«Qui ci fermiamo fino allestate!» come ho cacciato fuori la sfrontata famiglia di mio marito e cambiato le serrature.
Il citofono non ha semplicemente suonato: ha urlato, pretendendo attenzione. Ho guardato lorologio: le sette del mattino, sabato. Lunico giorno in cui pensavo finalmente di dormire dopo aver chiuso il bilancio trimestrale, non certo di accogliere ospiti inattesi. Sul display, il volto di mia cognata. Lucia, sorella di mio marito Matteo, sembrava pronta ad assaltare una banca, e dietro di lei si intravedevano tre testoline arruffate di bambini.
Matteo! ho gridato, senza alzare la cornetta. È la tua famiglia, arrangiati tu.
Lui è uscito dalla camera, tirandosi su gli shorts messi al contrario. Sapeva bene che, se usavo quel tono, la mia pazienza con i suoi era sotto zero. Mentre farfugliava qualcosa nel citofono, mi sono piazzata nellingresso, braccia conserte. Casa mia, regole mie. Ho comprato questo trilocale in centro a Firenze due anni prima di sposarmi col sudore della fronte, e sinceramente non volevo estranei tra i piedi.
La porta si è spalancata e la mia perfetta, profumata di diffuser al bergamotto, è stata invasa da una tribù. Lucia, carica di borse, neanche mi ha salutata. Mi ha solo spostata con il fianco, come se fossi una pianta.
Eh, grazie al cielo, ce labbiamo fatta! ha sospirato, lasciando cadere le valigie sul mio parquet di rovere italiano. Martina, perché sei ferma in mezzo alla porta? Prepara il tè, i bimbi sono affamati.
Lucia, la mia voce era gelida, tanto che Matteo si è raggomitolato ancora di più. Che sta succedendo?
Ma Matteo non ti ha detto? e con occhi spalancati ha cambiato subito faccia da martire. Abbiamo i muratori in casa! Un lavoro enorme! Tubature, pavimenti, ovunque polvere. Impossibile stare là, almeno per una settimana ci appoggiamo qui. Qui cè spazio da vendere, e tanto non vi manca niente nei vostri metri quadri.
Ho fissato Matteo. Lui fissava il soffitto, sapendo benissimo cosa lo aspettava la sera.
Matteo?
Dai, Martina, davvero, ha balbettato è solo mia sorella. Dove dovrebbero stare, in mezzo ai calcinacci? Solo una settimana.
Una settimana, ho scandito esattamente sette giorni. Il cibo ve lo portate voi. I bambini non corrono per casa, non toccano i muri, e il mio studio non lo avvicinano nemmeno di un metro. E silenzio assoluto dopo le dieci.
Lucia ha alzato gli occhi al cielo:
Sei proprio pesante, Martina. Mi sembri una guardiana di prigione. Vabbè, ok, dove dormiamo? Spero non per terra, eh?
Così è cominciato linferno.
La settimana è diventata due. Poi tre. La mia casa, per la quale avevo lavorato con larchitetto, era ormai uno stazzo. Nellingresso montagne di scarpe luride; in cucina regnava il caos: macchie dunto sul top in quarzo, briciole, aloni appiccicosi. Lucia faceva la padrona: trattava tutti come fossero al suo servizio.
Martina, ma il frigo è vuoto! ha protestato una sera, con la testa nel mio Smeg. Ai bimbi servono yogurt, e anche io e Matteo mangeremmo volentieri carne. Con quanto guadagni, potresti pure pensare un po ai tuoi.
Hai la carta, hai i negozi, ho risposto senza nemmeno togliere gli occhi dal computer. Vai pure. E poi cè pure Glovo, di notte.
Taccagna, ha mormorato, sbattendo lo sportello così forte che hanno tintinnato le lattine. Tanto nella tomba i soldi non li porti.
Ma il punto di rottura non è stato questo. Un giorno sono rientrata prima dal lavoro e ho trovato i nipotini nella mia camera da letto. Il più grande saltava sul letto ortopedico (pagato quanto una smart), la piccola… la piccola stava disegnando sui muri. Con il mio rossetto di Gucci. Edizione limitata.
Fuori! ho urlato così forte che sono scappati terrorizzati.
Al rumore è corsa Lucia. Vedendo i muri imbrattati e il rossetto spezzato ha solo fatto spallucce:
Ma dai, sono bambini! Un segno sul muro lo pulisci! Il tuo rossetto, pace, sarà mica oro! Fai un salto da Rinascente e ne compri un altro, figurati. Ah, tra laltro, ci siamo organizzati: i lavori si allungano. Gli operai sono degli incompetenti. Quindi, niente, restiamo qui fino allestate. Tanto vi annoiate in due, noi portiamo allegria!
Matteo stava zitto. Uno straccio.
Non ho detto nulla. Sono andata in bagno, altrimenti rischiavo la galera. Mi serviva ossigeno.
Quella sera Lucia è andata a farsi la doccia, lasciando il cellulare in cucina. Il display si è acceso per un messaggio. Non spio di solito, ma quelle parole giganteggiavano: Dal contatto ‘Monica Affitto’, cera scritto: Lucia, saldo inviato per il prossimo mese. Gli inquilini stanno bene, chiedono se possono restare anche fino ad agosto.
Poi un SMS della banca: +1100 euro accreditati.
Si è rotto qualcosa dentro di me. Il puzzle si è completato. Nessun lavoro in casa sua. Questa furbetta aveva affittato lappartamento a breve termine per farsi soldi facili, scaricandosi completamente sulle mie spalle. Spese di casa, utenze, cibo: tutto gratis per lei. Geniale, se non fosse ignobile. Con la mia pazienza.
Ho fotografato il display con il mio telefono. Mani ferme, lucidità cristallina.
Matteo, vieni in cucina, ho chiamato.
Lui è entrato, gli ho mostrato il telefono senza una parola. Ha letto le righe, è diventato paonazzo poi bianchissimo.
Martina, magari è uno sbaglio
Lerrore è che tu non hai già portato fuori tutta la tua famiglia, ho risposto calma. Hai due scelte: o domani per pranzo non cè più nessuno di loro qui, oppure non ci sei nemmeno tu. Con tutta la compagnia.
Ma dove vanno?
Non mi interessa. Sotto i ponti, allHilton, dove vogliono.
La mattina dopo Lucia, ignorando tutto, ha annunciato che andava a fare compere aveva visto delle scarpe meravigliose (ovvio, coi soldi dellaffitto). I figli lasciati a Matteo, che ha preso un giorno libero.
Ho aspettato che chiudesse la porta dietro di sé.
Matteo, porta i bambini al parco. E starci tanto.
Perché?
Perché adesso qui si fa una bella disinfestazione dai parassiti.
Appena spariti, ho chiamato la ditta per cambiare serrature e poi la polizia locale.
Lospitalità è finita. Il ripristino inizia ora.
Martina, magari è solo uno sbaglio risuonava nella testa la frase di Matteo, mentre guardavo il fabbro cambiare la serratura.
Nessun errore. Solo determinazione.
Il fabbro, un omone tatuato sullavambraccio, faceva in fretta.
Porta solida, ha commentato. Ma il cilindro che ha scelto lei è indistruttibile.
È proprio quello che volevo. Sicurezza.
Per il lavoro ho pagato col bonifico più di quanto costa una buona cena in trattoria, ma la tranquillità vale di più. Poi ho cominciato con le loro cose. Niente pietà. Ho preso sacchi della spazzatura extra-large, 120 litri, e ci ho buttato tutto: reggiseni di Lucia, collant e giochi dei bimbi, sparsi ovunque. Niente pacchetti ordinati, tutto pressato dentro. I suoi cosmetici, che avevano invaso mezza casa, spazzati via in un unico gesto.
Dopo quaranta minuti, sul ballatoio cera una montagna di cinque sacchi neri gonfi. Accanto, due valigie abbandonate.
Quando il campanello ha trillato ed è arrivato lagente, ero pronta in porta con i documenti e la visura catastale.
Buongiorno, agente, ho consegnato tutto. Proprietaria della casa: io. Residente: solo io. Ora qui tenteranno di entrare persone senza titolo. Vorrei che fosse tutto verbalizzato.
Lagente, giovane e stanco, ha sfogliato le carte.
Parentela?
Ex parentela, ho sorriso amara. Nun pò fa case e parenti, qui è guerra civile.
Lucia è arrivata dopo unora, carica di shopping dal Rinascente, sorridente. Il sorriso è svanito vedendo i sacchi e me lì in piedi con il poliziotto.
Che succede? ha strillato, indicando i sacchi. Martina, sei impazzita? Queste sono le MIE COSE!
Proprio così, ho incrociato le braccia. TUE. Portale via. Lhotel è ufficialmente CHIUSO.
Ha provato ad entrare, ma il poliziotto lha fermata.
Signora, abita qui? Ha un contratto?
Siamo ospiti! Io sono la sorella di lui! e con la faccia paonazza si gira verso di me. Ma questa è follia! E Matteo? Adesso gli telefono e ti sgonfia!
Telefona pure, lho autorizzata. Solo che non risponderà. Ora sta spiegando ai suoi figli perché la loro mamma sia così furba.
Lucia chiama un paio di volte: solo squilli. Matteo aveva finalmente messo la spina dorsale, o aveva semplicemente paura di divorziare e rimanere in mutande.
Non puoi buttarmi fuori! urla, facendo cadere le borse, da una rotolano fuori delle scarpe nuove. Abbiamo i lavori in casa! Dove vado con i bambini!?
Bugiarda, ho fatto un passo avanti, fissandola dritta. Salutami Monica. Poi chiedi se ti prolunga laffitto fino ad agosto. O forse, sei costretta a sfrattare per andarci tu.
Lucia resta impietrita, a bocca aperta.
Ma tu come
Dovevi mettere il blocco schermo, manager da quattro soldi. Hai vissuto gratis da me, riempiendo le tasche e rovinandomi casa, e ora? Complimenti. Ora ascolta bene.
Ho abbassato la voce, ma anche il poliziotto ascoltava ogni parola.
Ora prendi questi sacchi e sparisci. Se vedo te o i tuoi figli anche solo avvicinarsi a qui, chiamo lAgenzia delle Entrate per evasione: affitti in nero. E sporgo denuncia per furto: ho perso un anello doro. Sai dove potrebbero trovarlo, vero? In uno di questi sacchi, se la polizia decide di fargli un giro.
Lanello, ovvio, era custodito nel mio portagioie. Ma Lucia non poteva saperlo. È impallidita, il fondotinta ormai una maschera.
Sei una vipera, Martina, ha sibilato. Dio ti giudicherà.
Dio è occupato, ho risposto. Finalmente anche la mia casa ora è libera.
Ha arraffato i sacchi, bestemmiando a bassa voce, cercando di prenotare un taxi dalle mani tremanti. Il poliziotto ha osservato tutto con la tranquillità di chi spera di non dover compilare scartoffie.
Quando le porte dellascensore si sono chiuse su Lucia, le sue borsate e i suoi piani falliti, ho guardato lagente.
Grazie del servizio.
Di niente ha sorriso. Ma la prossima volta, metta subito un buon cilindro, eh.
Sono tornata dentro e ho chiuso la porta. Lo scatto della serratura nuova era musica. In casa profumo di detersivo: la donna delle pulizie aveva già finito la cucina, ora sistemava la camera.
Matteo è tornato dopo due ore, da solo. I bambini riconsegnati a Lucia, mentre lei caricava tutto in taxi. Si guardava intorno, teso come una corda.
Martina se nè andata.
Lo so.
Dice cose terribili su di te
Non mi interessa cosa cinguettano i topi quando li sbatti fuori dalla nave.
Ero seduta in cucina, il caffè fumante nella mia tazza preferita. Nessun disegno sul muro tutto pulito. In frigo solo i miei cibi.
Sapevi dellaffitto? ho chiesto, senza guardarlo.
No! Te lo giuro, Martina! Se lavessi saputo
Se lavessi saputo, avresti fatto finta di niente, ho sentenziato. Ascolta bene, Matteo: questa è stata lultima volta. Ancora una sola storia simile e le tue valigie le trovi in mezzo a quelle loro. Chiarissimo?
Annuisce, di scatto. Sapeva che non scherzavo.
Ho sorseggiato il mio caffè.
Era perfetto.
Caldo, forte e soprattutto gustato nel silenzio assoluto della mia, soltanto mia casa.
La regina non sente stretto il diadema.
Anzi, le calza a pennello.






