FULMINE D’ITALIA: Il Potere e la Saggezza della Tempesta

Fulmine

Vicino al cancello di casa, un cane sporco sedeva tre settimane dopo Giulia capì perché il destino laveva messa lì.

Giulia lo vide una mattina di lunedì, mentre scendeva verso lauto. Era appoggiato al portone, come legato da invisibili catene. Grande, ispido, talmente pieno di fango da non distinguere la razza. Gli occhi fissavano lei con unintensità di chi racconta una vita intera: dolore, speranza e un mistero che non trovava parole.

«Via!», sbottò Giulia, agitandosi per andare al lavoro. «Scappa da qui!»

Il cane non si mosse, solo un lieve inclinare della testa, quasi a chiedere scusa per esistere. La sera lo trovò ancora lì.

«Marco», disse a cena al marito, «cè un cane che si è accovacciato al cancello.»

«E allora?», rispose Marco senza staccare gli occhi dal telefono.

«Non lo so, è strano.»

«Anna, non provare! Avevamo deciso: niente animali. Troppo lavoro, poco tempo. E gli animali non fanno che creare casini.»

Giulia tacque, ma nella notte i suoi pensieri giravano sugli occhi di quel cane.

Il mattino seguente il cane era di nuovo al suo posto, ma stavolta rannicchiato in una palla. La pioggia autunnale cadeva pesante, e il suo pelo era imbevuto fino alle ossa.

«Che sciocco», sospirò Giulia, posizionando accanto al cancello una ciotola dacqua e i resti della zuppa di ieri. «Vai a casa, forse hai una cuccia da qualche parte.»

Il cane alzò la testa, guardò riconoscente, ma non si avvicinò al cibo; attese che Giulia se ne andasse.

Così per una settimana intera si ripeté lo stesso scenario: ogni alba il cane al cancello, Giulia con il cibo. Marco brontolava che «attira cani randagi», ma non protestava più. Sperava che lanimale se ne andasse da solo.

Il cane non se ne andò. Anzi, iniziò a alzarsi quando Giulia usciva, a incontrarla con lo sguardo, a seguirla come un custode silenzioso.

«Mamma, posso accarezzarlo?» chiese un giorno la piccola Livia, di otto anni, vedendo il cane.

«No!», rispose bruscamente Giulia. «È randagio, sporco, magari è malato.»

Ma già la sua mente sussurrava: «E se?»

Due settimane passarono e Giulia era ormai abituata a portargli da mangiare. Come si può ignorare una creatura affamata?

«Che ne dici di smettere di dargli da mangiare?», propose Marco, guardando fuori dalla finestra. «Sembra che si sia già ambientato. Presto chiederà di entrare.»

«Non chiede, sta lì», ribatté Giulia. «Gli abitanti del quartiere già chiedono se è nostro. La signora Oliva ieri ha insinuato che forse è vaccino.»

Giulia fece un sorriso amaro. Oliva, la pettegola del vicinato, che si intrometteva in ogni giardino come un gatto curioso.

«Meglio che si occupi del suo Micio», replicò Giulia.

«Dobbiamo farlo andare via, o portarlo a un canile», disse Marco.

«A quale canile?», chiese Giulia.

Venerdì, Giulia restò al lavoro fino a tardi scadenze, rapporti trimestrali, il capo sul filo del rasoio. Rientrò a casa a mezzanotte, esausta, sola con il desiderio di finire sul letto.

Accese il cancello, prese le chiavi, sfiorò il lucchetto nelloscurità.

«Soldi, gioielli, telefono», sussurrò una voce sommessa alle sue spalle.

Si girò: un uomo in giacca scura, il volto nascosto da un cappuccio, teneva in mano qualcosa che scintillava.

«Subito!», sibilò. «Il portafoglio!»

Le mani di Giulia tremarono. Una borsa cadde a terra, spargendo il suo contenuto sullasfalto.

«Che fai!», ringhiò luomo avvicinandosi. «Rivela tutto!»

Allimprovviso, dal buio balzò il cane.

Senza latrata, senza guaito, saltò silenzioso sullassalitore. Luomo cadde, un coltello sbatté a terra. Il cane lo afferrò con tutto il corpo, schiacciandolo al suolo, poi emise un ringhio basso, quasi un ruggito dombra.

«Porca miseria!», borbottò il ladro, cercando di liberarsi. «Lascialo!»

Giulia rimase immobile, le gambe non rispondevano, le orecchie rimbombavano.

«Aiuto!», gridò a squarci di voce. «Mi rubano!»

Le finestre delle case vicine si illuminarono di luci accese. Il cane non lasciava il ladro, lo teneva con una presa mortale.

«Che sta succedendo?», balzò Marco, uscendo in mutande e ciabatte. Livia lo seguì in pigiama.

«Chiama la polizia!», urlò Giulia.

La pattuglia arrivò in dieci minuti. Portarono via luomo, che era già ricercato per altri furti nel quartiere. Un agente accarezzò il cane.

«Fortunati voi,», disse. «Se non fosse per questo bel cucciolo è un pastore, forse incrocio di razze, ben addestrato.»

«Quindi non è randagio?», chiese Giulia.

«È difficile dirlo. Forse si è perso, o è stato abbandonato. Oggi è comune: si compra un cucciolo, poi lo si considera inutile quando cresce.»

Gli agenti se ne andarono, lasciando la famiglia nel cortile. Il cane rimaneva lì, a osservare.

«Mamma, posso accarezzarlo?», sussurrò Livia. «Ci ha salvati.»

Giulia guardò la figlia, poi Marco, poi il cane.

«Va bene», rispose a bassa voce.

Livia tese la mano; il cane annusò le dita e le leccò delicatamente. La bambina rise.

«È buono! È caldo! Mamma, lo teniamo? Per favore! Ci proteggerà! Capisce tutto!»

Giulia scrutò Marco, che rimaneva pensieroso.

«Sai,», disse Marco grattandosi la nuca. «Forse è meglio così. Una guardia in più non è male. E sembra davvero intelligente.»

«È vero», annuì Giulia. «Hai visto come ha reagito? Nessun abbaiare, nessun rumore. Come un vero cane da guardia.»

«Allora lo teniamo?»

Giulia si sedette accanto al cane, che la fissava con occhi pieni di saggezza e, ora, di una lieve curiosità.

«Vuoi restare?», sussurrò.

Il cane posò la testa sulle sue ginocchia, pesante, caldo. Per la prima volta in tre settimane, emise un flebile guaito.

«Rimani», decise Giulia. «Domani gli daremo un vero nome.»

Il cane sospirò, profondo, come se avesse compreso ogni parola.

Allalba, Giulia si svegliò con la sensazione che il mondo fosse leggermente spostato, non rivoluzionato, ma semplicemente stravolto. Nel cortile una ciotola tintinnava: il nuovo ospite faceva colazione.

«Tu sei Fulmine», disse Livia guardando fuori dalla finestra. «Lo chiameremo Fulmine!»

«Perché Fulmine?», chiese Marco, aggiustandosi la camicia.

«È comparso come un tuono in una giornata serena, e ha colpito il ladro come un fulmine», rispose Livia.

Giulia sorrise. La logica infantile aveva un suo fascino.

«Fulmine è Fulmine», confermò.

A casa, Fulmine si comportava con una cortesia improbabile: non entrava nelle stanze senza invito, non toccava gli oggetti, non chiedeva cibo a tavola. Si sdraiò sullentrata, su un vecchio tappeto, con un occhio aperto, a vigilia di ogni movimento.

«Mamma, è triste», disse Livia accoccolandosi accanto al cane. «Guarda i suoi occhi pieni di malinconia.»

E davvero, negli occhi di Fulmine cera una nostalgia per una vita passata, ma anche la consapevolezza che non cera via di ritorno.

«Ci vorrà tempo», disse Giulia. «Per abituarsi a noi, alla nuova casa.»

Ma in silenzio temeva: e se scappasse? E se cercasse i suoi precedenti padroni?

La prima notte Fulmine rimase nel vestibolo. Giulia controllava più volte: era sempre lì, immobile ma vigile, quasi in attesa.

La seconda notte lo stesso.

La terza notte Giulia non poté più trattenersi.

«Fulmine», lo chiamò piano. «Vieni qui.»

Il cane alzò la testa, guardò incuriosito.

«Allora, vieni», ripeté, battendo leggermente il tappeto.

Fulmine si avvicinò esitante, annusò il punto indicato, e si sdraiò.

«Capisci che ora sei nostro?», mormorò Giulia nelloscurità. «Che non ti lasceremo più.»

Il cane emise un sospiro lieve.

Il giorno dopo, Livia gridò: «Fulmine è sparito!»

Il cuore di Giulia si affrancò. «È sparito?»

«Non lo trovo né fuori né dentro!»

Giulia corse fuori; il cancello era chiuso, la recinzione alta. Il cane non era visibile.

«Fulmine!», urlò. «Dove sei?»

Nessuna risposta.

«Forse è sotto il fienile?», ipotizzò Marco. «O nello scantinato?»

Cercarono ovunque, nulla.

Giulia era pronta a credere al peggio, quando udì un flebile lamento provenire da sotto terra.

«Là sotto!», intuì.

Scese le scale del loro piccolo seminterrato, dove di solito tenevano le provviste per linverno. Le porte erano sempre tenute aperte per laria.

Al fondo, in un angolo, Fulmine giaceva su una vecchia coperta, circondato da cuccioli cinque piccoli, ciechi, appena nato.

«Mamma!», esclamò Livia, vedendo i cuccioli. «È una femmina! Ha dei cuccioli!»

Giulia si sedette, incredula. È davvero Fulmine? È la stessa creatura che vegliava il cancello?

«Ma il pelo è spesso», ragionò, ricordando. «Stava sempre seduta, non si alzava in piedi. E il ventre non era tipico dei cani grandi.»

«Perciò non ha mai lasciato il nostro giardino», intuì Livia.

«Certo!», confermò Giulia. «Aveva bisogno di un luogo sicuro per i piccoli. Sentiva che era il momento giusto.»

«Ci cercava», concluse Marco. «Ci cercava noi.»

Fulmine alzò la testa, guardò i due genitori con occhi pieni di gratitudine. Non cera più tristezza, solo un profondo senso di fiducia.

«Sei una piccola geniale», sussurrò Giulia, allungando delicatamente la mano. Il cane le leccò le dita, poi si sistemò tra i cuccioli, che cercavano il suo latte.

«Mamma», disse Livia piano, «avremo una famiglia completa?»

Giulia guardò Marco. Lui sbatteva le mani, come a chiedersi cosa fare.

«Famiglia», rispose. «Grande, unita, felice.»

Tre anni passarono. Giulia rimaneva alla finestra della cucina, osservando il cortile. Livia, ora undicenne, correva sullerba con due dei figli di Fulmine, cresciuti forti. Fulmine, ora maturo, riposava allombra del pero, osservando con dignità i giochi dei cuccioli. Alcuni dei fratelli erano stati affidati a buone famiglie, mentre Rex e Dina erano rimasti con loro.

«Non pensi che abbiamo troppi cani?», chiese Marco, accarezzando la spalla di Giulia.

«Ti dispiace?», rispose Giulia con un sorriso.

«Manco una goccia», replicò lui.

«Tre anni fa avrei potuto ucciderti, se qualcuno mi avesse detto che avremmo avuto una brutta carovana di cani», disse Marco, ridendo.

Giulia si avvicinò a lui, ricordando quella sera dautunno in cui tutto era iniziato. È spaventoso pensare a cosa sarebbe successo se non avesse trovato quel cane.

«Ci ha salvati», sussurrò. «Non solo dal ladro. Ha salvato la famiglia.»

«Come?», chiese Marco.

«Pensaci. Livia è più responsabile, porta a spasso i cani. Tu non torni più tardi al lavoro, perché sai che a casa ti aspetta qualcosa. Io ho capito cosa è lamore incondizionato.»

Fulmine alzò la testa, fissò la finestra con i suoi occhi caramellati, privi di tristezza, pieni solo di calma e di fiducia nel domani.

«Sai qual è la cosa più strana?», continuò Giulia. «Che ancora ogni sera mi aspetta al cancello, come se nulla fosse cambiato.»

«Credi che fosse davvero mandata dal destino?», domandò Marco.

Giulia si voltò verso di lui.

«E tu? Un cane randagio che resta tre settimane al cancello, poi salva la padrona da un ladro, e un mese dopo porta cuccioli nel seminterrato?»

«Suona come una favola», rispose Marco.

«È proprio una favola», concluse Giulia. «Un piccolo miracolo per chi è pronto ad accoglierlo.»

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