SUOCERA
Caterina Bellini sedeva in cucina, scrutando il latte che sobbolliva piano sul fornello antico. Aveva già dimenticato di mescolarlo tre volte, e ogni volta se ne accorgeva troppo tardi: la schiuma saliva, fuggiva via, e lei, spazientita, ripuliva il fornello con uno strofinaccio umido che odorava di lavanda e sogni dispersi. In quei momenti le sembrava che il vero problema non fosse mai il latte.
Dopo la nascita del secondo nipotino, tutto in casa della figlia pareva scivolare fuori dai binari, lento e ineluttabile come la nebbia sulle colline dAsti. La figlia, Silvia, era sempre più stanca, magra, parlava poco. Il genero, Marco, rincasava tardi, mangiava in silenzio, a volte spariva subito in camera, lasciando dietro di sé il profumo di tabacco spento. Caterina vedeva tutto questo e si domandava: è giusto lasciare una donna da sola così, tra i fantasmi delle giornate storte?
Allinizio provò a parlare. Prima piano, poi più decisa. Dapprima con Silvia, poi con Marco. Ma accadde qualcosa di strano: dopo le sue parole, invece di sentirsi più leggeri, in casa sembrava che laria diventasse pesante come pane raffermo. La figlia difendeva il marito, Marco si chiudeva in un silenzio amaro, e Caterina rientrava a casa con quella sensazione pungente: ancora una volta, qualcosa non era andata per il verso giusto.
Quel giorno, andò dal prete non per chiedere aiuto, ma perché non sapeva più dove posare il suo cuore pesante.
Forse sono io quella sbagliata, mormorò senza incrociare gli occhi del parroco, seduto dietro il tavolo, la stanza odorosa di cera e limoni. Sbaglio sempre tutto, mi sembra.
Lui lasciò la penna e la guardò, non severo, ma come chi sta ascoltando una favola che conosce fin troppo bene.
Perché lo credi?
Volevo solo aiutare, ma sembra che riesca solo a far arrabbiare tutti, rispose Caterina, stringendosi nelle spalle.
Lui la osservò come se le parole scorressero piano, tra le loro tazze di caffè.
Non sei cattiva. Sei stanca. E molto, molto in pensiero.
Sospirò, sentendo quelle parole come un vento dautunno: fredde, ma vere.
Ho paura per mia figlia, confessò piano. Da quando sono nati i bimbi, lei è diversa. E Marco… sembra cieco.
Ma tu vedi quello che lui fa? domandò il parroco, le dita intrecciate leggere.
Caterina restò in silenzio, ripescando dalla memoria immagini sfocate: Marco che lava i piatti a notte fonda, quando pensa che nessuno lo guardi; o la domenica, quando spinge il passeggino per il corso, anche se vorrebbe solo sdraiarsi a dormire.
In effetti fa delle cose, ammise lei, incerta. Ma non abbastanza non come si dovrebbe.
E come si dovrebbe? chiese lui, calmo, come se il tempo ondeggiasse.
Caterina avrebbe voluto rispondere subito, come si fa nei sogni. Ma la domanda le sfuggì tra le mani: solo parole confuse, più spesso, di più, meglio ma cosa, esattamente, non lo sapeva.
Voglio solo che a Silvia sia più facile vivere, sussurrò.
Dillo a te stessa, disse piano il parroco, quasi a spegnere una candela.
In che senso?
Adesso combatti non per tua figlia, ma contro suo marito. E combattere ti esaurisce. Tutti si stancano: tu, loro, la casa stessa.
Il silenzio si fece denso, la luce tremolava sulle pareti color crema. Poi Caterina chiese:
E allora cosa devo fare? Fingere che vada tutto bene?
No, rispose lui con voce bassa. Fai solo ciò che aiuta davvero. Non con le parole, con i gesti. Non contro qualcuno, ma per qualcuno.
Sulla via del ritorno, tra il fruscio dei platani e i finestrini appannati del tramonto, Caterina pensava alle sue giornate di madre, quando Silvia era piccola e bastava starle seduta accanto, in silenzio, se piangeva. Quando le era venuto il bisogno di spiegare, invece di accarezzare?
Il giorno dopo andò da loro senza avvisare, portando un brodo caldo di tortellini, pane e parmigiano. Silvia rimase stupita, Marco si fece piccolo, quasi trasparente.
Solo una visita veloce, disse Caterina. Vi do una mano e poi vado.
Restò con i nipoti mentre Silvia dormiva, uscì in punta di piedi, senza aggiungere una sola parola su quanto fosse dura la vita o su come sarebbe giusto vivere.
Una settimana dopo tornò. Poi la settimana successiva ancora.
Continuava a notare che Marco era tutto tranne che perfetto. Ma vide anche altro: la cura con cui sorreggeva il piccolo Filippo, come copriva Silvia la sera con la coperta pesante, credendo di non essere scorto da nessuno.
Un giorno, in cucina tra i vapori della moka, Caterina non resistette:
È un periodo difficile per te?
Marco la guardò, confuso, come se nessuno glielavesse mai domandato davvero.
Sì, rispose dopo una pausa, molto.
Non aggiunsero altro. Ma da quel giorno qualcosa di tagliente che gravava tra loro svanì, liquido.
Caterina comprese. Aveva atteso che Marco cambiasse, diventasse qualcun altro. Invece doveva cominciare da sé.
Non fece più domande scomode a Silvia su Marco; quando la figlia si lamentava, non ripeteva: te lavevo detto. Solo ascoltava. A volte prendeva i bambini, per far riposare Silvia. Talvolta chiamava Marco, chiedendo come andava. Era difficile; era molto più facile essere delusa o arrabbiata.
Eppure, nella casa, si fece più silenzio. Non migliore, non perfetto: solo più quieto. Le tensioni si addormentarono negli angoli, come gatti stanchi.
Un giorno, Silvia le disse:
Mamma, grazie che ora sei con noi, non contro di noi.
Quelle parole rimbalzarono a lungo nel sogno di Caterina.
Così capì che la pace non è quando qualcuno confessa colpe mai nominate, ma quando qualcuno, per primo, depone le armi.
Desiderava ancora un genero più attento. Questo non era cambiato.
Ma ora cera qualcosaltro, ancora più importante: che in famiglia ci fosse pace, come vento tra i campi di grano.
E ogni volta che lantico fastidio ritornava rabbia, recriminazione, limpulso a dir parole taglienti Caterina si chiedeva, in silenzio:
Voglio avere ragione, o voglio che loro respirino più leggeri?
La risposta, quasi sempre, la guidava nei passi successivi, tra i sogni e la realtà del cuore.





