Ricordo come se fosse ieri quella primavera di qualche decennio fa, quando mio figlio Alessandro mi chiedette di non venire subito a trovarci. Mamma, la strada è lunga, tutta la notte in treno, e tu non sei più giovane. A che serve questo fastidio? E poi a casa tua cè sempre da lavorare in giardino, mi disse.
Io, con il cuore in gola, risposi: Alessandro, perché no? Non ci vediamo da tanto tempo e, come si dice, bisogna conoscere la nuora da vicino.
Lui, cercando di calmarmi, propose: Aspetta fino alla fine del mese; a Pasqua avremo molti giorni liberi e verrete tutti noi. Io ero già pronta a partire, ma alla fine accettai di restare a casa, sperando che lui venisse a trovarmi.
Il tempo passò e nessuno venne. Chiamai Alessandro più volte, ma lui rifiutava sempre la chiamata. Alla fine mi disse di essere troppo occupato e che non dovevo più aspettarlo. Il mio animo si riempì di tristezza: avevo preparato tutto per larrivo di sua sposa, Ginevra, che era sposata da sei mesi e che non avevo ancora incontrato.
Io avevo partorito Alessandro quando avevo trentanni, senza mai sposarmi, perché desideravo solo un figlio. Non mi pentii mai di quella scelta, anche se le difficoltà furono tante: non avevo denaro, vivevamo di sopravvivenza, ma lavoravo a più posti per garantire al bambino ciò di cui aveva bisogno.
Quando Alessandro fu in età da studiare, partì per Roma. Per sostenerlo i primi anni, mi recai a lavorare nei cantieri di Trieste, mandandogli rimessa per gli studi e per la vita in capitale. Il mio cuore materno gioiva nel poter aiutarlo. Al terzo anno di università Alessandro trovò un lavoro parttime e, una volta laureato, iniziò a guadagnare da solo. Tornava a casa solo una volta allanno, e io, che non avevo mai messo piede a Roma, rimanevo in Firenze a guardare i suoi progressi da lontano.
Quando Alessandro annunciò che si sarebbe sposato, iniziò a mettere da parte dei risparmi: accumulai circa duemila euro, pensando di usarli per il matrimonio. Semisette fa mi chiamò e mi disse: Mamma, non venire; ora ci limitiamo a registrarci e il vero matrimonio lo faremo più tardi. Il mio cuore si strinse, ma accettai. Ginevra mi fu presentata via video: una ragazza bella, ricca, figlia di un noto industriale. Io potevo solo gioire per il suo futuro.
Passò il tempo e Alessandro non venne più a casa, né mi chiamò. Desiderai tanto vedere la nuora e stringere il figlio, così presi dei biglietti del treno, preparai cibo fatto in casa pane, patate, barbabietole, uova, mele secche, funghi sottaceto, cetriolini, pomodorini e qualche barattolo di marmellata e mi imbarcai. Prima di salire chiamai Alessandro: Mamma, è proprio unidea folle! Sono al lavoro, non potrò neanche salutarti. Prendi un taxi, ti arriverà lindirizzo.
Arrivai a Roma al mattino, chiamai un taxi e rimasi sorpresa dal prezzo, ma la città, ancora avvolta nella nebbia mattutina, era così affascinante da farmi dimenticare lo sguardo sul conto. La porta mi aprì Ginevra, che non mi sorrise né mi abbracciò, ma mi indicò frettolosamente la cucina. Alessandro era già uscito per il lavoro.
Stesai i sacchi, sfoderai le provviste: patate, barbabietole, uova, mele secche, funghi, cetriolini, pomodorini e marmellate varie. Ginevra mi osservò in silenzio e poi commentò: Non serve, non mangiamo così, qui non cuciniamo.
E voi cosa mangiate? chiesi, stupita.
Ci arriva la consegna giornaliera, e io non amo cucinare: lodore che resta in cucina è sgradevole e dura a lungo, rispose Ginevra.
Mentre ancora cercavo di spiegarmi, entrò un bambino di circa tre anni. Vi presento il mio figlio, Daniele, disse Ginevra. Daniele? chiesi. No, Daniele, non Danilo. Non mi piace quando si distorcono i nomi.
Il mio cuore si spezzò. Non era la mancanza della moglie, ma il fatto che Alessandro non mi avesse detto nulla del suo nuovo nucleo familiare.
Guardai la parete e vidi un grande ritratto di nozze. Ah, il matrimonio non è stato? provai a cambiare argomento. È stato, per duecento invitati. Solo voi non eravate, ma Alessandro ha detto che eravate malati. Forse è per il meglio, osservò Ginevra misurandomi dallalto in basso.
Mi offrì una tazza di tè e qualche fetta di formaggio pregiato, definendo così la colazione. Io era abituata a una colazione abbondante al mattino, soprattutto dopo il viaggio, e volevo friggere le uova con il pane che avevo portato, ma Ginevra mi proibì di farlo per lodore. Il pane rifiutò di mangiare, sostenendo che loro seguivano una dieta salutare.
Sentii il desiderio di piangere, non tanto per la loro ricchezza, ma perché il mio figlio mi aveva escluso dal giorno più atteso della sua vita. Così bere il tè, mentre Ginevra taceva. Il piccolo Daniele si avvicinò, cercando di abbracciarmi, ma Ginevra alzò le mani per fermarlo, dicendo che non sapeva con cosa avessi portato. Gli offrii la mia marmellata di lamponi, ma lei strappò il barattolo dalle mie mani: Quante volte devo ripetere che seguiamo una dieta senza zuccheri!
Il pianto mi salì in gola, il tè rimase a metà. Mi alzai, andai al corridoio, mi infilai le scarpe; Ginevra non reagì, né mi chiese dove andassi. Uscii in cortile, mi sedetti su una panchina e piansi come non avevo mai pianto. Nessuno mi aveva mai ferito così.
Dopo un po, la nuora tornò fuori con Daniele, gettò via tutta la mia conservata merce nel cestino dei rifiuti. Non disse una parola. Raccoglendo i sacchi, mi diressi verso la stazione. Per fortuna qualcuno aveva ceduto il suo biglietto e io lo presi per la sera.
Vicino alla stazione trovai una trattoria. Ordinai un piatto di ribollita, una fetta di carne alla griglia, patate e insalata. Pagai volentieri, perché anche se il portafoglio era leggero, meritavo qualcosa di buono. Riposi i bagagli in un armadietto e trascorsi ancora qualche ora a passeggiare per le strade di Roma, che mi affascinavano con le loro piazze e le fontane.
Nel treno di ritorno non chiusi gli occhi; piansi tutta la notte. Il dolore era più forte perché Alessandro non mi aveva nemmeno chiamato per chiedermi dove fossi. Speravo più della neve dinverno, di essere accolta con amore dal mio unico figlio, su cui avevo riposto tutte le speranze. Invece mi sentii inutile.
Ora mi chiedo cosa fare dei due mila euro che ho messo da parte per il suo matrimonio. Dovrei restituirli ad Alessandro, così saprà che la madre ha sempre pensato a lui? O forse è meglio non dare nulla, visto che non ha meritato la fiducia? Il dubbio rimane, come una ferita che non guarisce.






