La sentenza di famiglia la pronunciò la figlia maggiore, Sonia. Per la sua natura irascibile e per le inasprite pretese verso i pretendenti, non si era mai data al matrimonio; a trentanni divenne una vera e propria antiuomo, una ferita ribollente nel cuore di chi ancora sperava in un erede.
La scappata, sussurrò, quasi a sé, con la voce serrata. La sorellina, Giulia, una rotonda e chiassosa giovane, annuì con un sorriso complice. La madre, Maria, rimase in silenzio, ma dal suo volto cupo si leggeva che nemmeno la nuora le era gradita. E che poteva esserle gradito? Lunico figlio, pilastro della famiglia, aveva finito il servizio nellEsercito e al ritorno aveva portato una sposa. Quella donna, chiamata Vittoria Nicotini, non aveva né genitori né un soldo. Si diceva fosse cresciuta in un orfanotrofio o che avesse vissuto fra parenti disperati; nessuno lo sapeva. Lorenzo, il figlio, rideva, dicendo: Non ti preoccupare, madre, costruiremo la nostra fortuna. Ma a chi doveva rispondere? A chi aveva introdotto in casa una potenziale ladra, una truffatrice? Era unepoca in cui i ragazzini sparivano nelle strade come fuochi dartificio.
Da quando Vittoria era entrata nella dimora, la signora Nicotini non aveva più chiuso occhio. Vagava a metà sonno, pronta a scorgere la prima trappola della nuora, a controllare ogni armadio. Le sorelle la incitavano: Metti al sicuro le cose di famiglia, non sai mai cosa può succedere! Le pellicce, loro. E se un giorno ci si svegliava senza nulla, tutta la casa sarebbe rimasta a secco, come un pozzo prosciugato.
Lorenzo, invece, veniva assalito dalle accuse: Chi hai portato in casa? Dove erano i suoi occhi? Niente pelle, niente volto! Ma la vita doveva andare avanti, e così la gente imparò a mettere a posto la scappata.
La casa era un piccolo palazzo in provincia, con un orto di trenta aree, tre maialini nei corridoi, polli e passeri a dismisura. Lavorare non bastava mai. Tuttavia Vittoria non si lamentava: si occupava del bestiame, cucinava, puliva, cercava di compiacere la suocera. Ma per Maria, nulla poteva placare il cuore di madre: anche se la casa era rivestita doro, se il suo spirito non era contento, tutto sarebbe crollato. La nuora, stremata dalla frustrazione, il primo giorno le disse con voce rotta:
Chiama me per nome e patronimico. Così è meglio. Ho già le mie figlie, ma per quanto ti sforzi, non sarai mai una di loro.
Da quel momento, la suocera la chiamò Vittoria Nicotini, e lei, a sua volta, non le diede più alcun nome. Bisogna fare qualcosa, ripeteva Maria, senza mai approfondire. Nessuna concessione veniva concessa a chi non fosse parte della famiglia. Quando necessario, la madre doveva trattenere le figlie che si allontanavano, non per pietà verso Vittoria, ma per mantenere lordine, perché la casa doveva restare un rifugio, non un teatro di liti. Lorenzo, però, si era allontanato.
Quale uomo poteva sopportare due voci in competizione dallalba al tramonto? Su chi ti sei sposato? chiedeva la gente. Allora Sonia fece incontrare Lorenzo a una sua amica, e la confusione scoppiò. Le sorelle festeggiarono, credendo che la scappata fosse ormai sistemata. Maria taciù, e Vittoria fingeva di nulla, ma i suoi occhi erano spenti, tristi. Allimprovviso, come un fulmine a cielo sereno, due notizie caddero: Vittoria aspettava un bambino, e Lorenzo la voleva lasciare.
Non è possibile, sbottò Maria a Lorenzo. Non ti ho mai presentato come sposo!
Ma se il matrimonio era fatto, doveva continuare. Diventerai presto padre. Se distruggi la famiglia ti caccio via e non ti parlerò più. E Silvana resterà qui.
Per la prima volta, Maria chiamò la nuora per nome. Le sorelle rimasero senza parole. Lorenzo, infuriato, sbottò: Io sono luomo, decido io! Ma la madre, con le mani sui fianchi, rise: Che uomo sei? Hai solo i pantaloni! Fai il bambino, allargalo, dargli lintelligenza, e allora potrai chiamarti uomo!
Maria non aveva mai avuto la lingua in tasca. Lorenzo, tuttavia, non poteva più parlare con la madre. Se aveva un piano, lo eseguì: se ne andò di casa. Silvana rimase sola, e dopo il tempo dovuto diede alla luce una bambina, chiamandola Violetta. Quando Maria ne seppe, non disse nulla, ma il suo sorriso tradiva una gioia nascosta.
Allesterno nulla cambiò; solo Lorenzo dimenticò la strada di casa, se ne andò arrabbiato. Maria, pur soffrendo, non mostrò il suo dolore e cominciò a coccolare la nipote, comprando dolci e regali. Silvana, invece, non riusciva a perdonare il figlio per averla privata di un erede. Mai una parola, mai un rimprovero.
Dieci anni passarono. Le sorelle si sposarono e la grande casa rimase occupata solo da tre: Maria, Silvana e Violetta. Lorenzo, arruolato, partì verso le Alpi con la nuova moglie. A Silvana, un veterano in pensione iniziò a fare visita, un uomo serio, più anziano di lei, divorziato, che le lasciò il suo appartamento e viveva in un alloggio popolare. Era un fidanzato affidabile, con una pensione stabile. Silvana lo trovò gradevole, ma dove lo avrebbe portato? Verso la madre?
Le spiegò tutto, chiese perdono e lo presentò. Luomo, non da stupido, andò a fare visita a Maria. Vittoria Nicotini, ti amo, non posso vivere senza Silvana. Nessun muscolo del volto di Maria tremò.
Se ami, allora vivete insieme, disse, ma non farò entrare Violetta nella nostra casa.
Così tutti cominciarono a vivere sotto lo stesso tetto. I vicini, con i denti serrati, commentavano: Che pazza Nicotini ha cacciato il figlio di casa e ha accolto questa scappata. Nessuno osava toccare il suo orgoglio, e lei non si curava dei pettegli, non parlava con le vicine, non raccontava dei giovani, mantenendosi fiera e inaccessibile. Silvana diede alla luce Caterina. Maria non riusciva a gioire per le sue nipoti: Che cosa è una nipote, allora? Nessuna.
Il destino, però, non risparmiò nessuno. Silvana si ammalò gravemente. Il marito, ormai rovinato, iniziò a bere. Maria, in silenzio, prelevò tutti i risparmi e portò Silvana a Roma, dove le prescrissero cure infinite, senza risultato.
Al mattino, Silvana si sentì meglio e chiese alla madre del brodo di pollo. Maria, felice, uccise una gallina, la spennò e la fece bollire. Quando portò il brodo, Silvana non riuscì a mangiarlo e, per la prima volta, scoppiò in lacrime. Anche Maria, che nessuno aveva mai visto piangere, pianse insieme a lei:
Perché, figlia mia, mi lasci quando ti ho amata?
Poi si calmò, asciugò le lacrime e disse:
Non temere per i bambini, non andranno persi.
Non piange più, resta al suo fianco, stringendole la mano, accarezzandola piano, come a chiedere perdono per tutti gli anni di silenzi.
Altri dieci anni trascorsero. Violetta fu promessa sposa. Sonia e Giulia, ormai invecchiate e segnate dal tempo, tornarono a casa. Nessuna delle due aveva più figli. Si radunò tutta la parentela. Lorenzo rientrò, ma la sua nuova moglie lo aveva già abbandonato. Bevve forte, e quando vide Violetta, ora bellissima, esultò: Non mi aspettavo una figlia così. Ma quando sentì che la figlia chiamava suo padre un altro, si adirò contro la madre: È colpa tua, hai fatto entrare quelluomo! Che faccia qui? È solo mio!
Maria rispose:
No, figlio mio. Non sei tu il padre. Come da giovane, non sei mai cresciuto.
Detto ciò, Lorenzo non sopportò lumiliazione, prese le sue cose e partì di nuovo per il mondo. Violetta sposò, ebbe un figlio e lo chiamò Alessandro, in onore del padre adottivo. Lanima di Violetta fu sepolta lanno scorso accanto a Silvana.
Così giacciono, una accanto allaltra: nuora e suocera. Tra loro, in primavera, spuntò un betulino, senza che nessuno lo piantasse. Una scappata dal nulla, forse un addio di Silvana, forse lultimo perdono di Maria.






