– Yuri, ti rendi conto di quello che dici? Dovrei davvero andare in giro col pancione a quarant’anni…

Marco, ti rendi conto di quello che dici? *Vorresti che a quarantanni io vada in giro col pancione solo per rimediare agli errori della tua giovinezza?*

Perché dovrei essere io a pagare per il fatto che passavi più tempo in garage che con tuo figlio? domandava Anna con una calma carica di rabbia trattenuta.

Dai, Anna, smettila! insisteva Marco, la voce sempre più tesa. Ero immaturo, non capivo quello che stavo perdendo. Adesso è troppo tardi, Mattia nemmeno mi considera suo padre!

E non ha forse ragione? Anna abbozzava un sorriso amaro. Per diciassette anni, ha vissuto con un coinquilino, non un padre. Che credevi, che un figlio si accende e si spegne come la televisione, a seconda di quando ti va di giocare al papà?

Marco si rabbuiava. Negli occhi compariva la solita scintilla dirritazione che Anna aveva imparato a riconoscere ogni volta si parlava di doveri di padre.

Anna basta, basta! Sono cose passate. Dammi solo unaltra possibilità, ti prego, insisteva lui, caparbio.

Perché tu ti possa rifare, lasciando di nuovo tutto sulle mie spalle? Un altro bambino cresciuto senza padre? Anna incrociava le braccia, lo fissava. Grazie, una volta mi è bastata! No, Marco, non se ne parla neanche.

Il volto di Marco si contorceva tra offesa e rabbia. Non trovando parole, sbuffava rabbioso e si affondava nel cellulare.

Lo scontro era finito. Per il momento. Ma la questione restava nellaria, sospesa come unamara nuvola che gravava sullanima di Anna. Non era solo lassurda richiesta di suo marito a pesare; era la tristezza per suo figlio, Mattia.

Aveva ventitré anni Anna quando era nato Mattia. Ricordava ancora la sensazione sotto la clinica, stanca e felice, stringendo fra le braccia quel piccolo fagottino avvolto in una copertina bianca.

Marco si muoveva loro intorno come un falco premuroso, non li perdeva mai di vista. Sorridente, aggiustava la copertina, baciava la fronte di Anna, ogni tanto prendeva in braccio il piccolo, con movimenti reverenti.

Uguale a me! Con la stessa fossetta sul mento, lo diceva con occhi lucidi. Adesso sono padre, Anna!

Solo ora lo realizzo. Darò tutto per lui e con lui! Lo porterò a passeggio, cambierò i pannolini, gli insegnerò a giocare a calcio… Sarò il papà migliore del mondo, vedrai!

E Anna lo guardava con la stessa luce negli occhi. Credeva a ogni parola. Era convinta che sarebbero stati una famiglia perfetta, piena damore, cura e gioia condivisa.

Ma come spesso succede, la realtà fu più cruda.

Era notte fonda. Sotto gli occhi scuri di stanchezza, Anna passeggiava avanti e indietro con il neonato tra le braccia, piangente per le coliche. La terza volta, quella notte. Marco si girava nel letto, tirandosi la coperta sopra la testa.

Non puoi calmare quel bambino? sibilava. Domani mi devo alzare presto per andare a lavoro!

In quei momenti, Anna finiva per rifugiarsi in unaltra stanza, con le lacrime della stanchezza a bruciarle gli occhi. Il piccolo strillava ancora di più, ma Anna non aveva scelta. Chiudeva la porta e ondeggiava Mattia per ore intere, pur di far riposare il marito.

Nel weekend, mentre lei era esausta per una settimana senza sonno, sussurrava timida:

Marco, potresti portarlo fuori anche solo per due ore? Non reggo più, ho bisogno di dormire

Anna, dai, la prossima volta? Ora non posso, ho già impegni. I ragazzi mi portano la macchina da riparare.

Ma io davvero non ce la faccio…

Dai, tu sei forte! Ce la fai. Al mio ritorno ti aiuterò.

La porta si chiudeva, e Anna restava sola con il suo essere forte e gli obblighi materni che la consumavano. Al ritorno non era mai un ritorno.

Il tempo passava. Mattia cresceva. Anna cercava in ogni modo di far sì che potessero costruire un rapporto, padre e figlio. Si avvicinava a Marco, seduto sbracato sulla poltrona, intento a guardare il calcio in tv. Gli porgeva Mattia, paffuto e sorridente.

Prendilo, gioca un po con lui, gli chiedeva, ormai non tanto per riposarsi, ma per non vedere la famiglia sfasciarsi.

Marco prendeva il bambino senza voglia, come se in braccio gli avessero messo qualcosa di pericoloso. Lo teneva lontano dal corpo, con lo sguardo rivolto al televisore. Passava un minuto, poi due, poi posava il piccolo per terra, tornando alla partita.

Ora Mattia aveva cinque anni. Giocava da solo sul tappeto del salotto, costruendo castelli coi lego. Marco passava oltre, diretto verso il divano.

Neanche lo guardava. Mattia neppure alzava gli occhi. Aveva imparato a non aspettarsi più nulla.

Marco non era completamente inutile, portava i soldi a casa, aiutava ogni tanto con le faccende.

Ma aveva perso linfanzia di suo figlio. Era sorprendente che Mattia, ormai cresciuto, non lo vedesse come padre?

Come va a scuola, Mattia? aveva iniziato a chiedere Marco, un giorno.

Eh bene, tutto bene, rispondeva il ragazzo, imbarazzato.

Le pagelle vanno bene, vero? Dimmi se hai bisogno, ti posso aiutare. Lo studio è importante.

Non voglio che mio figlio faccia lo spazzino!

No, papà, tranquillo. Va tutto bene, Mattia si affrettava a rifugiarsi in camera.

Se vuoi, possiamo andare a pescare nel weekend! lo rincorreva Marco.

Ma nessuna risposta. Solo Anna sapeva che quella sera Mattia sarebbe andato alla prima discoteca della scuola, aveva invitato Martina, la ragazza che gli piaceva, ed era stato rifiutato. La pesca non gli interessava affatto.

Era chiaro: il treno era passato. Mattia non era più il bambino in cerca del padre. Linfanzia che Marco voleva recuperare era ormai persa.

Quando realizzò tutto questo, Marco decise di volere una seconda occasione: un altro figlio. Anna, che ricordava ogni notte insonne, era categoricamente contraria.

La voce dei loro conflitti arrivò ai parenti.

Figlia mia, so tutto, Marco mi ha raccontato. Dai ascolto alla tua mamma: prova con il secondo figlio. Marco è cresciuto, è cambiato! Non negargli questopportunità. È una gioia crescere un altro bambino!

Anche la suocera volle dire la sua.

Anna, se non ti decidi rischi di perderlo, disse. Tuo marito ha un sogno: vuole essere padre davvero.

Se non accetti tu, troverà qualcunaltra. E poi ti conviene anche a te. Il primo figlio tra poco lascia casa. Un altro rafforzerà il vostro legame, sarà la vostra sicurezza quando sarete anziani.

Sentire tutto questo da unaltra donna bruciava. Come se la sua vita e il suo corpo si fossero ridotti a merce di scambio.

Tutti la vedevano solo come madre e moglie, mai come donna esausta, già passata da quella strada, che sapeva bene come sarebbe finita.

Disperata, Anna ebbe unidea, assurda ma concreta. Dalla soffitta recuperò una vecchia scatola con le cose di Mattia, e trovò il suo vecchio tamagotchi.

Il piccolo animaletto elettronico: da nutrire, curare, pulire. Quando Marco tornò da lavoro, Anna gli porse luovo di plastica col minuscolo schermo grigio.

Cosè? chiese Marco, perplesso.

Ecco il tuo periodo di prova. Vediamo se saprai fare almeno un decimo di quello che richiede essere padre. Nutri e accudisci questo giocattolo.

Come un neonato, ma basta premere i tasti. Se tra un anno sarà ancora vivo, crederò che sei pronto davvero per un figlio.

Allinizio Marco rise di cuore, credendo fosse uno scherzo, ma vedendo il volto serio della moglie lallegria lasciò spazio al fastidio.

Ma sei seria? Paragoni un bambino a questo aggeggio?

Inizia da qui. Se non sai nemmeno gestire questo, di cosa stiamo parlando?

Marco sorrise con sufficienza, infilando il tamagotchi in tasca.

I primi tre giorni si svegliava di notte per nutrire il virtuale cucciolo, poi al quinto giorno iniziò a perdere la pazienza. Dopo una settimana si lamentò con Anna di non riuscire a lavorare per la stanchezza.

Allottavo giorno, tornato a casa, scaraventò il tamagotchi sul tavolo. Sullo schermo, una croce. Era morto.

Dimenticato di nutrirlo. Troppo lavoro oggi, bofonchiò, evitando di guardarla negli occhi.

Da quel momento le discussioni non finirono, ma si spensero. Latmosfera restava greve, ma almeno Marco non insisteva più con la stessa energia.

Passarono tre anni. E la vita mise tutto al suo posto. Mattia, ormai universitario, portò a casa la sua ragazza. Presto annunciarono che aspettavano un bambino.

Marco tornò a essere un altro uomo. Lentusiasmo non aveva limiti. Stavolta parlava di seconda possibilità, nei panni del nonno.

Regalò una carrozzina comprata con i risparmi, vestitini inadatti e giochi complicati. Giurò che sarebbe stato il nonno migliore del mondo. Che avrebbe aiutato, passato tempo con loro, portato fuori il neonato.

Anna guardava tutto questo con realista scetticismo.

Quando nacque il nipotino, la storia si ripeté. Per le prime settimane Marco si diede da fare: cullava il bimbo, lo fotografava insieme a lui. Ma quando finì lentusiasmo, anche la sua presenza si esaurì.

Alla fine, alla pressione di Marco, i ragazzi si trasferirono in affitto. Laiuto del nonno si ridusse a rare, brevi visite organizzate nei weekend, quando il piccolo era già lavato, sazio, di buon umore.

Alla prima lagna del bambino, Marco trovava subito una scusa: una chiamata di lavoro, un incontro urgente, la madre che aveva bisogno.

Anna correva in soccorso, osservava quella scena, guardava il figlio e la sua ragazza sfiniti, e capiva, nel profondo: aveva fatto la scelta giusta.

Mattia era cresciuto sensibile, affidabile, non lasciava sola la sua compagna. E Marco era rimasto quello di sempre: innamorato solo dellidea di essere padre, non del significato.

Scrivete nei commenti cosa ne pensate? Ha fatto bene Anna a dire di no? Lasciate un like e il vostro parere!

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

19 − 7 =

– Yuri, ti rendi conto di quello che dici? Dovrei davvero andare in giro col pancione a quarant’anni…