Saltelli per il mondo come una capretta

Mi viene da raccontarti questa storia che, ogni volta che ci penso, mi tocca un po. Era il periodo delluniversità, eravamo io e la mia amica Lucia. Ti ricordi, vero? Quelle chiacchiere infinite sul futuro, seduti sul davanzale del nostro appartamento a Bologna.
Vedrai che progetti che realizziamo, Benedetta, non hai idea! Lucia agitava le braccia, quasi volesse afferrare il mondo. Tu nel tuo consulting, io nel marketing e poi, bum, la nostra agenzia! Siamo solo allinizio, credimi!
Mi staccai dai miei appunti e, con la mia treccia lunga sulle spalle, scoppiai a ridere.
Lucia, la sessione è fra una settimana e tu già parli di imperi!
Ma dai, lasciami sognare! Saltò dal davanzale e si sdraiò accanto a me, sul letto ormai disastrato. Siamo diverse, lo sai. Siamo sveglie, noi due: ce la faremo, ne sono sicura.
Io guardai Lucia tutta spettinata, con quella maglietta sbiadita, ma gli occhi che bruciavano di voglia di fare. E chissà perché, proprio in quel momento, le ho creduto.
Ce la faremo, Lucia. Vedrai che ce la faremo le risposi piano
E poi sono volati dieci anni.
Quegli anni Benedetta li ha sbranati. Stage in multinazionali, notti insonni sui report, inglese daffari allalba, cinese la domenica. Forum, conferenze, nuovi contatti. Si arrampicava, con le ginocchia sbucciate e i gomiti graffiati, ma non si fermava. A trentanni vestiva solo tailleur di lana italiana, volava a Tokyo per le trattative e non ricordava più lultima volta che aveva pianto per la stanchezza semplicemente non cera tempo.
Lucia invece aveva incontrato Riccardo al terzo anno. Lui lavorava in officina, odora di benzina e la guardava come se non ci fosse nessunaltra al mondo. Al quarto anno era rimasta incinta, al quinto aveva lasciato luniversità. Lagenzia di marketing si è dissolta tra i primi dentini della figlia e il secondo parto. Ora la sua impresa era un appartamento appena fuori Modena: comanda pentole, capricci dei bambini e un rubinetto sempre rotto.
Ogni tanto si vedevano ancora, ma sempre più di rado. Benedetta portava regali dalle sue trasferte: un foulard di seta da Milano, un set di tè verde comprato a Napoli. Mostrava le foto, raccontava delle pagode di Kyoto e delle trattative con i giapponesi.
Non dicono mai niente direttamente, incredibile! Tutto cenni e sottintesi. Ho dovuto imparare le regole per tre mesi, per non fare figuracce al primo incontro.
Lucia ascoltava, rigirava la bustina di tè tra le dita, e poi sospirava forte.
A te va tutto bene Io invece mi ritrovo con Giulia che si porta sempre qualche virus da scuola, Riccardo sparisce in officina, i soldi non bastano mai
Benedetta non sapeva spiegare certe cose. Tra loro era cresciuto un muro fatto di vite diverse, lingue diverse, profumi diversi i suoi profumi da duecento euro, contro il detersivo per bambini di Lucia.
Il compleanno di Lucia, Benedetta arrivò direttamente dallaeroporto. Tailleur blu, tacchi alti, capelli messi in piega nel lounge. Si buttò nel gruppo, raccontò del nuovo progetto, rideva: uomini la guardavano interessati, donne la osservavano con rispetto.
Lucia si isolò in un angolo
Il vestito era vecchio, quello del cenone aziendale del marito di tre anni prima. Capelli legati in fretta, perché Giulia la mattina aveva dato il tormento e non cera tempo nemmeno per il phon. Guardava Benedetta brillare al centro della stanza, con tutti che pendono dalle sue labbra, e dentro le saliva qualcosa di nero, amaro, appiccicoso.
Non era invidia.
Era peggio
Benedetta entrò in cucina per bere un bicchiere dacqua e rimase ferma sulla porta. Lucia era al vetro, aria smarrita e un bicchiere di vino stretto tra le dita.
Lucia, perché sei qui da sola? Vieni dai, che Nadia porta il dolce!
Lucia scostò la sua mano, quasi stizzita.
Vai, ti aspettano.
Benedetta sincupì, ma non volle mollare. Versò lacqua, fece un sorso, poi iniziò piano:
Ti vedo che ti manca il lavoro Davvero. Alla nostra azienda cè un posto, entry level però promette bene. Posso parlare con HR, ti prendono in stage e poi
Il bicchiere sbatté sul tavolo con forza, il vino versato in una macchia rossa.
Stage? A me? Uno stage?
Lucia, volevo solo aiutare
Ah, aiutare? Lucia scoppiò a ridere, ma il suo era un riso acido, crepato. La mitica Benedetta, che si degna di portare una benedizione alla povera amica meglio lasciar perdere, grazie.
Non hai capito, volevo mostrare che puoi avere di più
Ma ti ho chiesto io qualcosa? Lucia avanzò, e Benedetta indietreggiò istintivamente. Sei cambiata, Beni Una volta eri normale, adesso ti senti superiore. Guardi tutti dallalto con i tuoi viaggi e tailleur.
Non è giusto.
Giusto? Lucia urlò, qualcuno dalla sala sbirciò ma subito sparì. Giusto che spiattelli la tua vita in Instagram, ogni giorno: io sullaereo, io alla conferenza, il mio smoothie da venti euro! Che pensi, mi fa piacere?
Benedetta rimase senza parole
Io condivido la gioia, Lucia. Non è male.
Gioia? Lucia sbuffò. Solo per vantarti! Far vedere a tutti quanto sei riuscita, mentre noi siamo solo delle perdenti. Le donne normali a trentanni hanno famiglia, figli, e tu invece? Salti in giro per il mondo come una capretta, niente marito, niente figli. Un fiore sterile!
Quel termine le colpì dentro, lì dove fa davvero male.
Ho fatto sacrifici, Lucia le tremava la voce. Ho lavorato notti intere, mentre tu guardavi le serie. Ho imparato lingue, mentre tu preparavi il ragù. Era una scelta, e ne ho diritto.
Ma smettila. Col tempo hai schiacciato tutti, pure Maria lhai fatta fuori per quel posto! Sei egoista, hai sempre pensato a te stessa!
Benedetta rimase zitta, guardando lamica di sempre. Le labbra tremanti, macchie rosse sulle guance, tutta una rabbia che covava da anni e ora finalmente esplodeva.
E a un certo punto, tutto fu chiaro. Da far venire la nausea.
Non odi me, Lucia Benedetta lo disse piano. Odi te stessa. Perché hai avuto paura di rischiare. Perché ti sei arresa. È più facile pensare che sia io la cattiva, piuttosto che ammettere che hai mollato.
Lucia divenne pallida.
Vattene!
Già fatto Benedetta lasciò il bicchiere, prese la borsa e si avviò alla porta. Addio Lucia, e buona fortuna con la tua vita tranquilla.
La pioggia fredda le scosse il viso, ma non si fermò entrò dritta nella cortina grigia.
Il rumore dei tacchi sul marciapiede bagnato, il tailleur fradicio, il trucco sicuramente colato sulle guance ma che importa ormai. Benedetta camminava verso la metro, e respirava meglio, passo dopo passo.
Strano, aspettava il dolore. La nostalgia dei quindici anni di amicizia, di quella ragazzina piena di sogni sul davanzale, delle loro avventure e progetti. Ma invece della sofferenza, sentì solo sollievo. Profondo, quasi vergognoso.
La loro amicizia era morta da tempo. Si era spenta pian piano, anno dopo anno, chiacchiera dopo chiacchiera. Ogni volta che Benedetta condivideva una gioia, e laltra rispondeva a denti stretti. Ogni volta che parlava di un progetto, e Lucia sbuffava. Ogni volta che provava a tirare lamica fuori dalla palude, e Lucia la afferrava per la gamba, trascinandola giù.
Benedetta arrivò alla metro, si sedette senza preoccuparsi delle macchie dacqua che lasciava. Prese il suo specchio dalla borsa, si guardò: mascara colato, capelli spettinati, occhi rossi. Sorrise, ripose lo specchio.
Il giorno dopo sarebbe tornata in piedi alle sei, piega, tailleur diverso e via a lavoro. La vita non finisce per colpa dellinvidia altrui
Un mese dopo il direttore generale la chiamò in ufficio. Benedetta entrò, pronta a tutto nuovo progetto, una critica, lennesimo giro di trattative. Ma Giovanni le passò una cartellina, e Benedetta scorse la prima pagina.
Nomina a direttrice regionale per larea asiatica.
Un anno a Singapore.
Te lo sei meritata, Benedetta Giovanni si accomodò in poltrona. Il consiglio ha votato allunanimità. Si parte tra tre settimane, ce la fai a preparare tutto?
Lei alzò gli occhi, annuì.
Ce la faccio.
Uscì dallufficio, la cartellina stretta al petto, e si fermò qualche secondo nel corridoio vuoto. Il sole di novembre sbatteva fuori le strisce dorate e rosse sul cielo. Da qualche parte, in periferia, Lucia probabilmente stava preparando la cena e lamentandosi con Riccardo dellingiustizia del mondo.
Benedetta invece faceva le valigie per Singapore.
E mai, mai per tutta la vita, si pentì della sua scelta. Che dire? Ognuno fa quello che sente come dice sempre nonna, ognuno fa quello che sa fare meglio.E così, la sera prima della partenza, Benedetta si affacciò al balcone, sola in silenzio. Guardò le luci di Bologna, sempre vivaci, e sentì vibrare dentro di sé la risposta che aveva cercato per anni. Non era la vittoria su Lucia, non era la conquista di posizioni o di città nuoveera il coraggio di essere se stessa, di non farsi trattenere dai rimorsi e dai giudizi di chi era rimasto indietro.
Sul tavolino, foto di università. Lei e Lucia col cappello da laurea, abbracciate, sorrisi larghi. Benedetta la prese tra le mani e sorrise ancora, stavolta con gratitudine: per quellamicizia che laveva sostenuta quando serviva, e per la forza che aveva trovato quando era finita. Era stata parte del suo viaggio, e ora era tempo di camminare per conto proprio.
Un lieve vento le sollevò i capelli. In fondo alla strada, qualcuno rideva. Era la vita che andava avanti, con le sue sorprese e i suoi dolori. Benedetta chiuse la valigia, spense la luce, e con passo leggero scese le scale.
Domani avrebbe avuto una nuova alba, interamente sua.
E le chiacchiere sul davanzale sarebbero rimaste, a modo loro, immortali: il simbolo di ciò che si può sognare quando si ha il coraggio di vivere davvero.

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