Papà, non portarla via! singhiozzò la più piccola, Martina, sette anni, il nasino tutto rosso per il pianto. Non si può lasciare Giulia, è nostra!
La tua Giulia, sbuffò il padre Gaetano, girando di scatto il volante, fa i suoi bisogni dappertutto. In corridoio, vicino alla stufa, ieri perfino nelle scarpe ci ha lasciato un regalo. Ma in lettiera, manco per niente! Che dovrei fare io, eh?
Ma papà
Zitta! le tagliò corto lui, con la voce dura.
Gaetano accese la sua vecchia Fiat Uno tutta ammaccata, bianca con chiazze di ruggine sulle portiere. Sul sedile dietro, dentro una scatola di cartone, si sentiva il pianto flebile e triste di Giulia.
Martina rimase davanti al cancello, le dita strette sulle sbarre, fissa a guardare la vecchia Uno che si perdeva tra le curve del borgo.
Era un autunno umido, il cielo basso e grigio pesava sulle case di Castelluccio. Il vento scompigliava le trecce di Martina, sollevava lorlo leggero del vestitino di cotone.
Martina, dentro! Che prende freddo, bambina mia, urlò la mamma, Teresa, dalla finestra. Perché resti lì impalata?
La bambina non si mosse. Le lacrime, salate e calde, le rigavano le guance.
Giulia la loro Giulia Rossa, coi guantini bianchi e un petto vaporoso. La sera si accoccolava sulle gambe di Martina, faceva le fusa vicino alla stufa. Ma adesso
In casa si sentiva un buon profumo di verza stufata e impasto di pane. La mamma, Teresa, preparava dei panzerotti. Gli altri figli Paolo (tredici anni), Elisa (undici) e Marco (nove) erano chini sui quaderni, o almeno fingevano di studiare.
Paolo tracciava righe a caso senza guardare, Elisa si nascondeva dietro al libro ma gli occhi rossi parlavano da soli, Marco, di solito una peste, era silenzioso e rosicchiava la matita.
Sempre così sbottò improvvisamente Paolo, lasciando cadere la penna sul tavolo con un tonfo. Papà decide e basta, come se noi fossimo trasparenti!
Shhh! lo riprese Teresa, che impastava energica. Tuo padre sa quello che fa. Abbiamo già tre gatti: Minù, Cesare e questa qui la vostra Giulia
Ma avrebbe imparato, protestò Elisa tra i singhiozzi, avremmo potuto insegnarle!
Insegnarle? la mamma scosse la testa, un mezzo sorriso sulle labbra. E chi ha tempo? Le bestie, i campi, tre figli, e poi pure una gatta che si crede una principessa?
Ci pensavamo noi! insistette Elisa.
Ormai è tardi, tagliò corto Teresa.
Martina rientrò piano, si sedette vicino alla finestra a guardare la pioggia sottile. Il paesino era tutto grigio, con gli orti scuri e le case basse.
Mamma ma secondo te torna a casa? chiese con un filo di voce.
Teresa sospirò piano:
Non lo so, piccola. Non lo so
Dopo mezzora Gaetano tornò. Si tolse la giacca zuppa e la appese al chiodo, passò in cucina senza guardare nessuno negli occhi.
Allora? chiese la moglie.
Lho lasciata. Nel paese vicino. Da quelli dei Rossi, hanno detto che la tengono docchio.
Ma quanto dista? chiese Marco.
Cinque chilometri, forse di più, borbottò il padre.
Non ce la farà mai a tornare sussurrò Elisa.
E non deve, rispose freddo Gaetano. Basta parlare. Voglio solo una tazza di tè, sto gelando.
Teresa posò davanti a lui una tazza di tè caldo e un piatto di pasta col sugo. Gaetano mangiava in silenzio, con una stanchezza rabbiosa. I bambini stavano a tavola, ma nessuno toccava il cibo, fissavano i piatti come fossero pieni di sassi.
La notte, con la casa di nuovo silenziosa e tutti a letto, Martina restava sveglia. Condivideva il suo lettone con Elisa, ascoltava la pioggia, gli scricchiolii delle vecchie travi, labbaiare lontano di qualche cane del paese.
Elisa, dormi? sussurrò.
No, rispose sottovoce la sorella.
Giulia tornerà. Io lo so. Tornerà a casa.
Non dire sciocchezze. Come fa a trovare la strada? Papà lha portata lontanissimo cinque chilometri per una gattina sono un viaggio in un altro mondo.
Ma lei è sveglia! Ci troverà, vedrai
Elisa non ribatté, si girò verso il muro. Martina restò sveglia ancora a lungo, e continuava a mormorare come la nonna le aveva insegnato: Signore, proteggi Giulia. Falla tornare da noi, ti prego
Nel frattempo Giulia era nascosta sotto la stufa nella casa dei Rossi, nel paesino accanto. I vecchi erano gentili: una ciotola di latte, un po di prosciutto, qualche carezza. Eppure lei non faceva fusa, non si strusciava. Era semplicemente unospite tra estranei, raccolta in una palla di malinconia.
Dovera la sua casa? Doverano i bambini Martina, Elisa, Marco, Paolo? Dovera Teresa, che ogni tanto le dava di nascosto un pezzetto di prosciutto? Doverano gli odori del fienile, della stufa, del pane caldo?
Qui tutto sapeva di nuovo. Anche i suoni erano diversi. Cera un grosso gatto grigio che le soffiava contro appena cercava di avvicinarsi alla ciotola.
Aspettò. Fino al mattino. E quando la signora Rossi aprì la porta per andare a dare il mangime alle galline, Giulia sgattaiolò fuori come una freccia.
Ehi! Dove vai? gridò la donna.
Ma la gatta correva già, tra orto, reticolo di steccati e dritta verso la strada. Si fermò solo oltre il paese, in mezzo ai campi zuppi di pioggia.
Pioveva a dirotto, il pelo rosso le si appiccicava addosso, le zampe scivolavano nella terra bagnata, le unghie graffiavano il fango.
Non sapeva che direzione prendere, ma dentro resisteva un istinto tenace. Qualcosa di antico le suggeriva: Da quella parte ancora non mollare.
Passò il primo giorno. Si rifugiò sotto un vecchio covone di fieno, tremava per il freddo. La pancia protestava per la fame. Tentò di acchiappare una topolina ma quella sparì nel buco al volo. Allora Giulia bevve da una pozzanghera, acqua aspra di terra e cielo.
Il secondo giorno raggiunse la strada. Lasfalto rotto, le buche, poche auto che schizzavano fango. Camminava a fatica sul ciglio, cadeva, si rialzava.
A notte trovò un capanno abbandonato. Dentro, assi marce e lodore di topo. Ne catturò uno, lo ingoiò senza masticare. E per qualche ora si sentì meglio.
Il terzo giorno venne la neve. La prima dellanno, bagnata e pesante. Lasciava impronte scure sulla terra bianca. Le zampette le facevano un male cane, la pelle era ormai viva, ma lei non si fermava.
Perché là avanti cera casa. I bambini, il calore, Teresa che magari brontolava ma la accarezzava quando nessuno guardava.
Al quarto giorno vide il boschetto di betulle: il cuore le batteva a mille. Accelerò il paso, corse quasi. Sì, quello era proprio il boschetto dove i bambini andavano a raccogliere funghi, dove Martina intrecciava corone di margherite destate.
Il quinto giorno raggiunse il torrente. Non era grande, ma ghiacciato. Lo attraversò, tremando per il gelo, uscì dallacqua scuotendo il pelo zuppo.
Il sesto giorno iniziò a tossire. Dal naso colava, il fiato corto. Ma andava avanti, testarda.
E poi, il settimo giorno. Il chiarore dellalba. Tutta infangata e coperta di neve, Giulia si fermò davanti al cancello che conosceva a memoria. Miagolò: la voce era debole, roca. Nessuno sentì. Miagolò ancora, più forte.
La porta si aprì. Martina, scalza e in camiciola da notte, corse giù dal portico.
Giiiulia! gridò, aprendole il cancello, la prese in braccio e corse in casa. Mamma! Papà! Venite! È tornata, è tornata davvero!
Poi arrivarono anche gli altri bambini: Elisa, Marco e Paolo. Teresa si avvicinò asciugandosi le mani nel grembiule e si chinò sulla gatta.
Povera stella È tutta pelle e ossa E guarda, ha il raffreddore sussurrò.
Mamma, dobbiamo curarla! supplicò Elisa.
Curare? Hai mai visto un dottore per gatti, qui? Teresa fece una mezza risata. Il veterinario viene solo per mucche e maiali, i gatti si arrangiano.
Ma mamma!
Va bene, non lamentatevi, scosse la mano sbrigativa. Scaldate un po di latte, trovate uno strofinaccio per pulirla. Poi vediamo.
Sul portone apparve Gaetano. Si fermò, guardò la gatta arancione tra le braccia della figlia.
Quindi ha saputo tornare mormorò.
Hai capito che strada, papà? Ha fatto da sola cinque, magari sei chilometri! esclamò Paolo.
Gaetano non rispose. Si voltò ed entrò in casa in silenzio.
Giulia venne riportata vicino alla stufa, su una copertina calda. Martina le portò una ciotola di latte fumante. La gatta beveva così vorace che le vibrisse si spruzzavano di bianco. Elisa la puliva delicatamente con un vecchio asciugamano, facendo attenzione a non farle male.
Ha le zampette piene di ferite sussurrò Elisa. Mamma, guarda
Teresa si sedette accanto, la osservò attenta.
Guarda come sei ridotta, poverina Ok. Marco, prendi subito la tintura verde. Elisa, trova una garza. Bisogna fasciarle le zampine.
E per il raffreddore? chiese Martina.
Raffreddore rifletté la mamma. Proviamo con la camomilla. Chiedo consiglio alla zia Rosa, lei se ne intende. Intanto stiamola al caldo, e diamole da mangiare. Poi si vede.
Da quel momento i bambini si presero cura di Giulia come di una sorellina. Martina le stava sempre accanto, le bisbigliava storielle. Elisa preparava brodino di pollo. Marco trovò una vecchia coperta da mettere lì vicino alla stufa. Paolo, imbronciato, armeggiava coi chiodi e col legno.
Cosa stai facendo? domandò la sorella.
Una lettiera borbottò Paolo. Così magari impara dove andare. Stavolta glielo insegniamo noi.
Dici che ci riuscirai?
Dobbiamo.
Giulia fu malaticcia per una settimana: starnutiva, respirava male, aveva gli occhi lucidi. Ma i ragazzi erano tenaci: camomilla nel naso, latte caldo, copertina sempre pronta.
E pian piano, la gatta tornò in forma. Il raffreddore passò, gli occhi tornarono vivi, il pelo di nuovo fitto e rosso fuoco.
Fu allora che iniziò laddestramento alla lettiera. Paolo ne aveva costruita una con una vecchia cassetta e la sabbia del fiume. Ogni volta che Giulia cercava un angolo, la mettevano lì.
Qui, Giulia, qui, ripeteva dolce Martina.
Giulia si ribellava, voleva scappare, ma i ragazzi erano testardi. E un giorno successe il miracolo: la gatta ci andò da sola, scavò un po e fece tutto lì, finalmente.
Evviva! urlò Martina. Mamma, papà, avete visto? Ce lha fatta!
Teresa sorrise per la prima volta da giorni.
Hai visto? Allora si poteva Chi lavrebbe detto.
Gaetano era seduto a leggere il giornale. Alzò gli occhi sulla gatta che si leccava orgogliosa proprio accanto alla cassetta.
Sei proprio testarda, eh, disse piano. Quanti chilometri hai fatto
Papà, non la porterai più via, vero? chiese timida Martina.
Lui restò qualche istante in silenzio e poi, lentamente:
No. Se è tornata da sola vuol dire che qui è casa sua. Con noi.
Martina gli saltò al collo, stretta forte, come avesse paura che cambiasse idea.
Grazie papà! Grazie!
Va, va, borbottò lui, ma si vedeva che era contento.
Giulia rimase in quella casa per tanti anni. Da allora, mai più un disastro fuori posto, sempre alla lettiera. La sera si acciambellava vicino alla stufa, faceva le fusa, scaldava tutti. Era diventata una cacciatrice instancabile, come Minù e Cesare: cera di che essere orgogliosi!
A volte Gaetano la osservava e scuoteva la testa sorridendo.
Ha la stoffa della vera gatta, diceva. Sa dovè casa sua. E nemmeno mille chilometri la spaventerebbero.
I bambini annuivano sempre. Perché era vero: Giulia sapeva dove doveva tornare. E ci era riuscita. Tra la pioggia, il freddo, la fame, il dolore. Perché lì, a casa, la stavano aspettando.
E dove qualcuno ti aspetta, lì cè la vita. E così si va avanti.




