Farò di lui un vero uomo! “– Mio nipote non sarà mancino! – sbottò Tamara Sante. Denis si voltò …

Ricordo bene quellepoca, come se fosse ieri, mentre il tempo ha ormai avvolto la nostra famiglia in una calma diversa.

«Mio nipote non diventerà mancino,» dichiarò indignata la signora Emilia Rinaldi con la solennità di chi custodisce le antiche tradizioni di Milano.

Guardai mia suocera, sentendo salire un fastidio che cercavo invano di celare.

«Ma cosa cè di male?» domandai. «Luca è nato così. Fa parte di lui, come i suoi occhi o il sorriso.»

«Una caratteristica!» Emilia sbuffò. «Non chiamiamola così. È una piccola disgrazia, un vizio. Da che mondo è mondo la mano destra è quella giusta. La sinistra… è per chi vuol sfidare la sorte.»

Mi trattenni a stento da una risata: eravamo nel pieno dei primi anni del duemila, eppure lei ragionava ancora come una contadina della Brianza di centanni fa.

«Signora Emilia, la scienza…»

«La tua scienza può restare dove sta!» mi interruppe. «Ho corretto mio figlio Massimo e adesso è un uomo per bene. Fatelo anche voi con Luca, prima che sia troppo tardi. Poi mi ringrazierete.»

Uscì dalla cucina lasciandomi con il mio caffè ormai freddo e quella strana amarezza addosso.

In principio non diedi troppo peso alla cosa. È tipico: ogni generazione trascina con sé le proprie convinzioni. Guardavo Emilia mentre, a tavola, correggeva Luca ripetutamente, spostandogli la forchetta dalla sinistra alla destra, e pensavo che tutto sommato non poteva davvero nuocere. Lanimo di un bambino è elastico, le fissazioni di una nonna non avrebbero superato il peso della nostra quotidianità.

Luca, invece, era mancino dalla nascita. Ricordavo bene come, a poco più di un anno, afferrava con la sinistra ogni giocattolo. Come aveva iniziato a colorare goffamente, come tutti i piccoli ma sempre e solo con la mano mancina. E a me sembrava così naturale, persino bello. Era semplicemente Luca, unico e irripetibile.

Non per Emilia. La sua visione era chiara: essere mancini era un errore da correggere prima che diventasse una vergogna. Ogni volta che Luca prendeva la matita con la sinistra, lei stringeva le labbra come se stesse commettendo un sacrilegio.

«Luca, con la destra, dai. Sempre la destra.»

«Di mancini nella nostra famiglia non ce ne sono mai stati, e non ce ne saranno.»

«Ho corretto Massimo e ora è un padre di famiglia ammirato da tutti.»

Una volta la sentii vantarsi, raccontando a mia moglie Chiara il suo successo: il piccolo Massimo, anche lui difettoso, raddrizzato a forza con una dedizione ferrea. Gli legava la mano, lo ammoniva, puniva ogni tentennamento. E il risultato era, a suo dire, un uomo normale e rispettabile.

Dentro di me sentii un disagio profondo: quella sicurezza cieca era difficile da digerire.

Non mi accorsi subito dei cambiamenti in Luca. Ma a poco a poco divennero evidenti: esitava a prendere qualsiasi oggetto, lasciando la manina sospesa come davanti a una scelta impossibile. Poi iniziò a scrutare la nonna con unocchiata furtiva ogni volta che iniziava a mangiare o disegnare.

«Papà, con che mano si deve fare?» mi chiese una sera, guardando il cucchiaio con occhi spaventati.

«Quella che preferisci, piccolino.»

«Ma la nonna mi ha detto che»

«Non pensarci, tesoro. Fai come te lo senti tu.»

Ma ormai non era più semplice per lui. Si confondeva, lasciava cadere oggetti, si bloccava a metà di ogni azione. I suoi movimenti, prima sicuri, diventavano impacciati, pieni di paura. Non si fidava più di se stesso.

Anche Chiara vedeva tutto. Notavo come si mordesse il labbro ogni volta che Emilia si avvicinava per correggere Luca. Nei momenti più tesi, abbassava gli occhi, lasciando passare la tempesta. Cresciuta sotto quellinflessibilità materna, aveva imparato che compensare con il silenzio era meno doloroso che scontrarsi.

Provai a parlarle.

«Chiara, questa situazione non è normale. Guarda Luca.»

«Mamma vuole solo il suo bene.»

«Ma non vedi come lo sta cambiando?»

Scuoteva le spalle, rifugiandosi in quel silenzio appreso a fatica. Labitudine a cedere era più forte dellistinto materno.

La situazione peggiorava giorno dopo giorno. Emilia ormai aveva fatto della rieducazione una vera missione. Correggeva ogni gesto di Luca, lo lodava quando faceva qualcosa con la destra, sospirava sonoramente alla sinistra.

«Hai visto, Luca? Ce la fai! Basta impegnarti. Ho fatto di Massimo un uomo, e farò lo stesso con te.»

Decisi che era il momento di parlare chiaramente alla suocera, scegliendo un momento in cui Luca era in camera a giocare.

«Signora Emilia, la prego: lasci stare Luca. È mancino, non cè niente di male. Non deve correggerlo.»

La sua reazione superò ogni mia aspettativa. Si irrigidì, offesa come se avessi messo in dubbio tutta la sua esistenza.

«Senti, giovane, ho cresciuto tre figli e ora vuoi insegnare a me?»

«Non è questo. Ma le chiedo di non intaccare Luca.»

«Intaccare? È anche mio nipote, sai? Il sangue di mia figlia scorre in lui. Non permetterò che cresca… così.»

La parola così le uscì di bocca con unincredibile punta di disprezzo.

Capì che un compromesso non era possibile.

Da lì in poi fu una guerra silenziosa. Emilia mi ignorava ostentatamente, parlando solo tramite Chiara. Io facevo lo stesso. Nellappartamento aleggiava un silenzio teso, che ogni tanto esplodeva in scaramucce.

«Chiara, dì a tuo marito che la cena è pronta.»

«Chiara, dì a mamma che non ho bisogno.»

Chiara, sempre più pallida e stanca, si trovava in mezzo. E Luca, di riflesso, tentava di sparire in un angolo con il suo tablet, come se volesse diventare invisibile.

Mi venne unidea un sabato mattina, mentre Emilia era immersa nella preparazione della sua celebre minestrone. La osservai, precisa e sicura nei gesti affinati da decenni.

Mi avvicinai piano, alle sue spalle.

«Sta tagliando male.»

Lei non si voltò.

«Cosa?»

«Le zucchine vanno tagliate più fine. E seguendo la venatura, non di traverso.»

Sbuffò, continuando imperterrita.

«Sul serio,» insistetti, «non si fa così. È sbagliato.»

«Sono trentanni che cucino minestrone, Marco.»

«E trentanni che lo fa nel modo sbagliato. Faccia vedere. Posso mostrarle?»

Provai a prendere il coltello. Lei lo ritirò indignata.

«Ma stai scherzando?»

«No. Vorrei che lei imparasse: sarà meglio così. Guardi, qui cè troppa acqua. Il fuoco è alto. E le verdure vanno aggiunte in ordine diverso.»

«Così ho sempre fatto!»

«Non è una scusa. Bisogna re-imparare. Si parte da zero.»

Per un attimo restò interdetta.

«Ma cosa stai dicendo?»

«Ciò che lei ripete ogni giorno a Luca. Rieducarsi. Così non va, si deve fare diversamente. Bisogna imparare a farlo con laltra mano.»

«Non paragoni queste cose! Sono mondi diversi!»

«Ne è così sicura? Per me sono identici.»

Emilia appoggiò il coltello, le guance accaldate.

«Paragonare la cucina con… Ma io ho sempre fatto così! Mi trovo bene!»

«Anche Luca si trova bene con la sinistra. Ma per lei non va mai bene.»

«Luca è piccolo, può cambiare, migliorare.»

«E lei ormai è adulta, con tutte le sue abitudini. Correggere lei sarebbe impossibile, oppure?»

Incrociai le braccia. «Allora perché pretende di cambiare lui?»

Rimase in silenzio, serrando le labbra. I suoi occhi brillarono, lucidi e pieni di rabbia trattenuta.

«Eppure io… volevo solo il meglio,» sussurrò, la voce incrinata dalla fatica e dai ricordi.

«Non ne dubito. Ma il meglio non è sempre come lo immaginiamo. Luca è un individuo. I suoi difetti, le sue particolarità, sono ciò che lo rende unico. Io non permetterò che vengano schiacciate.»

«Ora vuoi insegnare a me?»

«Insegnerò, se non si fermerà. E se necessario commenterò ogni suo gesto, abitudine, errore.»

Rimanemmo uno di fronte allaltra, tesi come archi pronti a scoccare.

«È meschino dalla tua parte,» sibilò infine.

«Era lunica maniera per farsi capire.»

Per la prima volta la vidi cedere, come se il peso dei suoi principi la schiacciasse. Si spense qualcosa nei suoi occhi, e allimprovviso mi sembrò più fragile, più umana.

«Lho fatto con amore…» provò a dire, ma la frase morì sulle labbra.

«Lo so. Ma è giunto il momento di cambiare modo. O non vedrà più suo nipote.»

Intanto, nella pentola, il minestrone sbollentava, dimenticato.

Quella sera, quando Emilia si ritirò nella sua stanza, Chiara si sedette accanto a me sul divano, silenziosa, stringendomi la mano.

«Da bambina, nessuno si è mai messo tra me e mamma,» sussurrò. «Ha sempre deciso lei. E io… accettavo.»

La abbracciai.

«Ma adesso in questa casa, le regole le facciamo noi. Nessuno imporrà più la propria visione sugli altri.»

Chiara mi strinse la mano con una gratitudine nascosta.

E intanto, dalla cameretta, si sentiva il lieve frusciare della matita sul foglio. Luca disegnava, finalmente sereno, con la mano sinistra. Nessuno gli avrebbe più detto che era sbagliato.

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