Lo Sposo Sconosciuto

A San Martino cera un matrimonio che fece parlare tutta la contrada. Giovanni, il più forte della zona, meccanico di professione, mani doro, si era sposato con Caterina. Caterina era come un papavero in piena primavera: luminosa, voce cristallina, risata che suonava come una campanella. Sempre al centro dellattenzione, sempre la prima. Sembravano usciti da una cartolina. I genitori di Giovanni le avevano allestito la casa, avevano eretto un nuovo recinto, decorato il cancello con nastri colorati. La festa durò tre giorni, con musica che riecheggiava per le strade, il profumo di grigliate di carne e torte dolci. Tutti cantavano Amore! a squarciagola.

Io quel giorno non ero al banchetto. Ero nella mia piccola clinica di campagna, seduta accanto ad Annetta, la nostra ragazza timida, quasi invisibile. I suoi occhi erano come laghi di montagna: profondi e silenziosi, carichi di una tristezza secolare che feriva lo sguardo. Stava sulla lettiga, dritta come una corda tesa, e taceva. Le mani sottili, operaie, erano intrecciate sulle ginocchia fino a farli sbiancare.

Indossava il suo miglior vestito di lino a piccoli fiori di papavero, vecchio ma pulito e stirato. Una striscia di nastro azzurro le avvolgeva i capelli. Anche lei aveva intenzione di andare al matrimonio, ma a quello di Giovanni. Da piccoli erano inseparabili: primo banco nella scuola, lui portava la sua cartella, difendeva Annetta dai compagni più prepotenti; lei gli portava focaccine, gli risolveva i problemi di matematica. Tutti sapevano che Vincenzo e Annetta erano come cielo e terra, sole e luna, sempre insieme. Quando tornò dal servizio militare, corse subito da lei. Si seguirono i soliti passi: domanda di matrimonio, data fissata, lo stesso giorno in cui Caterina e Giovanni celebravano le loro nozze.

Poi Caterina tornò da Bologna per una visita e le cose presero una piega improvvisa. Giovanni, confuso, non capì più dove avesse afferrato il cuore. Iniziò a fuggire da Annetta, a nascondere gli sguardi. Una sera, quando il buio avvolgeva il villaggio, si avvicinò al cancello della sua casa, tremante, stringendo il cappello fra le mani. Con voce rotta come un chiodo tirato da una tavola marcia disse: Scusa, Annetta. Non ti amo più. Amo Caterina. Mi sposerò con lei. Poi si voltò e se ne andò. Annetta rimase lì, ferma davanti al cancello, a guardarlo andare via, il vento gelido agitava il suo foulard mentre lei rimaneva immobile. Il villaggio sbuffò, si mormorò, poi dimenticò: Una sventura altrui non è la nostra, passa e se ne va.

Quel giorno, durante la sua festa mai avvenuta, Annetta era seduta davanti a me, mentre fuori la musica ancora rimbombava e le risate ubriache si diffondevano. Il suo cuore sembrava sanguinare per me, ma non versava lacrime, né una goccia. È più spaventoso quando il dolore resta interrato, perché non si libera ma brucia dentro.

Annetta, le dissi a bassa voce vuoi dellacqua? O qualche goccia di valeriana?

Mi sollevò gli occhi, limpidi come laghi, ma vuoti come una steppa bruciata.

No, signora Marino, rispose con voce sottile come fruscio di foglie secche non vengo qui per medicine. Voglio solo stare. Le pareti di casa mi schiacciano. Mia madre piange, e a me non importa più nulla.

Rimanemmo in silenzio. Che parole potrebbero colmare quel vuoto? Nessuna. Solo il tempo può attenuare, ma non guarire, la ferita, avvolgendola di una sottile pellicola che, se sfiorata, fa tornare il sangue.

Passò forse unora, forse due. Fuori scureva, la musica si spense. Sentivo solo il ticchettio dei miei vecchi orologi a pendolo e il vento che ululava nei tubi. Improvvisamente Annetta si irrigidì, come colta dal freddo, e guardò un punto fisso.

Io gli avevo ricamato una camicia per il matrimonio, a punti croce lungo il colletto, pensavo che lavrebbe indossata come un talismano.

Sfiorò laria come a lisciare un colletto immaginario, e una singola lacrima, lenta e pesante come stagno fuso, scivolò sul suo viso, tracciando una piccola strada prima di cadere tra le sue mani tremanti. In quel momento mi parve che il ticchettio dei secondi si fosse fermato. Il villaggio e il mondo intero si congelarono con quella lacrima, un dolore amaro e inespressa. Il mio cuore si sentì svuotare fino al tallone, colgo la parola. La strinsi delicatamente, cercando di dargli calore, mentre pensavo: Signore, perché il tuo sguardo così puro è costretto a sopportare tanto?

Furono due anni. La neve diventò fango, il fango si trasformò in polvere, la polvere tornò a neve. La vita a San Martino scorreva tranquilla. Giovanni e Caterina vivevano, a prima vista, bene: la casa era piena, avevano comprato una Fiat 500 per diecimila euro. Ma la risata di Caterina cambiò tono: non più una campanella, ma il suono di vetro rotto, stridulo e amaro. Giovanni, daltro canto, sembrava un uomo immerso nellacqua: la pelle annerita, lo sguardo spento. Passava più tempo in garage con gli amici, ma non per caso: si diceva che Caterina lo tormentasse da mattina a sera, chiedendo soldi, attenzioni, guardando altre donne. Il loro amore, come una piena di primavera, era arrivato con furia, aveva travolto tutto e poi, altrettanto in fretta, se ne era andato, lasciando solo detriti.

Annetta, invece, continuava a vivere silenziosa. Lavorava alla posta, aiutava la madre a gestire la casa. Si era chiusa in sé stessa come una conchiglia. Non guardava più i ragazzi, non andava più nei locali. Sorrideva di rado, ma i suoi occhi rimanevano quellimmensa foresta silenziosa. Io la osservavo da lontano, il cuore si stringeva, pensando che forse non sarebbe mai sbocciata.

Una sera dautunno, quando la pioggia cadeva a dirotto e il vento spazzava le ultime foglie dorate dagli alberi di betulla, il portone della mia clinica scricchiolò. Sullo stipite stava Giovanni, bagnato fradicio, sporco, con una mano che pendeva in modo innaturale.

Signora Marino, balbettò con le labbra tremanti aiuti. Credo di essermi rotto la mano.

Lo accompagnai nella stanza, gli medicai la ferita, gli fissi la gamba, il suo volto era una maschera di dolore. Quando finii, alzò gli occhi su di me, colmi di disperazione.

Sono stato io, ansimò. Per la rabbia. Con Caterina abbiamo litigato. È partita per la città, verso Roma, ha detto che non tornerà più.

Scoppiò in lacrime, non come un uomo robusto, ma come un cucciolo ferito, le lacrime bagnavano la sua giacca sporca. Raccontò a stento, confuso, di quanto la sua vita fosse caduta a pezzi, di come la bellezza di Caterina si fosse rivelata crudele, dellamore che si era trasformato in una prigione.

Signora Marino, sussurrò, tutte le notti sogno Annetta, la vedo sorridere. Mi sveglio e ho solo il vuoto dentro. Sono un pazzo, un cieco pazzo. Ho buttato via con le mie mani ciò che più amavo, scambiandolo per una brillante illusione

Le offrii un bicchiere di corrispettivo, rimasi al suo fianco ad ascoltare. Pensai a quanto la vita possa girare: a volte bisogna perdere tutto per capire cosa era davvero importante.

Il giorno seguente tutto il paese parlava: Giovanni aveva divorziato. Una settimana dopo, si presentò alla porta di Annetta, non più al cancellino buio di quella notte, ma direttamente al portico. Togliendo il cappello sotto una pioggia gelida, rimase lì, a fissare le finestre. Passò unora, due. Il freddo lo bagnò fino alle ossa, ma Annetta non uscì. La madre sbirciava, agitava le mani, ma lui rimaneva fermo.

Allora il cancello si aprì. Annetta comparve con un vecchio mantello e un foulard in testa. Si avvicinò, Giovanni cadde in ginocchio nella neve, le prese le mani e le strinse al viso.

Scusa, riuscì a dire.

Non conosco le parole che si scambiarono, né cosa fu detto. Quello che conta è che, qualche giorno dopo, quando Annetta venne da me a chiedere della medicazione per le graffiate di Giovanni, i suoi occhi non avevano più la steppa bruciata. Vi brillavano di nuovo laghi di montagna, e al loro fondo, timido come il primo bocciolo di primula, si accendeva una piccola fiamma.

Non organizzarono più un matrimonio sontuoso. Simplemente vissero. Giovanni si trasferì nella casetta di Annetta, ristrutturò il tetto, riparò il recinto, spostò la stufa. Lavorava dal mattino alla sera, cercando di riscattare con il sudore il suo errore. Lei lei si sciolse come un fiore che, dopo una lunga siccità, finalmente riceve lacqua. Ricominciò a sorridere, e il suo sorriso era così luminoso e caldo che bastava guardarlo per sentir si sorridere anche noi.

Unestate, nel pieno della falciatura, quando laria profumava di erba appena tagliata e di fiori di campo, passai davanti alla loro casa. Il cancello era socchiuso. Li vidi seduti sulla vecchia panca di legno del portico: Giovanni, robusto e rassicurante, la abbracciava per le spalle; Annetta, dolce e serena, gli appoggiava la testa e canticchiava piano mentre mescolava fragole luminose in una ciotola. Ai loro piedi, su un tavolino di legno riscaldato dal sole, dormiva in una cesta di vimini il loro piccolo, un bimbo di nome Sandrino.

Il sole tramontava dietro il fiume, dipingendo il cielo con tinte acquerellate. In lontananza una mucca muggiva, un cane abbaia, ma sul portico regnava una quiete così profonda da far sembrare il tempo fermo. Li guardai, gli occhi colmi di lacrime, ma queste erano di un altro tipo: chiare, sereni, come lacqua di un ruscello.

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