Mamma è morta lentamente, con dolore e senza grazia Solo gli occhi Più il destino si avvicinava, più scuri diventavano. Proprio alla vigilia erano vellutati, profondi, così incredibilmente intelligenti e scrutatori O forse era solo la pelle intorno che si faceva sempre più bianca?
Verso la fine dellestate lho riportata dalla nostra casa al lago a Milano e, essendo già tardi, sono rimasto a dormire da lei. Nel cuore della notte, andando in bagno, è caduta. Solo più tardi si è scoperto che aveva rotto il femore. È quasi una sentenza, per chi ha la sua età.
Il resto è stato rapido: ambulanza ortopedia intervento e dieci giorni allospedale Fatebenefratelli.
Mentre la portavo in ospedale pensavo a quando, da bambino, sono stato ospite della mia maestra dellasilo, Anna Bianchi, il giorno del funerale di papà. Papà aveva avuto un brutto incidente con la sua vecchia Vespa sulla tangenziale nella notte. Mamma aveva ventotto anni, io tre, e non voleva togliermi linnocenza dicendomi della morte di papà. Così, mi aveva portato da Anna e raccontato che papà era in viaggio di lavoro… Non si era più risposata, per paura che un nuovo marito non fosse davvero un padre per me.
Quando la dimisero dallospedale, dovetti lasciare il lavoro per assisterla. Una badante non potevamo permettercela: stavamo aiutando il figlio minore a comprare una casa.
Mi trasferii nellappartamento popolare di mamma: una sola stanza, dove le cambiavo il pannolone, la lavavo e la nutrivo più volte al giorno. Non si lamentava mai. Solo qualche gemito da bambina se la muovevo un po bruscamente, poi sussurrava dolcemente: «Va tutto bene, Luca, davvero»
Non sapevo dessere così fragile e così schifiltoso. Di notte, sdraiato sul divano vicino al suo letto, spesso piangevo in silenzio per la disperazione. Sarebbe bello scrivere che piangevo solo per lei, di pietà; ma, onestamente, mi dispiaceva ancora di più per me stesso.
Aiuto non ne potevo chiedere: i miei figli erano sempre occupati, con i loro lavori e le loro famiglie; mia moglie Beh, lei disse: «Marta per te è tua madre, per me resta una donna estranea»
Mi venne in mente la prima volta in cui portai la mia fidanzata, Giulia, a cena da mamma. Mamma fu gentile e affabile tutta la sera. Però, quando riaccompagnai Giulia e tornai indietro con uno sguardo dattesa, mamma alzò appena le spalle e commentò: «Non so, qualcosa non va Ma, Luca, spetta a te, ti sposi tu, non io.»
Eppure, per tutta la vita, mamma e Giulia hanno avuto un rapporto meraviglioso.
Ora, come tanto tempo fa, eravamo di nuovo solo io e lei. La sera, ormai sdraiati, parlavamo a lungo nel buio, ricordando la nonna e il nonno, il giorno in cui i tedeschi erano arrivati nel loro paese in Piemonte. Lei e sua sorella maggiore si erano nascoste dietro il cortile, a osservare quegli stranieri ben vestiti che suonavano la fisarmonica e ridevano sempre fra loro.
Mi raccontava anche di mio padre, che ricordo appena, in verità: una figura lontana, grande, con la barba ruvida e lodore forte di tabacco, che mi sollevava da terra e mi riempiva di baci, ripetendo: «Figlio mio, Luca, il mio bambino!»
Allimprovviso, mamma peggiorò, e anche i nostri discorsi notturni si fecero rari. Mi convinco ancora oggi che fosse colpa mia, delle cene insipide che preparavo. Così, iniziai a ordinare piatti caldi dal ristorante, ogni volta ben confezionati. Quando le chiedevo se le piacevano, lei scuoteva la testa, senza entusiasmo: «In questi mesi sei diventato un vero chef» Ma del cibo quasi non toccava nulla.
Lultima notte a casa, mamma si ricordò di quando arrivarono le prime penne a sfera nel nostro paese, e io, in terza elementare, ne avevo solo sentito parlare. Ma il papà di Elena Ferri le aveva portato una penna speciale da Torino. Era una meraviglia! Quella sera la portai a casa, orgoglioso. Saputo come lavevo avuta, lei mi picchiò forte con la cintura. Poi prese me e la penna: insieme andammo dai Ferri a restituirla.
Io quel ricordo lo avevo quasi dimenticato, ma mamma, quella notte, iniziò a chiedermi scusa per avermi picchiato, cercando di spiegarsi: aveva avuto una paura folle che diventassi un ladro.
Laccarezzavo sulle guance, ma mi sentivo stranamente in colpa con lei, anche se non sono mai diventato un ladro.
Quando allalba si aggravò, e lambulanza la venne a prendere, ebbe un attimo di lucidità. Mi strinse la mano e sussurrò: «Dio mio, come farai qui senza di me Sei ancora così giovane, così ingenuo»
Mamma non è arrivata ai suoi ottantanove anni: mancava un mese e mezzo. Il giorno dopo la sua morte, io ho compiuto sessantaquattro anni.





