«Ma perché l’hai salvato? È solo un vegetale! Ora dovrai cambiare padelle tutta la vita, e io sono g…

«Perché lhai salvato? È un vegetale! Ora dovrai cambiare padelle tutta la vita, e io sono giovane, mi serve un vero uomo!»
strillava la fidanzata, con la voce che rimbombava nella terapia intensiva.
La dottoressa Lidia Moretti taceva. Sapeva benissimo che il paziente non era affatto un vegetale, ma piuttosto lunico lì dentro che lascoltava davvero.

A trentotto anni, Lidia era neurochirurga allospedale di Milano. La sala operatoria era ormai la sua seconda casa. Vita privata? Zero assoluto. Suo marito era scappato cinque anni prima con una spumeggiante istruttrice di zumba, lasciando dietro di sé solo questa perla daddio: «Lidia, sei come un bisturi: fredda e tagliente. Con te ci si gela!»
Fredda lei? Ma quando mai. Solo concentrata. Se passi le giornate a trafficare tra i neuroni della gente, le emozioni sono come i tacchi sulla corsia: fuori luogo.

Quella notte arrivò un ragazzo dopo un brutto incidente. Moto, cranio aperto, coma profondo. Prognosi una su un milione.
I colleghi scuotevano la testa:
«Lì, non ce la fa. E se sopravvive, resterà grave, un vegetale».
«Io opero», tagliò corto Lidia.
Restò al tavolo sei ore di fila, ricomponendo ossa come puzzle e cucendo vasi sanguigni come una sarta con la pazienza di Giobbe. Combatteva per lui come fosse suo fratello. Perché? Neanche lei lo sapeva. Appena aveva visto la sua faccia, giovane, ostinata… bella, aveva pensato: oggi no. Non glielo lascio fare.

Il ragazzo si chiamava Matteo Bellini. Ventinove anni.
Sopravvisse. Ma restava tra la vita e la morte, imprigionato da fili e tubi, respirava solo grazie alle macchine. La sua fidanzata, una bionda radioattiva tutta labbra e smalto rosso, si presentò con aria risentita.
Vedendo Matteo, storse il naso come davanti alla parmigiana sbagliata.
«Oddio, ma è così?»
«Sì», rispose Lidia, fissando il monitor, «Siamo stabili, ma la situazione resta critica. È presto per fare previsioni».
«Previsioni? Ma scherza? Guardi comè ridotto! Dovevamo sposarci tra un mese! Ho pure già pagato il resort a Capri! E lui se ne sta qui, stecchito!»
«Signorina, la prego… parli piano. Lui può sentirvi», rispose Lidia sottovoce.
«Sentirmi?! Il cervello è polenta! Senta, non si può ecco staccare tutto? Che senso ha far soffrire così, a lui e a me? Io badante a un invalido non ci sto!»
Fu la goccia. Lidia la cacciò dallospedale senza troppi complimenti.
«Fuori. Unaltra scenata e chiamo la sicurezza».
Tacchi e profumo caro la portarono lontano. Non la videro più.
Matteo era solo, senza parenti. Era cresciuto in orfanotrofio.
Lidia prese a fermarsi sempre più a lungo dopo il turno.
Allinizio controllava solo le cartelle, ma poi iniziò a parlargli.

«Ciao, Matteo. Oggi Milano è tutta grigia di pioggia, però laria sa di nuovo… Sai, oggi ho salvato una nonna con unaneurisma!»
Gli leggeva libri. Gli raccontava del suo gatto Carletto di quellex marito ghiacciolo, di quanto si stancasse della solitudine.
Era buffo confidarsi con uno che fissava il soffitto immobile, gli occhi vuoti. Ma sentiva che lui cera.
Gli faceva i massaggi alle mani perché i muscoli non svanissero. Gli metteva la musica rock nelle cuffie aveva trovato la sua playlist nel telefono, consegnato insieme agli stivali della moto.
I colleghi scuotevano la testa.
«La Lidia sè persa per Matteo. È innamorata di un vegetale!»
Ma lei vedeva il battito che cambiava ogni volta che entrava in stanza.

Passarono quattro mesi.
Una sera Lidia era accanto a lui, a compilare scartoffie.
«Sai, Matteo, vogliono promuovermi a capo reparto. Solo che ho paura. Qui almeno salvo qualcuno, lì solo carte e burocrazia»
Allimprovviso sentì una stretta. Leggera, appena accennata.
Le dita di Matteo le stringevano la mano.
Si immobilizzò, alzò lo sguardo.
Matteo la fissava. Presente, cosciente.
Tentò di parlare, ma la tracheotomia lo ostacolava. Le labbra si mossero senza suono:
«G r a z i e»
Un miracolo. Umano, oltre che medico.
La strada fu durissima: Matteo dovette re-imparare tutto, dal respiro al caffè del mattino.
Lidia non lo mollava un attimo. Si improvvisava fisioterapista, psicologa, amica.
Quando infine la voce tornò, la prima cosa che disse fu:
«Ricordo la tua voce. Mi leggevi Hemingway. E parlavi di Carletto».
Lidia singhiozzò. Lei, la donna dacciaio, piangeva come una fontana.
Dopo sei mesi dimisero Matteo. Camminava solo con la sedia a rotelle, ma i dottori erano ottimisti.
Lidia se lo portò a casa non per dovere, ma perché chi vuoi che lo ospitasse, lì da solo?
Vivevano una strana convivenza: lei la dottoressa, lui il paziente, ma tra i due cresceva altro.
Matteo era programmatore: da remoto ricominciò a lavorare.
«Lidia, ti comprerò un cappotto nuovo questinverno. Quello blu, che sogni tanto».
«Smettila, tieni i soldi per la fisioterapia!»
Un anno dopo Matteo camminava. Zoppicava, ma camminava.
Ed ecco ricompare la cara ex: aveva visto su Instagram una foto di Matteo in piedi, bello come prima.
Venne a casa di Lidia.
«Matteucci! Tesoro! Ho sofferto così tanto! Mi dicevano tutti che saresti morto Scusami, sono stata una scema! Ti amo ancora!»
Si appese al suo collo, profumata e drammatica.
Lidia osservava dalla porta, stretta nei pugni. Aspettava la reazione.
Matteo, calmo, la staccò delicatamente.
«Cristina», disse serio. «Ho sentito tutto, in rianimazione. Ogni parola. Del vegetale, di Capri, dello staccare la spina»
«Ma è stato uno shock! Ero fuori di me!»
«No. Era la verità. Era proprio tu. Adesso vai».
«Ma…»
«Vattene».
Cristina uscì sbuffando e maledicendo lingrato.
Matteo allora si voltò verso Lidia.
«Sai perché sono tornato?» chiese.
«Perché?»
«Perché continuavi a chiamarmi. Nel buio, andavo verso la tua voce. Sei stata il mio faro».
Con le gambe ancora incerte, la abbracciò.
«Lidia, tu non sei fredda. Di più calda non cè nessuno».
Si sono sposati con una cerimonia minuscola, senza confetti in faccia a metà Milano.
Matteo si è ristabilito del tutto. Ora crescono insieme un bimbo adottivo proprio quel ragazzino che Lidia aveva salvato anni prima, mollato da genitori sbandati.
Lidia oggi dirige il reparto, ma ogni tanto la trovi ancora a sera, seduta con i pazienti più difficili. Perché ha capito che il corpo può anche non parlare, ma lanima sente tutto. E a volte una parola gentile vale più di qualsiasi bisturi.

Morale:
Troppo spesso giudichiamo secondo diagnosi e apparenze, eppure amore e fiducia sono la migliore delle terapie intensive.
Dal letto dospedale si vede chi cè davvero: i tradimenti non si scordano, perché svelano il vero volto di una persona.
I sentimenti veri non si testano sotto il sole di Capri, ma tra camici, cateteri e silenzi notturni quando conta solo chi resta a stringerti la mano.

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