ritornare a casa sembrava unagonia. Sentiva la moglie confortarlo con parole finte: Domani andrà meglio, la madre sospirare e giudicare in silenzio, i figli incrociare le braccia e chiedere con un ghigno: Papà, hai trovato lavoro?. Ascoltare tutto questo ancora una volta era insopportabile.
Camminò lungo il lungomare, si sedette su una panchina del parco e, quando la notte calò, prese la macchina per la casa di campagna, dove la famiglia trascorreva lestate da maggio a ottobre. La casa, immersa nei colli toscani, aveva una finestra accesa nella camera di Anna Antonietta. Silenzioso, si avvicinò al sentiero, la tenda tremò; Gabriele si sedette sul tronco, il corpo stanco.
Anna apparve nella porta:
Gabriele non è rientrato da ore. Hai chiamato, Alessandra?
Sì, mamma, il numero non risponde. Forse non ha ancora trovato lavoro e vaga da qualche parte.
La voce di Anna si indurì di ghiaccio:
Alessandra, non osare parlare così del padre dei miei nipoti!
Oh, mamma, davvero? Mi sembra che Gabriele sia un fannullone, che non cerchi più lavoro. È da un mese che non fa altro che stare a casa sopra di me!
Per la prima volta in sei anni, la suocera sbatté il pugno sul tavolo e alzò la voce:
Non osare! Non parlare così del tuo marito! Cosa hai promesso quando ti sei sposata? di stare al suo fianco nella salute e nella malattia di sostenerlo!
Alessandra balbettò una scusa:
Mamma, scusa. Non ti preoccupare, va bene? Sono solo esausta. Scusami, cara.
Va bene, vai a dormire, Anna Antonietta agitò la mano, stanca.
Le luci si spensero. La suocera vagò nella stanza, spostò la tenda, scrutò il buio e, alzando gli occhi al cielo, si crociò le mani con fervore:
Signore Onnipotente, misericordioso, proteggi il padre dei miei nipoti, il marito di mia figlia! Non lasciarlo perdere la fede in sé stesso! Aiutalo, Signore, mio figlio!
Mormorava e si crocifiggeva, le lacrime scivolavano sul viso. Un nodo di fuoco si formò nel petto di Gabriele. Nessuno aveva mai pregato per lui! Né la madre, severa dirigente del comune, né il padre quasi dimenticato, scomparso quando Gabriele aveva cinque anni. Era cresciuto in asilo e asilo nido, poi a scuola e doposcuola. Alluniversità trovò subito lavoro; sua madre non tollerava lozio, convinta che Gabriele dovesse guadagnarsi da solo.
Il calore si dilatava, riempiendo ogni spazio, spremendo lacrime amare e secche. Ricordò le mattine in cui la suocera si alzava prima di tutti, sfornava focacce e pane, preparava minestroni ricchi, ravioli e tortellini che erano una delizia. Curava il giardino, raccoglieva pomodori, preparava sottaceti croccanti e cavoli per linverno, conserve di frutta.
Perché non laveva mai apprezzato? Perché non aveva mai elogiato? Loro, Alessandra e lui, si limitavano a lavorare, a generare figli, convincenti che fosse giusto così. O forse era lui a credere così. Una sera, tutta la famiglia guardava la televisione, un documentario sullAustralia, e Anna Antonietta disse di aver sempre sognato di visitare quel continente misterioso. Gabriele rise, dicendo che lì faceva troppo caldo e che una donna in armatura di ghiaccio non sarebbe passata.
Rimase seduto ancora a lungo sotto la finestra, stringendo la testa fra le mani.
Al mattino, lui e Alessandra scesero sulla veranda per la colazione: focacce, marmellata, tè, latte, i bambini con sorrisi e occhi pieni di gioia. Gabriele alzò lo sguardo e disse dolcemente:
Buongiorno, mamma!
Anna Antonietta sobbalzò, poi, dopo un attimo, rispose:
Buongiorno, Gabriele!
Due settimane dopo Gabriele trovò un impiego, e un anno più tardi, nonostante le resistenze di Anna Antonietta, riuscì a organizzarle una vacanza in Australia.




