Ecco, se ne va di nuovo a “lavoro”, sussurra una vicina, con un sorriso abbastanza discreto da sembr…

Guarda, eccola di nuovo, se ne va al lavoro, ha sussurrato una vicina, abbastanza piano da sembrare un bisbiglio, ma abbastanza forte da esser udibile.
E quella di Bianchi tutta la giornata sfila elegante, in vestiti firmati, con tacchi alti, sembra uscita da una rivista. Sicuro che qualcuno le paghi le bollette
Le parole rimbalzavano per le scale del palazzo come ciottoli. Colpivano, sporchiavano, senza che nessuno si fermasse a pensare a quale anima stessero calpestando.

Le donne al piano di fondo, con le loro vestaglie di casa e le ciabatte sempre impolverate, si affollavano alla cassetta delle lettere solo per poterla vedere meglio quando usciva. Si appoggiavano al corrimano, incrociavano le braccia al petto e fissavano con occhi taglienti come coltelli.
Lhai vista? Ecco, parte ancora con quei tacchi
Sì quei tacchi non sono per chi vive di stipendio.
Lascia perdere, noi lo sappiamo deve esserci qualche signore dietro. È così che sono le ragazze ormai, non conoscono più la vergogna
E poi ridevano, scrollando la testa in segno di saggezza.

Io la sentivo, Fiorenza, una o due volte, dieci volte. Da un certo punto le parole non dovevano più essere dette ad alta voce. Le leggevo negli sguardi, nel modo in cui gli scarponcini venivano misurati, nella borsa, nella parrucca, nel sorriso.

La parrucca
Lunico suo lusso che avrebbe dato di tutto per non dover mai avere.

Pochi mesi prima, la sua vita si misurava in progetti, appuntamenti e sogni. Aveva ventinove anni, lavorava in un piccolo ufficio a Milano, ma amava quel che faceva. Sognava di aprire un giorno la sua boutique. Era una vita semplice, ma sua.

E poi, un giorno, il telefono squillò.
«I risultati degli esami non sono buoni, dobbiamo incontrarci».
Quella parola cancro le cadde addosso come un masso. Spaccò la tranquillità, i piani, il futuro.

In poche settimane, i lunghi capelli di cui era sempre stata fiera cominciarono a staccarsi a ciocche nel lavandino. Li stringeva tra le mani e piangeva in silenzio, come se perdesse parti di sé.

Una mattina, davanti allo specchio, si rade da sola il resto dei capelli, per non vedere il lento svanire. Piangeva. Poi si rialzò.

Sua madre, con gli occhi gonfi di lacrime, le comprò una nuova parrucca.
Non voglio sentirti vuota, mamma non voglio che il riflesso nello specchio ti ferisca così tanto

Fiorenza posò la parrucca, le mani tremanti. Si fissò a lungo. Non era più lei di prima, ma neppure solo una malata. Era una donna che, disperata, cercava di aggrapparsi alla normalità.

E allora decise:
Se devo combattere questa guerra, almeno vorrò vestirmi bene ad ogni battaglia.
Non per i vicini. Non per un lui misterioso.
Per sé stessa.

Tirò fuori dal guardaroba i vestiti più eleganti, i tacchi che usava solo per occasioni e stabilì che ogni uscita che fosse per una chemioterapia o una semplice passeggiata sarebbe stata il suo momento di dignità.
«Se il mio corpo lotta, lanima non deve restare in pigiama», si ripeteva.

Quel giorno, mentre le vicine chiacchieravano pettegolezzi per le scale, lei scese lentamente, passo sicuro. Vestito di nero semplice, tacchi, borsa, parrucca impeccabilmente sistemata, rossetto discreto ma presente segno che non si sarebbe lasciata abbattere.

Quando passò accanto a loro, sentì gli sguardi come spine nella nuca.

Guarda, eccola di nuovo, se ne va al lavoro, ha sussurrato una vicina, abbastanza piano da sembrare un bisbiglio, ma abbastanza forte da esser udibile.

Fiorenza si fermò sul gradino. Poteva tacere, come aveva fatto tante volte. Poteva sorridere a fin di bene e proseguire. Ma la malattia le aveva insegnato che la vita è troppo breve per lasciare che lingiustizia ti calpesti i piedi.

Si voltò verso di loro, con un sorriso stanco ma saldo.
Sapete avete ragione. Ho un sponsor. In realtà ne ho diversi.

Le donne sollevarono un sopracciglio.
Malattie, chemioterapia, notti insonni mi sponsorizzano. Mi hanno insegnato che ogni giorno in cui riesco a truccarmi, a indossare i tacchi e a uscire di casa è una vittoria. Non esco perché voglio farsi vedere, esco per vedermi, per non perdere di vista me stessa.

Il silenzio scese.

Questa parrucca, per esempio, disse, accarezzandosi delicatamente i capelli. Non è unattenzione. È uno scudo. Così posso passare per strada senza che tutti vedano la malattia prima di vedere me.

Deglutì, asciugandosi la gola.
E sì forse sembro troppo curata per certi gusti. Ma sapete cosa è curioso? Quando passi ore negli ospedali, inizi ad apprezzare le piccole cose: un rossetto, un vestito, una scarpa. Mi ricordano che sono viva. Non curata. Viva.

Le vicine abbassarono lo sguardo, come se il pavimento fosse improvvisamente fondamentale.

La più anziana, con voce più mite, disse:
Mamma noi non sapevamo

Lo so, rispose Fiorenza semplicemente. È per questo che ve lo dico. Non si sa mai quale storia nasconda la persona che giudichiamo al primo sguardo. La prossima volta chiedete Stai bene? prima di Con chi esci?. Perché a volte non camminiamo con nessuno camminiamo solo mano nella mano con la morte e cerchiamo di ingannarla ancora un giorno.

Sorrise, non vittorioso, ma triste.
Vi auguro una buona giornata, salute. Da tutto il cuore lo desidero.

E continuò a scendere le scale, ogni passo un suono di dignità, non di sfida.

Uscita dal palazzo, alzò lo sguardo. Laria le sembrò più fredda, ma più pulita. Aprì il cellulare. Un messaggio dal medico: «Gli esami di oggi mostrano un leggero miglioramento. Proseguiamo».

Un piccolo sorriso, vero, si fece spazio sulle sue labbra.

Non sapeva cosa le riservasse domani, tra un mese o un anno. Sapeva solo una cosa: finché potrà uscire di casa elegante, sta ancora combattendo.

E forse, un giorno, le vicine capiranno che non tutte le donne ben vestite sono sostenute da altri. Alcune sono sostenute solo dal proprio coraggio.

Finché quel giorno non arriva, Fiorenza ha deciso di portare la parrucca, i vestiti e i tacchi come una corona invisibile: non di regina, ma di sopravvissuta.

La prossima volta che vuoi indicare con il dito, posa la mano sul cuore e chiediti: se fosse la mia storia, vorrei essere giudicata così?

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