— Nonno, guarda! — Lilia è attaccata al vetro. — Un cagnolino!

Nonno, guarda! Ginevra incollò il naso al vetro. Un cagnolino!
Fuori dalla porta corse una quaquaraia arrugginita, tutta nera, sporca e con le costole a vista.
Di nuovo quella bestiola, brontolò Pietro Bianchi, infilandosi gli scarponcini di feltro. Tre giorni che gira attorno a casa. Sparisci, sparisci!
Sventolò un bastone. Il cane sobbalzò, ma non scappò. Si fermò a cinque passi, immobile, a fissare. Solo a fissare.
Nonno, non allontanarla! Ginevra lo afferrò per la manica. Probabilmente ha fame e freddo!
Ho già abbastanza preoccupazioni! sbuffò il vecchio. Porta pure pulci, una dose di peste, ma vattene via!
Il cane abbassò la coda e si allontanò. Appena Pietro scomparve dietro la porta, però, la quaquaraia tornò.

Ginevra viveva con il nonno da sei mesi, da quando i genitori persero la vita nei monti. Pietro, che non aveva mai amato i bambini, aveva accolto la nipotina per pura pietà, abituato al silenzio e alle sue abitudini ben rigide.

E così una bambina che piangeva di notte chiedendosi quando sarebbero tornati mamma e papà, doveva accettare che non sarebbero più ritornati. Il vecchio, più che parlare, sbuffava e voltava le spalle. Entrambi erano intrappolati in una situazione senza via duscita.

Dopo pranzo, mentre Pietro sonnecchiava davanti al televisore, Ginevra scivolò fuori nel cortile, una ciotola di brodo rimasto in mano.
Vieni qui, Stellina, sussurrò la ragazzina. È il nome che le ho dato. Non è carino?
Il cane si avvicinò piano, leccò la ciotola fino in fondo, poi si accoccolò, poggiando la testa sulle zampe. Lo guardò con gratitudine.
Sei buona, accarezzò Ginevra. Davvero buona.

Da quel giorno Stellina non lasciò più la porta di casa. Stazionava al cancello, accompagnava Ginevra a scuola, la salutava al ritorno. E quando Pietro usciva, il vecchio urlava a squarciagola:
Di nuovo! Quanto ancora?!
Stellina, però, capì subito: quelluomo abbaiava ma non mordeva.

Il vicino, Sergio Neri, che faceva una pausa sigaretta accanto al recinto, osservava la scena e commentò:
Pietro, non la cacciare così.
Che ne vuoi! Ho bisogno di una cagnolina come una zampa dolorante!
Forse, rimase in pausa Sergio, Dio lha mandata qui per una ragione.

Una settimana passò. Stellina rimaneva al cancellino, in ogni stagione, sotto il gelo più pungente. Ginevra continuava a portarle cibo di soppiatto, e Pietro fingeva di non accorgersi di nulla.

Nonno, possiamo far entrare Stellina nel focolare? implorò la bambina a cena. Lì è più caldo.
No, e ancora no! sbatté il vecchio il pugno sul tavolo. Qui gli animali non hanno posto!
Ma è
Zero ma! Basta con le tue lamentele!

Ginevra si strinse le labbra, ma tacque. Quella notte Pietro non riuscì a dormire. Al mattino, guardò fuori: Stellina era rannicchiata a formare una palla sul neve. Morirà presto, pensò, ma una strana sensazione di colpa gli colava dentro.

Sabato, Ginevra andò a pattinare sul laghetto. Stellina la seguì, scivolando lungo la riva mentre la bambina girava felice.
Guardate cosa so fare! gridò Ginevra, correndo verso il centro del ghiaccio.

Il ghiaccio scricchiolò, poi si spezzò, e Ginevra cadde in acqua gelida. Lottò, urlò, ma il rumore dellondata la inghiottiva. Stellina rimase un attimo ferma, poi scattò verso la casa. Pietro, intento a spezzare la legna, sentì un latrato disperato. Si voltò e vide il cane correre, strappando la maglia, verso il cancello.

Che diavolo ti succede? sbuffò il nonno, confuso.

Il cane non si fermò, afferrò la gonna di Ginevra e la trascinò verso la riva. Pietro, in preda al panico, afferrò una lunga pertica e si lanciò sul ghiaccio che gemeva sotto i piedi.
Tieni duro! gridò, afferrando la giacca della nipotina e tirandola verso la riva. Stellina girava intorno, abbaïando, come a incitarlo a non mollare.

Ginevra emerse, tutta blu, il viso rigato di ghiaccio. Pietro la scaldò con il petto, la strofinò con la coperta, pregò ogni santo.

Nonno, sussurrò infine, Stellina, dovè Stellina?
Il cane era accanto a loro, tremante per il freddo e per la paura.
È qui, rispose Pietro, rauco. Qui.

Da quel giorno il nonno smise di urlare al cane, ma non lo fece entrare.

Nonno, perché? non smetteva di chiedere Ginevra. È lei che mi ha salvata!
Salvata, salvata. sbuffò Pietro. Ma non cè posto per lei.
Perché?
Perché è la regola! sbuffò il vecchio, arrabbiato con se stesso senza capire il perché.

Sergio entrò per un tè, accese una sigaretta e, guardando il cane, disse:
Hai sentito cosa è successo?
Sì, brontolò Pietro. È una buona cagnolina, intelligente.
Dovrebbe essere curata.
Facciamo così, la curiamo, ma non la lasciamo entrare.

Il febbraio fu una guerra di bufere. Pietro spazzava la neve giorno e notte, mentre Stellina rimaneva al cancello, magra come uno scheletro, il pelo smembrato, gli occhi spenti, ma sempre lì.

Nonno, guarda, è quasi morta, implorò Ginevra.
Lha scelta, rispose Pietro. Nessuno lha obbligata.
Ma
Basta! sbottò il vecchio. Non è più la prima volta.

Ginevra si chiuse in camera, il nonno rimase al tavolo, la stampa non lo interessava più. Quella notte la tempesta fu così forte che la casa sembrava ballare. Il vento ululava nei camini, le finestre sbattevano, la neve colpiva il vetro. Pietro non riuscì a prendere sonno.

Tempo da cani, pensò, ma dentro sentì un fastidio che non riusciva a scrollarsi di dosso.

Al mattino il vento si calmò. Pietro uscì, vide il cortile ricoperto da una montagna di neve, il sentiero sparito, una panchina sporgente. Vicino al cancello, qualcosa spuntava dal bianco.

Deve essere spazzatura, disse a se stesso, ma il cuore gli balzò in gola.

Indossò la giacca di lana, i vecchi scarponi, e avanzò verso il cancello. La neve era soffice, fin quasi al ginocchio. Arrivato al punto, vide Stellina immobilizzata, solo le orecchie e la punta della coda spuntavano dal manto bianco.

Morta, pensò Pietro, ma un brivido lo colpì. Scosse la neve, scoprì un cane ancora in vita, con un respiro flebile, gli occhi chiusi.

Accidenti, mormorò, perché non è andata via?

Stellina tremò, cercò di alzare la testa, ma era troppo debole. Pietro la sollevò con cautela, quasi come se avesse trovato un tesoro.

Tieni duro, bisbigliò, portandola in casa.

La mise nella stanza di sotto, sul vecchio cuscino accanto al fuoco.

Nonno? apparve Ginevra in pigiama alla porta. Che succede?
È gelata, balbettò Pietro. Credo che debba scaldarsi un po.

Ginevra corse a prendere il latte.

È viva? chiese, gli occhi pieni di speranza.
Sì, viva. Versa qualche latte caldo nella ciotola.

Il cane levò a stento la testa, leccò, poi ne prese ancora. Pietro, inginocchiato, accarezzava la testa del cane, pensando: Che tipo di uomo sono? Lho quasi uccisa, eppure è rimasta.

Stellina aprì debolmente gli occhi, guardò Pietro e, per un attimo, sembrò ringraziarlo. Il suo cuore si strinse.

Il latte fu versato, il cane bevve a piccoli sorsi. Pietro e Ginevra osservavano, quasi in preghiera, come se avessero assistito a un miracolo.

Nel pomeriggio Stellina era già in piedi, nel tardo sera camminava a piccoli passi tremolanti sulla cucina. Pietro la guardava e borbottava:
È solo provvisorio, capito? Quando si rafforzerà, tornerà fuori!

Ginevra sorrideva, vedeva il nonno infilare pezzi di carne sotto il tavolo per la cagnolina, avvolgerla con una coperta più calda, accarezzarla di nascosto. Non la caccerà più, pensò.

Il mattino seguente, Stellina era sdraiata sul tappeto accanto al fuoco, fissando Pietro con curiosità.
Allora sei tornata in vita? brontolò il vecchio, tirandosi i pantaloni. Finalmente.

Il cane scodinzolò, quasi a controllare che non lo mandassero di nuovo fuori.

Dopo colazione, Pietro indossò la giacca di lana, uscì di nuovo per il cortile, si fermò accanto al vecchio capanno di legno vicino al fienile, ormai abbandonato da dieci anni.

Ginevra! gridò dentro casa. Vieni qui!

La bambina balzò fuori, con Stellina al suo fianco. Il cane rimaneva vicino a Ginevra, ma non guardava più Pietro.

Guarda, indicò Pietro il capanno. Il tetto è crollato, le pareti marcite. Serve una riparazione.

Perché, nonno? chiese Ginevra.
Perché, altrimenti è un macello, sbuffò.

Prese tavole, un martello, dei chiodi, e iniziò a sistemare il tetto, lamentandosi ad ogni colpo: Questo chiodo non entra, quella tavola è troppo corta!. Stellina osservava da vicino, capendo che quel lavoro era per lei.

A pranzo il capanno aveva una nuova copertura. Pietro sistemò una vecchia coperta dentro, pose ciotole di acqua e cibo.

Fatto, disse asciugandosi il sudore. Ecco qua.

Nonno, è per Stellina? chiese Ginevra.
Per chi altro? rispose, scocciato. Non ha posto in casa, ma deve vivere come un cane.

Ginevra lo abbracciò:
Grazie, nonno! Grazie!

Basta, basta, scrollò le spalle. Non fare la piagnisteo. E ricorda: è temporaneo! Finché non troviamo una famiglia normale.

Ma in cuor suo sapeva che nessuno sarebbe venuto. Stellina non aveva più bisogno di nessuno, se non di loro.

Allora Sergio si avvicinò, guardò il capanno rinnovato, il cane, il volto soddisfatto di Ginevra, e sorrise furbetto:
Vedi, Pietro, ti dicevo che Dio non lha mandata invano.

Lasciami stare con il tuo Dio, sbuffò Pietro. È solo una questione di praticità.

Certo, annuì Sergio. Hai un cuore buono, lo tieni nascosto.

Pietro non rispose, ma osservò Stellina annusare il nuovo rifugio, Ginevra accarezzarla sulla testa, e capì che ora erano una famiglia. Non perfetta, un po strana, ma una famiglia lo stesso.

Bene, Stellina, sussurrò piano. Questo è il tuo nuovo nido.

Il cane gli lanciò uno sguardo lungo, poi si adagiò accanto al capanno, guardando la porta di casa, dove vivevano i suoi umani.

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