HO TROVATO DEI PANNOLINI NELLO ZAINO DI MIO FIGLIO QUINDICENNE – L’HO SEGUITO E QUELLO CHE HO SCOPER…

HO TROVATO DEI PANNOLINI NELLO ZAINO DI MIO FIGLIO DI 15 ANNI LHO SEGUITO E CIÒ CHE HO SCOPERTO HA CAMBIATO TUTTO

Da qualche settimana ormai, mio figlio quindicenne, Matteo, si comportava in modo strano. Non era né insolente né ribelle, semplicemente distante. Tornava da scuola sfinito, si chiudeva in camera senza dire quasi una parola, mangiava poco, si irritava ogni volta che gli chiedevo dove stesse andando o con chi stesse messaggiando. Pensavo fosse innamorato o che stesse passando la solita crisi adolescenziale quelle cose che i ragazzi preferiscono vivere da soli.

Eppure, dentro di me, sentivo che cera qualcosa di più grave.

Una sera, mentre Matteo era sotto la doccia e lo zaino era abbandonato sul pavimento della cucina, la curiosità ebbe la meglio su di me.

Lo aprii.

Dentro trovai libri, una barretta ai cereali già masticata a metà epannolini. Sì. Un pacco intero di pannolini taglia 2, schiacciati tra il libro di matematica e una felpa.

Il cuore mi si fermò. Cosa ci faceva mio figlio adolescente con dei pannolini?

Mille pensieri mi assalirono. Si era cacciato in qualche situazione complicata? Cera di mezzo una ragazza? Mi stava nascondendo qualcosa di grosso?

Non volevo trarre conclusioni affrettate né affrontarlo a muso duro, rischiando che si chiudesse ancora di più. Però non potevo nemmeno lasciare correre.

Così, la mattina dopo, dopo averlo lasciato davanti al liceo, mi fermai a qualche isolato di distanza. Aspettai. Osservai.

Dopo una ventina di minuti lo vidi sgattaiolare fuori dal retro della scuola e incamminarsi velocemente nella direzione opposta. Il cuore mi batteva come un tamburo mentre lo seguivo a distanza.

Camminò per un quarto dora tra le vie laterali della città, fino a raggiungere una vecchia casa decadente in periferia. Lintonaco si staccava a pezzi, il cortile era invaso dalle erbacce, una finestra era chiusa da un cartone.

Con mia profonda sorpresa, Matteo tirò fuori una chiave dalla tasca e aprì la porta.

Non esitai. Scesi dallauto e andai dritta alla porta. Bussai.

La porta si aprì lentamenteed ecco Matteo davanti a me con una bambina tra le braccia.

Era pietrificato, come un cerbiatto davanti ai fari.

Mamma? sussurrò, sconvolto. Che ci fai qui?

Entrai, scossa da ciò che vedevo. La stanza era fiocamente illuminata, piena di oggetti per neonatibiberon, ciucci, una copertina sul divano. La piccola nelle sue braccia, una bimba di circa sei mesi, mi fissava con enormi occhi marroni.

Spiegami, Matteo, dissi, cercando di non sembrare troppo agitata. Chi è questa bimba?

Abbassò lo sguardo, accarezzandola istintivamente mentre lei iniziava a piagnucolare.

Si chiama Francesca, disse sottovoce. Non è mia figlia. È la sorellina del mio amico Andrea.

Sgraniai gli occhi. Andrea?

Sì quello che è in prima liceo. Siamo amici dalle elementari. Sua mamma è morta due mesi fa. Allimprovviso. Non hanno nessunoil papà li ha abbandonati quando erano piccoli.

Caddi su una sedia, travolta.

E Andrea dovè ora?

È a scuola. Ci alterniamo. Lui va la mattina, io il pomeriggio. Non abbiamo detto niente a nessuno temevamo che i servizi sociali prendessero Francesca e li dividessero.

Le parole mi mancavano.

Matteo mi raccontò come Andrea, dopo la morte della madre, avesse fatto di tutto per occuparsi della sorellina. Nessun parente si era fatto avanti e avevano paura che i servizi sociali separassero i fratelli. Così, avevano elaborato un piano: sistemato la vecchia casa della famiglia, e Matteo si era offerto di aiutare. Si turnavano per badare a Francesca, darle da mangiare, cambiarlafacevano tutto il possibile per proteggerla.

Ho messo da parte i miei risparmi per comprare pannolini e latte, aggiunse sottovoce Matteo. Non sapevo come dirtelo.

Le lacrime iniziarono a scendermi sulle guance. Mio figlioun ragazzo di quindici anniaveva tenuto nascosta una bravura, una gentilezza e un coraggio così grandi, per paura che io gli impedissi di aiutare.

Guardai la piccola addormentarsi tra le sue braccia, la manina aggrappata alla maglietta di Matteo.

Dobbiamo aiutarli, Matteo, dissi, senza esitazione. Come una famiglia deve fare.

Mi guardò incredulo.

Non sei arrabbiata?

Scossi la testa, asciugandomi gli occhi.

No, amore mio. Sono fiera di te. Ma non dovevi portare questonere da solo.

Quel pomeriggio chiamai subito unassistente sociale, un avvocato specializzato e il referente scolastico di Andrea. Coinvolgendo le persone giuste e mostrando tutto limpegno dei ragazzi verso Francesca, riuscimmo ad avviare una richiesta di affido temporaneo per Andrea. Mi offrii di accogliere la bimba in casa nostra quando serviva, così Andrea poté continuare il liceo, sapendo che qualcuno di fidato la curava. Promisi anche di aiutarli in tutto.

Non fu facile: riunioni, controlli, visite domiciliari. Ma, giorno dopo giorno, tutto prese forma.

Durante tutto questo tempo, Matteo non saltò mai un biberon. Non trascurò mai un cambio di pannolino. Imparò ad addormentare Francesca, a consolarla quando aveva le coliche, persino a raccontare favole con voci buffe che la facevano ridere di cuore.

E Andrea? Con il sostegno giusto trovò la forza di affrontare il dolore, respirare, tornare a essere un ragazzo senza perdere la sorellina che amava più di ogni cosa.

Una sera scesi in salotto e trovai Matteo seduto sul divano, con Francesca sulle ginocchia. Lei gorgheggiava, giocherellando con le sue dita. Lui mi guardò e sorrise.

Non pensavo di poter amare così tanto qualcuno che non è nemmeno parte della nostra famiglia, mi disse.

Stai diventando un uomo dal cuore immenso, risposi.

A volte la vita mette i nostri figli davanti a prove che non possiamo impedirgli di affrontare e in quelle prove li vediamo crescere con una forza che ci lascia senza fiato.

Credevo di conoscere mio figlio. Non avevo idea della profondità della sua generosità, del suo coraggio o delleroismo silenzioso che nascondeva.

Tutto partì da un pacco di pannolini nello zaino.

Ed è diventata una storia che racconterò con orgoglio per il resto della mia vita.

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