Adesso avrete finalmente un figlio vostro, ed è ora che lei torni in orfanotrofio.
Ma quando mio figlio mi regalerà finalmente un nipote? Livia Antonelli fissava con fastidio la nuora seduta al tavolo di marmo della vecchia cucina romana, dove la luce entrava obliqua, arancio come le arance del sud.
Lo sa bene anche lei, sono ormai tre anni che ci proviamo, sospirò pesante Chiara, premendo le dita sulle tempie come se volesse spremervi fuori le domande della suocera. Era sempre così, ogni incontro cominciava dal solito tarlo che scavava. I medici dicevano che né lei né Matteo avevano problemi, allora perché?
Appunto, la suocera fece una smorfia, assaporando il caffè con degnazione. Sposati da così tanto e ancora niente figli. Forse la tua gioventù non è stata poi così tranquilla.
Signora Antonelli, che insinua? Chiara chiuse con forza il portatile, come uno scrigno di segreti ormai violati. Di lavorare ormai non se ne faceva niente. Non ho mai dato motivo per tali insinuazioni! E la prego, cambi tono con me.
E altrimenti? Livia fece una faccia di finto stupore, le sopracciglia arcate come ponti di pietra. Lo vai a raccontare a Matteo? Non ti viene in mente che potrebbe darmi ragione? Sono pur sempre sua madre.
Come risposta, sentì solo la porta chiudersi con uno schianto, come un sipario strappato di fretta. A Matteo, Chiara non avrebbe raccontato nulla. Non per paura che parteggiasse per la madre, ma per non dare altro peso al suo cuore già stanco.
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Il rapporto con Livia non era mai decollato, nemmeno dal primo abbraccio frettoloso. Cera sempre qualcosa che non andava: il viso troppo semplice, gli abiti troppo anonimi, la cucina troppo insipida. Una lista infinita di mancanze, come un inventario dinadeguatezze senza mai il punto. Livia cercava di impedirgli la felicità fin dallinizio; ma Matteo, testardo come un toro sardo, aveva deciso che sarebbe stato lui a scegliere la sua vita.
Dopo il matrimonio, sembrava che Livia si fosse calmata, complice il fatto che i due si erano trasferiti in un appartamento nella periferia napoletana, lontani dalle cronache familiari.
Ma non era passato nemmeno mezzo anno che ecco arrivare la nuova ossessione: la mancanza di bambini.
Allinizio Chiara provava a scherzare, dicendo che erano giovani e la vita era bella così, con la carriera alle porte. Ma la donna insisteva che cera bisogno di figli, e pure subito. Non uno solo.
Chiara si era arresa. E allora avevano iniziato. Visite, controlli, medicine; tre anni arabescati di camici e farmaci che solo lasciavano le cose come stavano. Qualcuno suggerì che forse era solo la tensione. Livia rise e consigliò di cambiare dottore.
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Dopo lennesima discussione, Chiara si perse fra le ombre verdi del suo bar virtuale, scorrendo senza pensiero le vite degli altri. Le foto di bambini le stringevano il cuore come mani fredde. Aveva sete di maternità, ma solo per sé, non per placare le urla della suocera.
Allimprovviso vide un post di una donna che lavorava in un istituto per minori: tanti bambini senza padre o madre, occhi orfani spalancati sul mondo. Chiara si chiese se avrebbe potuto amare un piccolo venuto dal nulla. Vide nella mente una bimba raggiante, le manine spalancate verso di lei fra i mosaici colorati del sogno.
Prese allora la tastiera e iniziò a cercare informazioni. Servivano pratiche, documenti, visite mediche, eppure la paura della burocrazia veniva schiacciata dal desiderio di un abbraccio piccolo. Mancava solo la risposta di Matteo. Ma lui lo prese con una semplicità disarmante, suggerendo di adottare una neonata, dal brefotrofio. E così fecero.
In poco tempo la famiglia si allargò: si innamorarono subito della piccola Angelica, cinque mesi, occhi pieni di luce e fame damore. Livia era furiosa, ma nessuno ormai la stava più a sentire. Matteo annunciò che, se continuava con le sue scenate, sarebbero ripartiti per Torino. La donna, col volto di gesso, fu costretta a fingere di adorare la nipotina davanti a tutti.
Sette anni passarono come acque chiare sotto i ponti. Gelly, come la chiamavano ora tutti in casa, completò la prima elementare, raccolse amici, sorrisi e colori. Chiara era felice come una rondine a primavera.
In estate, partirono tutti insieme per il mare di Sicilia. Il sole gentile, il sale sulle labbra, la sabbia bianca come zucchero filato. Cosa mancava alla felicità? Livia era lontana centinaia di chilometri, non poteva rovinare laria a nessuno.
Ma verso la fine della vacanza Chiara iniziò a sentirsi strana, diversa, quasi vedesse il fondo del mare nonostante fosse in superficie. A nessuno lo disse. Ma tornata a casa, andò subito a farsi vedere da una dottoressa.
Matteo non ci mise molto a capire che sua moglie non stava bene. Prese la decisione: si tornava a casa, e le promise un nuovo viaggio durante le vacanze di Natale. Così Chiara cedette.
Lesito della visita fu un lampo fuori stagione: aspettavano un bambino, loro figlio naturale. Una notizia che diede gioia, specialmente alla piccola Gelly, già pronta a essere sorella maggiore.
Livia lo scoprì due mesi dopo, quando ormai il pancione di Chiara era più eloquente di mille parole. Appena la casa fu vuota, la suocera si presentò, severa, con le mani intrecciate come chi deve esigere un debito.
Non ti chiedo più perché non mi hai detto nulla prima, disse gelida guardando la pancia. Ho unaltra domanda.
Quale? Chiara sentiva già il gelo invaderle le ossa.
Quando riportate Angelica allorfanotrofio? chiese Livia come se proponesse di restituire una tazzina rotta. Ora che avete un vostro figlio, la trovatella può tornare dovera.
Chiara tremava. Non credeva alle orecchie. Quella bimba era il cuore stesso della famiglia, ora, e lei la buttava via come una bambola rotta?
È seria?
Certo, scrollò le spalle Livia, sempre più impaziente. Allora, quando?
Fuori di qui, sibilò Chiara, le mani che stringevano i pugni sotto il tavolo per non perderle addosso. E non farti più vedere.
Fuori dalla porta, la suocera rimase scossa. Chiara invece chiamò Matteo soltanto ore dopo, quando la rabbia si era fatta docile come goccia sulle foglie.
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Livia non si arrese e si fiondò direttamente in ufficio dal figlio. Ignorò la segretaria, spalancò la porta con la forza di un temporale.
Tua moglie mi ha cacciata fuori di casa come fossi una mendicante!
Buongiorno anche a te, sbuffò Matteo, rimettendo con lentezza la penna nella tasca. Cosa le hai detto per mandarla su tutte le furie?
Solo che era ora di riportare quella bambina in orfanotrofio. Livia si sedette con arroganza.
Ma come ti viene in mente una cosa simile? Matteo strinse così forte la penna da spezzarla come uno stecco. Angelica è mia figlia, che tu lo voglia o no.
Per quale motivo? Non è sangue tuo. Ormai è cresciuta, capirà, se le parlerete.
Tu non azzardarti mai a parlarle di questa storia, urlò Matteo battendo il pugno sulla scrivania. Hai capito?
E come pensi di fermarmi? rise Livia, già sulla porta. In questa famiglia non cè posto per quella ragazza, sarà bene tu lo sappia.
Per molto Matteo rimase immobile a guardare la porta chiusa. La segretaria entrò per scusarsi, ma lui non la notò neanche: già stava decidendo cosa sarebbe stato di loro.
Prese in mano il telefono e
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Chiara passeggiava piano sotto i platani del parco, seguendo con gli occhi Gelly mentre giocava con il fratellino, che barcollava goffo e felice fra le gambe della sorella. Gelly era una sorella maggiore con il cuore saldo e una strana saggezza silenziosa.
Su una panchina poco distante due donne chiacchieravano di nuore e suocere; inevitabilmente, Chiara pensò a Livia. Fu quellultimo incontro a cambiare tutto: nel giro di una settimana, Matteo spostò la famiglia a centinaia di chilometri, in una cittadina ligure che pareva uscita da una cartolina del sogno. Forse solo così la pace sarebbe rimasta intatta. Da allora, nessuna voce crudele si intrometteva tra di loro.
Ora avevano tutto: una dolce figlia, un bimbo piccolo, e presto un terzo pargolo fra le braccia come in un quadro naif. Matteo, ogni tanto, chiamava il padre e sapeva che la madre non si era placata, anzi ora si accaniva sulla sorella minore. Davvero dispiaceva a Matteo, ma la vita era troppo breve per lasciarsi avvelenare.
E così, chiusi nella loro casa luminosa, la felicità cadde lieve come pioggia su pietra. Un sogno italiano, dove niente è mai lineare come sembra, e lamore resiste anche allassurdo.





