Caro diario,
questa sera sono tornato a casa tardi, dopo aver lasciato la casa di campagna di Tivoli. Ho deciso di prendere la strada più lunga, quella di campagna che circonda il borgo, invece della solita autostrada. Se domani non avessi dovuto andare al lavoro, mi sarei fermato lì a dormire sotto le stelle.
Non avevo fretta perché non vedevo lora di non rientrare in casa. In realtà non volevo neanche incontrare mia moglie, Ginevra. Da mesi il nostro matrimonio è un inverno lungo: le discussioni nascono da un filo e si trasformano subito in litigi. Un pensiero mi ronza in testa: non ci resteremo insieme a lungo sotto lo stesso tetto.
Guidavo, lo sguardo fisso sullorizzonte, quando la strada di campagna attraversava un piccolo villaggio. Ho rallentato davanti alla fermata dellautobus e, nella luce dei fari, ho scorto una signora anziana che stringeva qualcosa avvolto in un panno come se fosse un neonato. Latteggiamento speranzoso verso le auto mi ha spinto a frenare immediatamente.
Sono sceso in fretta e mi sono avvicinato. Ai suoi piedi cera un carrello.
Signora, perché è qui fermata? Ha bisogno di aiuto? Che cosa tiene tra le mani, un bambino? le ho chiesto, preoccupato.
Un bambino? la donna è rimasta perplessa e ha sorriso imbarazzata. No, non è un bambino è solo del pane.
Del pane? mi sono fermato, curioso. Che tipo di pane?
Il pane di casa, appena sfornato lo vendo per strada.
Ma perché lo vende? Da dove lo prende?
Lo faccio io stessa. La pensione è poca, così mi affido a questa piccola attività quando il denaro scarseggia. Alcuni comprano, dicono che è buono e che porta felicità.
Felicità? ho alzato un sopracciglio. Che intende?
Non lo so esattamente, è quello che un uomo mi dice sempre. Lui compra il mio pane e insiste sul fatto che porta fortuna. Forse oggi succederà anche a lei. Vuole del pane ancora caldo?
Del pane, allora? ho capito subito che le sue finanze erano davvero strette e ho annuito. Quanto costa una pagnotta?
Un euro, ha risposto con cautela, osservando la mia espressione. Non è molto?
Quante pagnotte ha in totale?
Dieci. Non ne ho vendute ancora oggi, sono appena arrivata qui. Quante ne vuole?
Prendo tutto! ho detto deciso, pronto a prendere i soldi.
No! ha esclamato la signora, spaventata. Non le darò tutto!
Perché? sono rimasto interdetto.
Perché so che non compra il pane per mangiarlo, ma per aiutarmi.
E allora?
E se qualcun altro avrà bisogno di quel pane? Se luomo che lo compra ritorna e io non ho più nulla?
Sono rimasto senza parole per la sua ingenuità.
Va bene, allora… quanti ne vuole vendere?
Cinque pagnotte, ha risposto, incerta.
Ne vuole di più?
No, non posso ha scosso la testa. Lei compra per pietà, ma il pane è per nutrirsi, è appena sfornato.
Ho preso cinque pagnotte ancora calde, le ho messe in un sacchetto e, tornando alla macchina, ho sentito laroma di pane fresco riempire labitacolo. Il profumo era così intenso che non ho potuto resistere: ho strappato un grosso pezzo, lho messo in bocca e ho capito che non avessi mai assaggiato nulla di più buono.
Proprio in quel momento il cellulare è squillato. Ho guardato lo schermo, ho fatto una smorfia e ho risposto.
Ginevra, ha iniziato mio marito con la voce irritata, passa da qualche negozio e compraci del pane.
Che cosa? ho alzato gli occhi al sacco di pane sul sedile. Perché ti è venuto in mente il pane adesso?
Perché non ne abbiamo più! Nessun pezzo! E le tue amiche ti hanno fatto visita!
Che amiche? mi sono stupito ancora di più. A questora è quasi notte!
Loro te le chiedi tu! In ogni caso, compraci del pane. Le tre amiche sono al nostro tavolo, bevono tè e ti aspettano.
Ho premuto lacceleratore.
Sono arrivato a casa dopo una mezzora, ho aperto la porta e ho portato dentro quellincredibile profumo di pane.
Ginevra, che profumo! hanno esclamato le amiche, compagne di università, correndo a stringermi in braccio.
Mio marito, fiutato laroma, si è precipitato sul sacco, ha strappato quasi mezza pagnotta, lha portata al naso e mi ha guardato sbalordito.
Dove hai trovato quel pane così buono?
Dove lo ho preso, non cè più ho alzato le spalle.
Lui è tornato in camera con il suo pezzo, io sono rimasta in cucina con le amiche. Abbiamo passato la notte a bere vino, a sgranocchiare quel pane straordinario e a lamentarci dei nostri mariti, piangendo un po per le illusioni infrante. Quando è stato il momento di andare via, ho regalato a ciascuna una pagnotta del pane della signora.
Dopo aver chiuso la porta, ho evitato la camera dove mio marito dormiva, mi sono sdraiata sul divano del soggiorno e mi sono addormentata.
Al mattino, qualcosa di strano è accaduto. Mio marito si è seduto accanto a me sul divano e, con tono ironico, ha detto:
Ginevra, credo di essermi strozzato con il tuo pane ieri sera e mi è venuta una specie di illuminazione. Siamo due sciocchi.
Cosa? ho sbirciato gli occhi ancora assonnati.
Siamo due sciocchi, Ginevra, e dobbiamo rimediare. Ti invito stasera a cena, al ristorante dove ti ho proposto il matrimonio.
Perché?
Perché voglio ricominciare, credo che il nostro amore possa ancora salvarsi. Sarò lì alle sei, ti aspetto.
Il giorno sembrava più luminoso del solito, quasi primavera anziché autunno. Ho iniziato a sperare in quel bizzarro appuntamento serale.
Poi il telefono ha squillato. Una delle amiche di ieri sera mi ha chiamato, quasi senza fiato:
Ginevra, indovina! Io e il mio marito ci siamo riconciliati! Ieri notte, fino alle tre, abbiamo mangiato il tuo pane e ci siamo riavvicinati. Grazie a te!
E io cosa ho da fare? ho balbettato.
Unaltra amica mi ha chiamato poco dopo, e la terza ha fatto lo stesso. Tutte hanno raccontato che le cose a casa loro si erano sistemate in modo inaspettato.
Sono tornata in cucina, ho preso lultima pagnotta ancora in parte mangiata, ne ho inspirato ancora laroma, ho preso un piccolo morso e ho sentito, per la prima volta, un delicato retrogusto di amore amore per tutti.
**Lezione:** ho capito che, a volte, un semplice gesto di generosità può trasformare il pane più umile in speranza e che la felicità è più vicina di quanto crediamo, basta aprire il cuore e condividere ciò che abbiamo.




