Come sarebbe che non hai intenzione di occuparti del figlio di mio figlio? esplose mia futura suocera, sorpresa dalla mia tranquillità.
Prima di tutto, non sto evitando Leonardo. Mi sembra il caso di ricordare che qui in casa, dopo otto ore dufficio, sono io che, da brava moglie e madre, faccio il secondo turno tra fornelli, bucato e pulizie. Posso certamente dare una mano, offrire consigli se necessario, ma non ho intenzione di prendere sulle mie spalle tutte le responsabilità genitoriali.
Cosa vuoi dire, che non ci pensi neanche? Allora sei proprio una una falsa, eh?
Dai, Isabella, che lavoro è mai quello, se nessuno ti paga? come cera da aspettarsi, durante la rimpatriata tra compagni di liceo, Silvia non perse la sua vecchia abitudine di criticare tutto e tutti, me compresa.
Ma da quei tempi erano passati anni, e ormai le risposte non mi mancavano mai. Fu così che, per la prima volta, colsi loccasione di mettere a posto la lingua tagliente di Silvia.
Se per te il problema è trovare i soldi, non significa che sia così per tutti, risposi senza scompormi. Dal mio papà ho ereditato due appartamenti a Milano.
Uno era il suo, dove stavamo prima che lui e mamma si separassero; laltro veniva dai nonni, prima passato a papà e poi a me.
E gli affitti, come puoi immaginare, non sono certo quelli di provincia: mi bastano per vivere tranquillamente e permettermi qualche piacere, quindi posso scegliermi un lavoro non per disperazione.
Tu invece hai lasciato fare il medico per lavorare come commessa solo per quello, no?
In realtà, avevo promesso di non parlarne. Ed era un segreto. Ma, sinceramente, Silvia non poteva aspettarsi discrezione, dopo avermi dato della stupida davanti a tutti.
Pensava forse che avrei lasciato correre? Se sì, la sciocca non ero certamente io.
Commessa? Sul serio?
Avevi promesso di non dirlo a nessuno! strillò Silvia, offesa.
Poi, afferrata la borsa, se ne andò di corsa dal ristorante, trattenendo a fatica le lacrime.
Ben le sta, commentò Andrea, dopo qualche istante di silenzio.
Davvero. Era diventata insopportabile. Ma chi lha invitata? aggiunse Tiziana.
Ho invitato tutti, si difese Anna, ex capoclasse e organizzatrice della cena. È vero, Silvia al liceo non era la più simpatica, ma pensavo che la gente cambiasse, almeno in parte.
Ma non sempre, conclusi, scrollando le spalle. Partì una risata generale, poi lattenzione si spostò su di me e sulla mia scelta lavorativa.
La curiosità, questa volta sana, era più che comprensibile: pochi hanno a che fare con questo campo, e in effetti non lo augurerei a nessuno. Cerano tanti pregiudizi da sfatare che mi impegnai a chiarire con i vecchi amici.
Ma che senso ha curarli? Tanto è inutile domandò qualcuno.
Ma chi lha detto? Guarda, ho in terapia un bimbo di cinque anni. Durante il parto cè stata unipossia, e ora ha un ritardo nello sviluppo cognitivo.
Tutto sommato, sta recuperando bene: ha cominciato a parlare verso i tre anni, ora va regolarmente da logopedisti e neurologi, ma ci sono ottime probabilità che vada a scuola con i suoi coetanei, senza problemi futuri.
Se non lo seguissero ora, sarebbe tutta unaltra storia.
Insomma, visto che non devi correre dietro alleuro, hai scelto un mestiere socialmente utile, concluse Valerio.
La conversazione poi virò verso altri argomenti, tra chiacchiere e risate. Fu proprio durante una risata che mi sentii osservata. Allinizio pensai fosse paranoia, ma la sensazione non passava.
Mi voltai con discrezione; nessuno mi fissava davvero. Cercai altri occhi tra i clienti, niente. Tornai a godermi la serata e scacciai quella strana impressione.
Passò una settimana da quella cena.
Una mattina, mentre salivo in auto per andare in studio, trovai la macchina inchiodata da unaltra. Telefonai al numero lasciato sul parabrezza e mi rispose subito una voce piena di scuse.
Scese in fretta un ragazzo, visibilmente imbarazzato: Mi scusi, non sapevo dove parcheggiare, sono venuto per una commissione Ah, mi chiamo Matteo.
Piacere, Isabella, risposi. Cera qualcosa di familiare in lui: latteggiamento, i modi, persino il profumo. Tutto mi metteva a mio agio, tanto che accettai senza pensarci il suo invito per un caffè.
Poi un altro, e dopo tre mesi non riuscivo a immaginare la mia vita senza Matteo.
Anche sua madre e suo figlio, Edoardo, nato da un precedente matrimonio, mi accolsero calorosamente.
Il bambino aveva qualche particolarità, ma il mio lavoro mi aveva allenato a capire i suoi bisogni: con Edoardo trovai subito un buon rapporto e suggerii anche a Matteo dei metodi nuovi per migliorare la comunicazione e lintegrazione tra padre e figlio.
Dopo un anno, decisi di trasferirmi da Matteo e da Edoardo.
Il mio monolocale lo affittai tramite la stessa agenzia che gestiva le case di Milano, e portai con me solo le cose più importanti.
Fu a quel punto che iniziarono i primi segnali.
Allinizio si trattava di poco: Dai una mano a vestire Edo? oppure Puoi stare tu con Edoardo dieci minuti mentre vado a fare la spesa?
Era ancora accettabile: con Edoardo cera un buon rapporto e quando potevo aiutare, lo facevo volentieri. Ma pian piano le richieste aumentarono, fino a diventare pesanti.
Dovetti parlare chiaramente con Matteo: Edoardo era innanzitutto una sua responsabilità. Potevo offrire un aiuto ragionevole, ma non potevo sostituirmi completamente a lui: con il lavoro che facevo già coi bambini speciali, mi sentivo pienamente impegnata.
Sembrava che avesse capito, finché, appena prima del matrimonio, lui e sua madre iniziarono a parlare della riabilitazione di Edoardo come se fosse un mio compito.
Un momento, fermi tutti, li interruppi. Matteo, quando siamo andati a vivere insieme, avevamo un accordo: tuo figlio rimane una tua responsabilità.
Non ti chiedo di risolvere i problemi di mia madre, di andarle a pulire casa, e me la cavo da sola come posso. Non credo sia giusto scaricare su di me tutti i doveri di genitore.
Be, non è la stessa cosa, borbottò la futura suocera. Una madre è madre, un adulto è indipendente. Ma un bambino è un bambino.
O intendi forse, dopo il matrimonio, continuare a snobbare Edoardo? Pensi che lo accetteremo senza dire niente?
Non sto snobbando Edoardo. Occuparmi della casa dopo il lavoro lo faccio io, mica voi: cucina, lavatrici, pulizie… Ma occuparmi anche di tutte le questioni della riabilitazione di Edoardo? Mi dispiace, è compito di Matteo, non mio. Aiutare sì, fare tutto no.
Ah, è così? Sei brave a parlarne con gli amici della tua professione, ma quando si tratta di preoccuparsi veramente di un bambino, allora cambi musica?
Ma di cosa state parlando? chiesi sorpresa.
Ed ecco che improvvisamente capii: la mamma di Matteo lavorava come lavapiatti nel ristorante dove avevamo fatto la cena di classe. E aveva sentito tutto.
Avevano tramato per scaricare su di me la responsabilità del bambino?
Quindi avete fatto tutto di proposito? Volevate solo qualcuno che seguisse Edoardo?
Hai pensato davvero che sarei stato felice di frequentare una come te? Se non fosse stato per Edoardo e il tuo lavoro, non avrei mai pensato a te disse Matteo, senza più maschere.
Ah sì? Allora tieniti le tue opinioni, dissi, togliendomi lanello e lasciandoglielo sul tavolo.
Un giorno te ne pentirai, mi dissero Matteo e la madre. Un uomo vero non vuole una donna così insipida, senza soldi e con un lavoro senza futuro.
Ho due appartamenti a Milano, i soldi non mi mancano, tagliai corto.
Guardando i loro visi allungarsi, me ne andai a raccogliere la mia roba.
Non mancò il tentativo di riconciliazione: promesse di occuparsi del figlio, che non avrebbe mai più parlato in quel modo, che ero tanto amata. Scusa, ero stressato, ti amo da morire, non succederà mai più
Ma io, che non sono certo sciocca, non ci cascai. Alla fine risi e gli dissi che aveva perso unoccasione, che non sembrava fossi io la più dispiaciuta.
Con gli amici ci abbiamo scherzato su per mesi. Quanto a me, continuo a sperare che un giorno incontrerò una persona che mi apprezzi per ciò che sono, non per il mio conto in banca o il mio lavoro.
Fino a quel giorno, mi bastano il mio mestiere, i miei amici. E magari mi prendo un gatto: almeno lui, a differenza di certi uomini, si lascia educare.
Da questa storia ho imparato a non svendere le mie energie solo perché qualcuno si aspetta da me più di quanto sia giusto. Aiutare va bene, annullarsi no. In fondo, qualche appartamento a Milano non sarà lamore, ma dà un bel senso di libertà.



