Gente diversa
Anche dopo tanti anni, mi capita ancora di ricordare come si è svolta la nostra storia. Tutto cominciò quando la piccola Alessia venne al mondo. Non era una bimba qualunque e sia io, Simone, che mia moglie Marina, sapevamo bene che la colpa di certi suoi capricci era tutta nostra. Troppo labbiamo viziata, ma come non viziarla? Così bella e delicata, e arrivata dopo tanta sofferenza. Marina faticava a rimanere incinta, nulla sembrava funzionare. Abbiamo girato tutti i medici di Firenze e persino Roma, ma tutti ripetevano che era tutto a posto.
Se tutto era a posto, perché allora non arrivava un bambino? Un luminare anziano consigliò di rivolgerci alla tradizione, così ci affidammo a una vecchietta di un paesino toscano, che diede a Marina una sorta di liquore amaro da bere ogni giorno. Marina storceva il naso, ma fu ubbidiente e, miracolosamente, avvenne il miracolo. Eravamo al settimo cielo. Cera tutta la contrada che sentiva le mie urla di gioia.
La gravidanza fu tuttaltro che facile. Più volte temevo davvero che Marina non ce lavrebbe fatta a portare a termine la gravidanza: nausea continua, non riusciva a mangiare e persino i profumi della campagna la infastidivano. Gonfiori tremendi alle mani e ai piedi, dormiva male, quasi mai usciva. Quando arrivarono le contrazioni, tirai un sospiro di sollievo. Ma fu solo l’inizio: dopo 10 ore di travaglio, fu necessario un cesareo di corsa. Alessia nacque debole, Marina perse tanto sangue che per due giorni restò sospesa tra la vita e la morte. Ma il destino fu generoso: tornò a casa dopo un mese di ospedale ed io non ero mai stato così felice di riabbracciarle entrambe.
Finalmente pensavo: ora potremo essere una famiglia felice, solida, come avevo sempre sognato.
Alessia aveva già 5 anni quando mi sedetti un giorno davanti a Marina:
Dobbiamo costruire una casa nostra dissi. Ora Alessia è piccola, ma poi crescerà. In questo buco non si può andare avanti, una bambina deve avere la sua stanza.
Marina annuì, comprensiva come sempre, ma le vedevo lincertezza negli occhi: Ma Simone, con che soldi? chiese.
Un poco alla volta, senza fretta la rassicurai. Non bisogna fare tutto subito. Se lavoriamo con calma, ce la faremo.
Aveva ragione a preoccuparsi. I sogni possono essere fragili. Dopo sei mesi, Alessia si ammalò gravemente. Prima una banale influenza, poi orecchie, poi chissà cosaltro Finimmo in un tunnel di ospedali, cure, debiti che parevano montagne. Ma la nostra piccola si riprese, alla fine. Tre anni, però, ci vollero.
Da allora, la casa non fu più un argomento di conversazione. Limportante era ripagare i debiti, sopravvivere. Marina si mise anche lei in fabbrica. Non era facile, ma solo insieme ce la saremmo fatta.
Quando Alessia aveva ormai 14 anni finalmente riuscimmo a saldare tutto. Ma ora cera la scuola, le sue voglie dadolescente: il vestito nuovo, il cappotto come quello di Francesca Eh, è naturale per una ragazza. Venne la maturità, i pochi risparmi li tenemmo da parte per il suo futuro, magari luniversità a Bologna.
Ma anche qui le cose andarono diversamente da come avevamo sognato. Alessia partì davvero per studiare, ne fummo orgogliosi. Intanto, io piano piano buttai su le mura della casa, qualche pannello per le finestre e le porte ancora temporanee. Ma era pur sempre una casa.
Un giorno, era domenica e avevamo appena fissato le nuove finestre, qualcuno suonò il campanello. Era Alessia, con il pancione, e dietro a lei un ragazzo alto dai capelli lunghi.
Alessia, ma? Marina fissava il pancione.
Oh mamma, ma cosa pensavi? Qui con me cè Maurizio, il mio ragazzo. Andiamo a vivere insieme, ci sposiamo, e qui nascerà il bimbo, disse lei senza troppi giri di parole.
Maurizio, imperturbabile, annuiva masticando chewing-gum.
Ci sedemmo tutti insieme. La prima domanda fu la mia.
Alessia, perché non ci hai detto nulla?
Che avreste fatto? Solo prediche.
E lo studio?
Non fa per me. Anche Maurizio lha lasciato dopo il primo anno, e si vive lo stesso.
E come pensate di mantenervi, se nessuno lavora?
Beh, ho i miei genitori, no?
Mi alzai e me ne andai in cucina, prima di dirle qualcosa di cui mi sarei pentito. Più tardi, chiamai Marina da parte.
Senti, dobbiamo fare una scelta. Lasciamo la casa nuova a loro, con una stanza pronta, come regalo di nozze, e noi andiamo nella casa vecchia, ci sistemiamo là come possiamo.
Giusto così, disse Marina dopo una breve esitazione.
I ragazzi furono contenti, noi prendemmo solo il necessario, così da lasciare almeno qualche mobile a loro. Consegnai le chiavi ad Alessia.
Ora sei tu la padrona, le dissi abbracciandola.
La nuova casa non aveva nulla, neppure lacqua corrente, ma almeno era nostra. Portavamo lacqua dalla fontanella in fondo alla strada, lavatrice nel catino, la sera si lavorava insieme per sistemare il rustico. Ogni tanto passava Alessia a chiedere qualche euro. Glieli davamo, anche se la casa ci divorava tutto.
Una volta, mi stancai: ci recammo da Alessia e Maurizio.
Maurizio non ha ancora trovato lavoro?
Papà, dai Non è che adesso deve per forza fare il muratore per due spiccioli? Sta ancora cercando la sua strada.
Notai che nemmeno Alessia era daccordo fino in fondo, ma intervenni io.
Senti Maurizio, hai una famiglia ora, devi dar da mangiare a tua moglie e a tuo figlio.
Lui alzò le spalle. Quando uscimmo, dissi ad Alessia:
Guarda che, se proprio non ha nulla da fare, Maurizio può venire a darci una mano col casa: prima o poi toccherà a voi, quel tetto.
Lei mi disse stizzita di smetterla con questa fissa. Così Marina, di nascosto, diede qualche banconota alla figlia, nonostante tutto.
Dopo una settimana, Maurizio trovò finalmente un impiego, non in cantiere dove almeno avrebbero pagato di più, ma in un ufficio qualsiasi.
Nel frattempo, io e Marina dividemmo i giorni tra casa e lavoro. Un ragazzino, Antonio, ci osservava spesso dal cortile della vicina casa dai grandi meli. Un giorno lo invitai a prendere il tè con noi nel giardino. Raccontò che viveva con la nonna, senza genitori. Disse anche che avrebbe voluto aiutarci, ora che era estate e non doveva andare a scuola.
Ma certo, vieni pure, gli dissi. Ogni mano conta.
Antonio era sveglio, imparava subito. Marina finì per occuparsi più di faccende domestiche che della casa stessa, tanto era contento Antonio di aiutarmi. Marina fece amicizia con la nonna, signora Petronilla, donna saggia e gentile. Le chiesi se fosse d’accordo con laiuto di Antonio, lei sorrise.
Certo che va bene! Così impara a lavorare, meglio che far danni in strada.
Divennero anche loro amici di casa nostra. Ogni sera prendevamo il tè tutti insieme, tra chiacchiere e confidenze.
Quando Alessia partorì, corremmo in ospedale con doni e vestitini per il neonato, trovando anche Maurizio, stavolta con dei fiori. Tornati a casa, festeggiammo. Anche Petronilla venne a congratularsi con noi i bambini portano fortuna, diceva sempre.
Mi accorsi che Maurizio, a casa, si era fatto finalmente uomo. Avevano persino la culla pronta. I primi tempi Marina aiutava spesso Alessia, fino a sentirsi dire dalla bocca di Maurizio:
Che viene sempre tua madre? Non sei capace di badare a tuo figlio da sola? Ora abbiamo la nostra famiglia.
Marina ci restò malissimo e smise di andare. Ogni tanto lasciava una sporta dalimenti fuori dalla porta, soprattutto se era Maurizio a rispondere. Alessia capì, ma preferì star zitta.
Intanto con Antonio e Petronilla la nostra famiglia si arricchiva daffetto. Un anno li portai in città, comprando ad Antonio un bel completo e una cartella per la scuola. Petronilla pianse dalla gratitudine, ma io le dissi che Antonio era ormai per me come un figlio.
Vennero gli anni in cui le difficoltà non mancarono, soprattutto quando Petronilla, a 85 anni, ci lasciò. Antonio venne a vivere con noi, aveva solo 14 anni e rischiava la casa-famiglia. Lottai per ottenere laffido, così Antonio rimase con noi: ogni tanto lo Stato ci dava qualche euro, e con questo campavamo ancora meglio.
Alessia nel frattempo ebbe un altro figlio, e in casa sua si aggiunse anche la sorella di Maurizio con bambino: un caos che preferimmo non commentare.
Antonio era sempre disponibile, serio, affettuoso. Concluso il liceo, decidemmo che meritava di studiare: lui però iniziò subito a lavorare la sera, sostenendosi con la borsa di studio. Non ci chiese mai nulla, veniva nei weekend con regali e una carezza per noi.
Poi fu la volta di una nuova disgrazia: Marina si ammalò. Dimagriva, non aveva più forze. La ricoverai e mi dissero il peggio: tumore avanzato, le restavano pochi mesi. Mi sentii crollare il mondo. Chiamai Alessia:
Mamma è malata, le dissi nella voce tremante.
Eh, mi dispiace ma cosa posso fare io?
Spiegai che era grave, che restava poco tempo. Va bene, domani le farò visita, disse asciutta.
Venni a sapere che era passata solo una volta, di sfuggita, in tutto quel periodo. Poi, quando Marina fu dimessa per passare gli ultimi giorni a casa, chiesi aiuto.
Alessia, vieni almeno tu a darle una mano, non ce la faccio da solo
Papà, non posso sempre correre avanti e indietro. Farò il possibile, ma non prometto.
Non tornò più. Così passai notti intere a vegliare su Marina e a lavarla, cambiarle le lenzuola, con lei tra le lacrime. Quando sentii il suo respiro venire meno, sapevo che il castigo più grande sarebbe stato restare senza di lei. Eppure trovò la forza di scherzare: Allora chi lo sposa più Antonio, ora che io non ci sono?
Un mese dopo, se ne andò davvero. Antonio, ormai laureato, pianse come un bambino. Si trasferì a Siena, dove trovò lavoro e affittò un bilocale. Io rimasi solo tra quelle mura costruite con tante fatiche. La casa era bella, comoda, riscaldata a dovere, arredi accoglienti decorati dalle mani amorevoli di Marina.
Antonio mi visitava spesso, a volte portava la fidanzata Aurora finalmente una ragazza che mi rese felice come un padre. Le rare volte che Alessia veniva, era per chiedermi soldi o portare via qualcosa di buono da mangiare. Era evidente che le pesasse vivere ancora in quellangusto appartamento con la famiglia allargata.
Gli anni passarono e la salute se ne andava. Il cuore dava segnali, prendevo pillole consigliate dalla portinaia, Antonio si arrabbiava con me:
Devi andare in ospedale! Non puoi stare così.
Aveva ragione, ma lo ignoravo: alla mia età, cosa vuoi che succeda.
Una sera, il cuore mi strinse forte nel petto. Chiamai Alessia.
Figlia mia, non mi sento bene …
Prendi il valium, papà, o chiama lambulanza, non posso venire.
Così chiamai Antonio.
Antonio, scusami, sto proprio male.
Arrivò subito con Aurora, che era infermiera. Mi soccorsero e mi portarono in ospedale, mi restarono accanto ogni giorno. Consigliai ad Antonio di sposare Aurora, ma volevano attendere di sistemarsi meglio.
Quando tornai finalmente a casa, Antonio e Aurora si occuparono di tutto, raffinando pure dei pranzetti per me. Alessia venne a dare unocchiata veloce, lamentandosi della mia solitudine.
E fu allora che esplosi:
Non sei venuta nemmeno quando ero in ospedale, non sei venuta quando tua madre stava morendo… tu sei mia figlia e mi manchi, mi fa male.
Ma lei replicò con rabbia:
Basta lagne! Quandè che schiatti? Tu stai solo in questa casa gigante mentre noi siamo schiacciati in un buco. Non ti vergogni?
Allora compresi tutto. In realtà, non voleva me, ma la casa. E la casa ci aveva visti lottare, mattoni uno sullaltro, io e Marina senza mai un aiuto da parte loro.
Quella notte, pensai di chiedere consiglio a Marina in sogno. Pregai mi facesse sentire la sua voce. Il mattino dopo chiamai Antonio, gli chiesi un notaio disposto a venire a casa. Volevo sistemare quel che era giusto.
Arrivò il notaio, firmammo tutto in poco tempo. Scrissi a mano una lettera:
“Antonio, se stai leggendo questo, io non ci sono più. Ma non fare il triste, finalmente sono con Marina. Sposati, Aurora è una brava ragazza. Ti lascio la nostra casa come dono di nozze. Non accettare rifiuti, la casa è anche tua. Come mio figlio, te la meriti. Io e Marina così abbiamo deciso. Ti vogliamo bene.”
Deposito tutto nella busta grande, con una fotografia mia e di Marina, poi mi stesi sul letto con il cuore finalmente leggero.
Antonio e Aurora arrivarono il giorno dopo. Cera una pace irreale. Antonio spalancò la porta. Io ero lì, adagiato sul divano, con la foto di Marina fra le mani.
Papà…
Aurora fu la prima a capire e scosse la testa. Antonio si inginocchiò e pianse silenziosamente. Più tardi, quando Alessia e Maurizio giunsero per la casa, Antonio trovò la busta e la lesse ad alta voce. Alessia, col viso paonazzo, gridò:
Vecchio stupido! È impazzito del tutto! Meglio morire prima che perder la testa così Ma questa cosa non finisce qui!
Scappò via furibonda. Ma io e Marina, là dovera, sapevamo che Antonio non sarebbe mai rimasto solo.





