Ricordo ancora i giorni in cui, passeggiando lungo le vetrine di Via del Corso a Roma, mi concedevo di assaporare con gli occhi i cibi esposti, immaginando a cosa potesse servire il poco denaro che rimaneva nel mio magro portafoglio. La conclusione era chiara: dovevo risparmiare.
Di tutti i tre lavoretti che svolgevo, ne rimaneva solo uno, e le somme accumulate dopo il funerale della nonna svanirono del tutto. Così mi trovai sola, senza mai aver preso mai il nocciolo del matrimonio. Allinizio studiavo economia, con lintento di diventare contabile, anche se da sempre detestavo i numeri e tutto ciò che ne derivava. Mio padre insistette allora, dicendo che senza soldi non si vive, e questa è una professione utile.
Mi piace prendermi cura degli altri, rendere più facile la loro vita, incoraggiarli, dissi timidamente al padre, ancora giovane. Diventerò medico? mi chiese, sarcastico. No, sarò una sorella della carità, papà. Una infermiera, allora? ribatté. Quasi, ma voglio anche assistere gli altri, cercai di spiegare. Una badante? Una sanitaria? Sei impazzita! La professione deve essere prestigiosa! Sei una sciocca! Eppure raccoglievi insetti da mettere in scatole, ti lanciavi dietro le lucertole, provavi a rimettere a posto la coda su cui Kolia aveva calpestato Svegliati, figlia! Luomo deve aspirare a essere il migliore, il primo, il grande! Pensa a Napoleone! mi rimproverava il padre, agitando le braccia nella stanza.
Alla fine tentai di studiare contabilità, ma i numeri mi perseguitavano anche nei sogni, giravano intorno a me finché mi svegliavo in un sudore freddo. Vorrei dirgli al padre che non tutti possono essere Napoleoni, che io non volevo combattere, ma solo vivere e aiutare gli altri.
Quando la nonna si ammalò, io fu la più desiderosa di starle accanto. Zia Maria, invece, si allontanava dalla vecchia, facendo smorfie e sussurrando che odore cattivo. Io non capivo cosa volesse dire cattivo, perché le mani della nonna profumavano sempre di pane fresco, erba e miele. Deve parlare più spesso con lei, cambiare le lenzuola, coccolarla, pensavo. Leggevo le fiabe alla nonna, le accarezzavo la fronte, e chiedei al resto della famiglia il permesso di farle il bucato.
Quando la nonna morì, tutti correvano a piangere. Zia Maria, in preda a un quasi svenimento, gridava Portatela via presto, ho paura dei morti!. Io mi intrufolai silenziosa nella stanza: la nonna appariva come se dormisse con un sorriso appena accennato. Mi appoggiai alla sua mano e piansi.
Figlia! Hai paura? Esci subito! ruggì papà entrando nella stanza. No, papà, piango perché senza la nonna mi sentirò persa, ma lei ora non soffre più, è in un luogo bello e luminoso, singhiozzai. Dove è bello? È malata? chiese, senza capire. Volevo raccontargli che, chiudendo gli occhi per un attimo, avevo visto la mano della nonna attraversare un sentiero fiorito, avvolto da una luce dorata, con una grande casa bianca dalle colonne sul colle, e sentirle dire: Ecco, cara, torno a casa. Non piangere, sole mio!. Ma rimasi in silenzio, temendo di turbare papà.
Continuai a studiare contabilità, ma presto abbandonai. Non riuscivo a respirare, sentivo di vivere unesistenza altrui. Inoltre il padre lasciò la famiglia per una nuova compagna; la madre, affranta, si ammalò e piangeva senza sosta. Supplichei papà di tornare almeno finché la madre non si fosse ripresa; lui, pallido e rosso, mormorò che la vita è una sola e bisogna coglierne ogni attimo, poi se ne andò.
Rimasi solo io e la madre. Fu allora che, come mi chiamavano gli amici, la matta, non mi lamentai più, ma cercai ogni lavoretto possibile. Divenni infermiera, curavo la madre, le somministravo le iniezioni, la accudivo, la rincuoravo. Purtroppo le malattie di natura nervosa si susseguirono, rendendo la madre incapace persino di camminare.
Una zia, incontrandomi per caso per strada, mi disse: Che tristezza! Sei ancora giovane, avresti potuto trovare un uomo, ma ti occupi solo della mamma. Che puzza di fallimento! La tua madre è responsabile, gli uomini abbandonano le donne e il tuo padre è un asino. Interruppe la zia con voce ferma: Non parlare così, zia Galia. La mamma ama ancora il papà, è come acqua per lei; non può vivere senza bere. Io voglio solo prendermi cura di lei, perché è la mia mamma. Il papà ha avuto il suo cammino, Dio lo abbia, ma è il mio padre e non lo lascerò denigrato. La zia rimase stupefatta, sussurrò che sciocca e se ne andò.
La madre morì tra le mie braccia. Dal finestrino si sentiva una risata leggera, laria profumava di lillà, e sul comodino giaceva il suo fazzoletto. Da quel giorno la vita scivolò in una monotonia grigia e appiccicosa. Guardavo spesso il cielo, vedendo ali di angeli o riccioli di fiori simili a quelli che la mamma ricamava.
Il silenzio di casa divenne insopportabile; mi sentivo come una farfalla intrappolata in un bozzolo, ignorando notizie e persone. Volevo trovare lavoro in ospedale, ma la forza mi abbandonava, camminavo a fatica, la mancanza della madre mi opprimeva.
Un giorno, mentre scendevo le scale, la signora Elena Bianchi, vicina di casa, mi bloccò: Caterina! Vieni, ti racconto le novità del quartiere. Con tono preoccupato aggiunse: Tutto andrà bene, non ascoltare il pessimismo. Fai dei polli in giardino questestate o vieni al mare, raccogli le conchiglie, ascolta il canto del mare con una grande conchiglia allorecchio. Cerca la gioia ovunque.
Proseguendo, incontrai una giovane donna in giacca bianca, stivali alla moda, che sprigionava un profumo di profumo incantato. Che guarda così? Vuoi essere la regina? sbottò con un filo di sarcasmo. Scusi, è solo che lei è davvero bella e il profumo è meraviglioso, risposi timidamente. Prima di andarmene, una voce alle mie spalle disse: Aspetti, papà è molto malato, è arrabbiato, non so più cosa fare, aiuti per uniniezione!. Una vecchia signora, vedendomi, aggiunse: Il padre ha comprato tre appartamenti al quarto piano, la figlia è viziata, va solo nei saloni di bellezza. Scossi la testa, senza capire il contesto.
Entrai in un negozio, pensando a comprare qualcosa di semplice. Vidi una donna con una carrozzina e un bambino di cinque anni che chiedeva un gelato. La madre le disse: Lesaurita, compreremo più tardi, ora abbiamo solo pochi spiccioli per la pasta. Quando incrociai i loro sguardi, la donna scoppiò a piangere: Ho perso il portafoglio, non trovo più nulla, è finito. Una signora in cappotto lungo, con orecchini costosi, la interruppe: Stai attenta, sono truffe ovunque. Ignorando il commento, la donna raccattò le ultime monete.
Senza pensarci, le diedi i miei pochi euro rimasti: Prendi, compra cibo e un gelato per il bambino. La piccola esclamò: Grazie, Signora. Non sentii il suo ringraziamento, ma capii di non avere più nulla da comprare per me stessa. A casa mi rimanevano solo due patate e due carote appassite.
Guardavo il cielo di zaffiro e lodore dellaria mi ricordava le fragranze dei profumi della giovane vicina. Presto la corrente dellacqua del ruscello dove da bambino lanciavo barchette tornò a scorrere, ora distante, ma ancora vivo.
Un giorno trovai nella cassetta delle lettere una busta: mittente Matilde Neri, indirizzo il villaggio di San Pietro, dove nacque la nonna. Il cuore mi balzò in gola. Aprii: dentro cera un asciugamano ricamato, una bustina di lamponi essiccati, funghi secchi, tè, caramelle dorate, un porcellino di plastica e una vecchia cartolina sovietica. Una nota diceva: Cara Caterina, sono Matilde, lamica di tua nonna. Quando eravamo bambine giocavamo al lago di San Pietro e la nonna promise di inviarti qualcosa dopo tanti anni. Ti mando unicona della Madonna, che ti protegga. Tua nonna pregava che tu incontrassi un uomo degno. Nessuno deve stare solo!.
Stringetti licona e pregai, piangendo per la nonna, per la madre, per me stessa. Scusate, sono una sciocca, fallita, rimasta sola, ma vi amo, sussurrai.
Allora bussò alla porta. Aprii, e sulla soglia, avvolta da una nuvola di profumo, cera la giovane vicina in giacca bianca: Salve, sono Vittoria, il padre è molto malato, i dottori non lo vogliono più, ha bisogno di uniniezione, per favore, aiuti. Le spiegai che non potevo fare liniezione, ma che avrebbero dovuto chiamare un medico. Lei può farla, vero? Pagherò quanto vuole, insistette. Accettai di accompagnarla.
Nel suo appartamento, un uomo di circa cinquantacinque anni, con il mento severo e gli occhi freddi, era a letto. Vittoria cercava di spiegargli la situazione, ma lui si girò. Io intervenni, parlando del fatto che la vita non finisce mai, che lui ha ancora forza e una figlia da cui vivere, citando le parole della nonna: Il Signore provvederà. Vittoria, felice, corse per la casa, mentre il padre rispose: Vorrei una zuppa di funghi, come quella della mamma. Io corsi fuori, ma poi tornai con una borsa di funghi secchi e lamponi, portando anche licona. Mangiammo tutti insieme la zuppa profumata e il tè ai lamponi.
Il padre di Vittoria si chiamava Victor, e alla fine ci sposammo. Il marito aveva più soldi che bastassero, ma continuai a lavorare come infermiera, sentendo che era la mia vocazione. Quando gli occhi dei pazienti imploravano aiuto, dicevo sempre dolcemente: Il Signore provvederà. Basta credere.





