Il marito, Lorenzo, sparì verso la Germania con unaltra. Quello che Maria riuscì a costruire da sola per i suoi due figli ti lascerà senza parole.
Maria non è mai stata una donna che amasse la città. Il suo cuore era legato al terreno umido dopo la pioggia, al profumo del fieno appena mietuto e al silenzio delle sere in cui si sentivano solo i grilli e qualche cane che ululava in lontananza.
Quando si sposò con Lorenzo, credette che la vita sarebbe stata semplice e tranquilla: una casetta di campagna, duetre bambini, tanto lavoro, ma anche quelle serate placide in cui lui, stanco dal campo, si sedeva a tavola, mangiava e poi si metteva a coccolare i figli, raccontando e ridendo.
Arrivarono i bambini: prima il maschio, Marco, poi la femmina, Ginevra. Crebbero con le ginocchia coperte di terra, le mani impolverate di fango e sorrisi ampi. Maria li osservava spesso mentre dormivano, sentendo il suo animo riempirsi. Per loro avrebbe fatto qualsiasi cosa.
Poi arrivarono le bollette. I prezzi. Linverno più rigido. Lorenzo si fece sempre più pensieroso al tavolo.
Vado in Germania, cara, a guadagnare un po di soldi, diceva, evitando di incrociare i suoi occhi.
Maria sentì un nodo allo stomaco, ma tacque. La paura non era per la distanza, ma per il cambiamento. Lo aiutò a fare le valigie, infilò in fondo al bagaglio una piccola icona e una foto dei tre: lui, lei e i bambini, sul davanzale.
Non dimenticarci, gli sussurrò, mentre lui si infila la giacca.
Lorenzo partì. Allinizio chiamava. Diceva che era duro, che lavorava tanto, ma che andava tutto bene. Poi le chiamate divennero sempre più rare. «Non ho avuto tempo», «Ero stanco», «Niente segnale». Maria sentiva, ad ogni pausa più lunga, qualcosa rompersi dentro di lei.
Finché un giorno non ci fu più nessuna chiamata. Nel villaggio cominciarono a girare voci. Che era stato visto con unaltra. Che viveva con una donna in Germania. Che aveva una nuova famiglia. Maria scoprì la verità in un messaggio breve, freddo come una carta stropicciata:
«Mi dispiace, Maria. Non torno più. Prenditi cura dei bambini. Ti manderò dei soldi quando potrò».
I soldi non arrivarono mai.
Quella sera Maria piangeva come non aveva mai pianto in tutta la sua vita. Non per la vergogna del villaggio, non per la sua mancanza, ma per la paura terribile: «Che ne sarà dei miei figli?». Li guardò dormire, uno in un letto, laltro nellaltro, e asciugò le lacrime sul palmo della mano. Allora capì: nessuno sarebbe venuto a salvarla. Non cera alcun principe sul cavallo bianco, né miracolo. Cera solo lei, una donna semplice di campagna, e due bambini che avevano bisogno di lei come dellaria.
Il giorno dopo si svegliò prima che il sole illuminasse il villaggio. Mise a bollire lacqua, preparò dei modesti panini per i bambini, tracciò la croce sulla loro fronte e li mandò a scuola.
Imparate, diceva. Arriverete lontano, più lontano di quanto io sia mai arrivata.
Il giorno era pieno di lavoro nei campi e in casa. Raccolse fieno, tagliò legna, lavò, curò gli anziani del villaggio per qualche euro in più. La sera, quando gli altri si riposavano, lei impastava pane, faceva marmellata, cuciva o riparava vestiti. Le mani le si screpolavano, la schiena le doliva, ma non si lamentava mai. Lunico suo lusso era guardare, prima di andare a letto, i quaderni dei figli. Leggere i voti, le piccole composizioni, illuminarsi il volto ogni volta che vedeva un FB cerchiato in rosso.
Talvolta Marco la sorprendeva alla finestra, lo sguardo perso.
Mamma, è difficile? chiedeva.
No, mamma, non è difficile. Sarebbe difficile senza di voi, rispondeva, credendolo davvero.
Col passare degli anni, la semplice casa di campagna cominciò a trasformarsi. Pezzo dopo pezzo, Maria mise finestre nuove, riparò il tetto, aggiunse un piano perché i bambini avessero le loro camere. Ogni mattone racchiudeva una giornata di lavoro, un sacrificio, una lacrima nascosta per non far piangere i figli.
Marco entrò alluniversità, nella città. Maria vendette una parte del suo terreno per finanziargli lalloggio e i libri. Quando salì per la prima volta sul treno, con un vecchio bagaglio, gli occhi gli si riempirono di lacrime.
Mamma, e se non ce la faccio? chiese.
Ce la farai, gli rispose. Sei stato cresciuto a non arrenderti.
Un anno dopo anche Ginevra partì per luniversità. Maria rimase sola nella casa che sembrava troppo grande senza le loro voci. Nelle sere dinverno si preparava una tazza di tè, si sedeva sulla sedia accanto al camino e osservava le foto appese al muro. I figli crescevano, diventavano più belli, più lontani.
Talvolta il desiderio di loro era così forte che usciva in cortile, guardava il cielo e sussurrava:
Signore, voglio solo che stiano bene.
Il tempo scorreva, come scorre per tutti. I capelli di Maria si facevano bianchi alle tempie, le rughe si approfondivano. Le sue mani, segnate dal lavoro, testimoniavano gli anni di sacrificio. Ma gli occhi rimanevano gli stessi: caldi, gentili, pieni damore.
In un pomeriggio dautunno, quando le foglie si tingevano doro, i figli tornarono a casa. Non erano più bambini, ma adulti. Marco, alto, con le spalle dritte e lo sguardo sicuro. Ginevra, giovane donna dal sorriso caloroso, vestita elegantemente, con una borsa di pelle al braccio.
Mamma! esultarono quasi simultaneamente, entrando nel cortile.
Maria uscì dalla casa, scrollandosi il grembiule vecchio. In un attimo il cortile si riempì di abbracci, risate e lacrime.
Guarda che bella è la casa, disse Ginevra, osservando intorno. Hai fatto miracoli, mamma.
Voi li avete fatti, rispose Maria. Per voi ho fatto tutto.
Rimasero seduti sulla panchina davanti alla casa, mangiando torta di ricotta e aneto, bevendo succo e raccontandosi le vite. Marco parlò del lavoro in una grande azienda, del rispetto guadagnato. Ginevra raccontò il suo trasferimento in una città bella, gli amici, il sentire di aver trovato la sua strada.
Mamma, intervenne Marco, sai che senza di te non saremmo arrivati da nessuna parte, vero?
Che dici, tesoro? Io ho fatto quello che fa ogni madre. rispose Maria.
No, mamma, non è quello che fa qualsiasi madre, intervenne Ginevra. Hai cresciuto due figli da sola, hai lavorato fino a spaccarti in due, non ti sei mai lamentata. Quando gli altri hanno mollato, tu non hai mai abbandonato noi.
Un nodo si formò nella gola di Maria.
Io non ho saputo fare diversamente, sussurrò. Non avevo molto da dare, ma quello che avevo lho dato a voi.
Allora Marco si alzò, la strinse forte, stringendola contro di sé con tutta la sua forza. Ginevra si avvicinò, appoggiando il suo viso al volto di Maria. Rimasero così, tutti insieme, davanti alla casa con il nuovo piano che Maria aveva costruito mattone per mattone.
La vicina di casa, che osservava dalla finestra, sorrise. Era un abbraccio che diceva tutto: «Grazie, mamma. Senza di te non saremmo arrivati qui».
In quel istante Maria comprese che non era stata mai sola. Ogni giorno difficile, ogni vescica nelle mani, ogni lacrima nascosta sotto il cuscino avevano avuto uno scopo. I suoi figli erano la prova viva che lamore, per quanto semplice, può edificare mondi interi.
E, per la prima volta dopo tanto tempo, si permise di respirare con leggerezza. Guardò la casa, il cortile, i suoi figli e sentì nel petto una profonda quiete: ce laveva fatta. Non a avere una vita perfetta, ma a trasformare il suo cuore in un rifugio. E per i suoi due figli, questo era tutto ciò che era stato importante.





