Dai, Dim, alzati, c’è di nuovo Maria che piange!

Dino, Dino, alzati, Lucrezia sta di nuovo piangendo!
Dino sentiva il piccolo Sandrino tirargli la manica della maglietta, ma non riusciva a sbloccare gli occhi. La voglia di dormire era così forte che avrebbe potuto urlare al fratellino, infilare la testa sotto il cuscino e tuffarsi di nuovo nelloscurità tiepida. E meglio ancora se non ci fossero sogni, perché quella mattina aveva di nuovo rivissuto il fantasma del papà: seduto sul portico di casa della nonna, gli accarezzava la testa e chiedeva:
Come stai, figliolo? È dura? Scusa se succede sempre così Non volevo e aggiungeva, Lucrezia piange di nuovo Tu
Dino balzò fuori dal sonno intermedio e quasi cadde dal letto. Il pianto di Lucrezia era talmente forte che lo aveva risvegliato anche lui. Sandrino, seduto sul suo lettino, osservava il fratello più grande che si dimenava tra le coperte.
Hai già iniziato a fare casino? chiese Dino, sistemando i capelli scompigliati con le dita, e si avvicinò al lettino della sorellina. Sei la mia voce di bronzo! Che ti succede? Mamma non è ancora tornata, è ancora presto. Arriverà solo al mattino. Vieni qui!
Lucrezia era quasi rossa di rabbia. Dino la strappò delicatamente fuori dal lettino, fece un cenno a Sandrino che già portava un pannolino pulito, e avvolse il bebè tra le braccia.
Ah, profumo di latte! Hai fatto bene a chiamare così forte, ma potresti abbassare un po il volume, no? Non tutti i vicini ti hanno sentito ancora. Aspetta un attimo, sistemiamo tutto.
Il piccolo, riconoscendo la voce familiare, si calmò subito, e pochi minuti dopo iniziò a succhiare felice dal biberon che Dino aveva preparato.
Golosa! sfiorò il capo di Lucrezia con le labbra, gesto che lui faceva spesso, senza nemmeno controllare se avesse la febbre. Non è colpa tua se mamma non è ancora qui. Tornerà stanca, ma noi rimaniamo in attesa. Finisci di bere, poi torniamo a dormire, se cè ancora tempo. Sandro! guardò il fratellino, sorridendo. Ecco il nostro piccolo campione! Dorme già, a differenza di noi due, vero, Lucrezza?
La piccola, ancora mezzo sonnolenta, rilasciò il ciuccio. Dino, per non farla gridare di nuovo, la posò con cura sulla spalla e cominciò a camminare per la stanza accarezzandole la schiena.
Bravo! Adesso puoi andare a letto! la sistemò delicatamente, poi guardò lorologio.
Mettersi a letto o no? Manca ancora più di unora alla sveglia, ma a scuola ha una quinta in biologia e un due in fisica. È colpa sua, pensa, per aver giocato a Battaglia navale con Valerio invece di stare in classe a sentire la professoressa di fisica. Stupido, ma ora deve rivedere gli ultimi paragrafi, altrimenti la prossima riunione dei genitori sarà un disastro. Se la mamma dovesse arrossire per colpa sua, sarebbe un vero spasso.
Dino! Questo non va bene! Stai sempre in ritardo! Unaltra volta e finisci in ufficio del preside!
Come se potesse spiegargli che i ritardi non sono per sua pigrizia, ma perché la mamma a volte è bloccata al lavoro. Ecco perché Dino deve stare con Lucrezia e poi correre a portare Sandrino allasilo. Non si può lasciare i bambini da soli, altrimenti la mamma si metterebbe nei guai. Se il papà fosse ancora vivo, non ci sarebbero problemi. La mamma starebbe a casa così comera con Dino e Sandro, e non dovrebbe lavorare per non essere sfrattata dallappartamento che affittano da quando la nonna li ha cacciati di casa.
Pensare alla nonna non lo faceva stare bene. Non sapeva bene perché erano scoppiati i litigi con la mamma, ma intuiva. La nonna era sempre urlante, senza filtri. Dopo il funerale, era venuta, e non appena la mamma scacciò i bambini dalla stanza, le lanciò addosso parole dure.
È tutta colpa tua! Hai messo su una cucciolata come una coniglietta, e cosa doveva fare io? Lavorare! E ora? Non ce la faccio più! Che cuore può sopportare una cosa così? Non hai coscienza! È colpa tua se non cè più mio figlio! Tu!
Dino non ne poté più. Saltò fuori dalla stanza, senza curarsi della mamma piangente che cercava di trattenerlo, e si avventò sulla nonna.
Non osare parlare così! Non sai nulla! E non insultare la mamma! Papà ci amava! Capito? Amava anche Lucrezia, anche Sandro. Era lui a volerci tenere, non la mamma. Lei lo scoraggiava! Diceva che non cè aiuto, solo rimproveri e urla! Non si può crescere i bambini così! E tu sei sempre a lamentarti! Perché vieni da noi? Non viviamo più con te! Non tornare più!
Dino ricordava ancora il sguardo severo della nonna, quel sorriso tirato, le labbra che si aprivano e chiudevano senza sapere cosa dire. Alla fine sparò:
Sei ancora piccola per alzare la voce contro di me
Ora non cè più nessuno che difenda la mamma. Io non la lascerò più essere offesa, capito?
Diceva così, ma non capiva dove la nonna fissasse gli occhi. Guardava sopra la sua testa, verso la madre di Dino, con unespressione triste, quasi compassionevole. Poi scosse la testa e se ne andò, promettendo di non tornare più. A volte Dino la vedeva per strada, ma fingeva di non riconoscerla. Lei lo osservava, ma non lo chiamava.
Ricordava anche la storia della piccola Polina, al terzo piano, la cui madre beveva senza sosta. I vicini avevano chiamato le autorità e, alla fine, la bambina era finita in un orfanotrofio. Un giorno, Dino e i suoi amici erano riusciti a infilarsi attraverso un buco del recinto, a guardare Polina uscire per una passeggiata, a piangere forte tutti i dolci che la madre aveva comprato per lui e Sandro li diede a Polina. La madre, però, gli accarezzò la testa e disse di essere fiera di suo figlio, anche se non era riuscito a salvarla.
La mamma di Dino non beve, ma le storie non mancano mai di ispirazione. Zia Rina, la vicina, si lamentava ancora del forte pianto di Lucrezia. Cosa poteva fare Dino? La sorellina è ancora piccola, ha mal di pancia, i denti che spuntano. Il dottore aveva detto che ne aveva già tre. Un giorno le è caduta una goccia di sangue dal dito mentre la succhiava, ma denti forti = denti buoni, pensava. Ieri aveva addormentato Sandro con il suo coniglietto di peluche, le orecchie lunghe Sandro, inizialmente arrabbiato, poi ha accettato, pensando che il coniglio fosse più importante per la sorella.
Lallarme della sveglia suonò piano, e Dino lo spense in fretta. Era ora di alzarsi. Doveva andare a scuola, Sandro allasilo. La mamma sarebbe arrivata da un momento allaltro; doveva preparare la colazione per tutti, altrimenti sarebbe stata lei a correre.
Dino finiva i panini quando nella hall scattò il lucchetto e la mamma entrò in cucina, sbattendo il vecchio cappotto. Lo abbracciò, accarezzandogli le guance e guardandolo negli occhi:
Buongiorno, mio cavaliere!
Buongiorno, mia regina!
Era il loro segreto, nato dal giorno in cui Dino trovò una copia dei romanzi di Walter Scott sugli scaffali.
Come va?
Lucrezia ha urlato di nuovo stanotte. Le ho dato il biberon e un po di gel per le gengive. Si è calmata.
Un dente nuovo?
Non ancora. Ma la gengiva è gonfia. Temperatura? No.
Bene. Dino, che farei senza di te?
Mamma ieri ho visto di nuovo la nonna.
Zia Giulia si fermò, le dita intrecciate nel grembiule.
Hai sentito qualcosa? Avete parlato?
No. Era davanti al nostro portone, guardava le finestre. Quando mi sono avvicinato, è sparita.
Giulia annuì, persa nei propri pensieri, poi si rese conto che il figlio non la guardava. Lo prese per il mento, fissandolo:
Dino, non farle arrabbiare, ok? È difficile, ma è comunque la nonna. E anche se non ci vuole bene, siamo tutti suoi nipoti: tu, Sandro e Lucrezia.
Allora perché si lamenta che siamo troppi?
Figlio mio Giulia si sedette, accarezzandolo. Alcune persone credono che la vita debba andare solo come loro vogliono.
Perché? Vorrebbero sapere cosa è meglio?
Non lo so. Forse credono che letà e lesperienza diano loro il diritto. A volte è vero, ma noi giovani dobbiamo fare i nostri errori, imparare da soli.
Non è logico!
Esatto! sorrise Giulia, guardando il suo più grande. Il tempo vola! Solo ieri era come Sandro, ora è al settimo anno. Tra poco sarà davvero grande.
Giulia gli accarezzò la guancia e gli chiese:
Se rivedi la nonna, non litigare con lei, capito? Se vuole dirti qualcosa, ascolta, poi decidi. E dimentica tutto quello che hai sentito quel giorno Capito? Quando arriva il dolore, la gente cambia, dice cose brutte perché il loro cuore è ferito. Non è per cattiveria, è solo dolore.
Dino capì solo in parte, ma sapeva che la mamma era troppo buona. Quante brutte parole lavrebbe lanciata alla nonna, e la mamma continuava a difenderla. Perché? Non lo sapeva.
Guardò lorologio e balzò.
Accidenti! La professoressa Valentina mi ha già beccato col ritardo! Sono già in ritardo per la prima lezione!
Vai al secondo! Giulia afferrò il figlio che correva via con la vecchia maglietta e lo mise a tavola. Non hai fatto colazione!
Non ho tempo, mamma!
Non importa! La scuola non ti scapperà via! Presto il vento ti porterà via! Guarda che sei diventato così magro! È una brutta vista!
Spostò la teglia di panini verso il figlio, uscì dalla cucina e andò a svegliare Sandro.
Dopo mezzora, Dino correva verso la scuola, tenendo stretto il fratellino che saltellava dietro di lui.
Dino, Dino, giocherai con me stasera?
Certo.
Mi insegni a disegnare una moto?
Ti insegno.
E una macchinina?
E la macchinina.

Sandro! Ti insegnerò qualsiasi cosa, ma adesso chiudi la bocca, fa freddo fuori e muoviamoci, daccordo?
Sì!
Lidea di avere Sandro tutto il pomeriggio per sé lo entusiasmò, e il ragazzo rimase in silenzio, guardando Dino con unespressione un po più seria del solito.
Dino, sei arrabbiato?
Dino uscì dai suoi pensieri, guardando sorpreso Sandro.
No. Da dove lhai preso?
Non lo so. Stai zitto e i tuoi occhi sono come due biglie nere, rotonde.
Stavo solo pensando! Va bene, corri e non combinare pasticci, capito? Non lo dirò a mamma. Io stesso mi occuperò di te.
Lo metterai via? chiese Sandro, curioso, e Dino gli puntò il dito.
Non ti insegnerò a disegnare una macchinina!
Non serve! Sandro sbatté la testa. Dino, davvero mi comporterò bene se Lucrezia non mi rovescia lacqua sul letto. Allora le darò, e domani disegneremo la macchinina, ok?
Non si può picchiare le ragazze.
Lucrezia non è una bambina! È una monella!
Comunque è vietato. Non sappiamo che tipo di donna diventerà. Se è una monella, anche i ragazzi la prenderanno alla sgamba! Che facciamo?
La picchiamo? domandò Sandro, alzando le sopracciglia.
Chi? non capì Dino.
Non Lucrezia! sbottò Sandro. I ragazzi!
Ah! È una questione di contesto. Ma meglio evitare i pugni. Papà diceva che solo le persone strane litigano subito. I normali pensano prima.
Dino strappò la maglietta al fratello, la infilò su una camicia e lo spinse verso la porta del gruppo.
Vai! Stasera ti cercherò!
Perché non mamma?
Mamma oggi partirà presto per il lavoro. I festeggiamenti sono vicini e il negozio ha tanto da fare.
Capito! Sandro annuì, serio. Lavorava la mamma come responsabile di un grande supermercato 24 ore su 24. Una volta erano andati insieme al lavoro, e Sandro aveva paura di perdersi, così si aggrappò forte a Dino. A quel tempo Lucrezia non cera ancora, il papà era vivo Il ricordo di papà faceva ancora vibrare il naso di Sandro, che cercava di scorgere Lucrezia.
Valentina, la direttrice, mantenne la sua promessa. Lo stesso giorno Dino dovette andare in ufficio del preside. Rimase in silenzio mentre Valentina elencava tutte le sue imprese, vere e inventate. Ne erano più di quante ne potesse contare. Dino decise di non contraddire.
È un ragazzo difficile! disse la preside Marina, la professoressa di chimica, guardandolo. Dobbiamo fare qualcosa, altrimenti rischiamo una sanzione dal Comune o peggio, problemi per la scuola.
È un ragazzo difficile! ribatté la preside, facendo scattare il bollitore elettrico e tirando fuori una scatola di caramelle Piuma di latte.
Dino annuì, accettando il dolce.
Non arrivi in ritardoDino, con un sorriso stanco ma determinato, si mise in cammino verso la scuola, pronto a trasformare un altro giorno di caos in una piccola vittoria.

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