Diario, 21 maggio, Villa Borghese
Oggi, mentre cerco qualcosa da mangiare a un matrimonio elegante, mi sono bloccato. Mi chiamo Matteo, ho dieci anni.
Non ho mai avut genitori.
Ho soltanto un ricordo confuso: quando avevo circa due anni, il signor Giulio, un vecchio senza fissa dimora che viveva sotto un ponte vicino al Tevere, mi ha trovato in una piccola vasca di plastica, galleggiando vicino alla riva dopo un temporale.
Allepoca non riuscivo a parlare, a malapena camminavo. Ho pianto fino a quando la voce mi è rimasta asciutta.
Al polso avevo solo una cosa:
un braccialetto rosso, consumato e sfilacciato;
e un foglietto stropicciato, quasi illeggibile, inzuppato dalla pioggia:
«Per favore, lasciate che una persona dal cuore buono si prenda cura di questo bambino.
Il suo nome è Matteo.»
Il signor Giulio non aveva nulla: né casa, né soldi, né famiglia.
Solo gambe stanche e un cuore che sapeva ancora amare.
Nonostante tutto, prese il piccolo tra le braccia e lo crebbe come poteva: pezzi di pane secco, minestre calde offerte alla mensa della Caritas, bottiglie raccolte e rivendute.
Mi diceva spesso:
Se un giorno troverai di nuovo tua madre, devi perdonarla. Nessuno abbandona un figlio senza soffrire nellanima.
Sono cresciuto tra bancarelle dei mercati, ingressi di metropolitana, e notti gelide sotto il ponte. Non ho mai saputo comera il volto della mia mamma.
Il signor Giulio mi raccontava solo che, quando mi ha trovato, sul foglietto cera un segno di rossetto e un capello nero, lungo, impigliato nel braccialetto.
Pensava che mia madre fosse molto giovane Forse troppo giovane per prendersi cura di me.
Un giorno, il signor Giulio si è ammalato gravemente ai polmoni ed è stato portato in un ospedale pubblico. Senza denaro, mi sono ritrovato a chiedere lelemosina ancora più spesso.
Nel pomeriggio ho sentito delle signore parlare di un matrimonio sontuoso in una villa vicino Roma, il più lussuoso dellanno.
Avevo lo stomaco vuoto e la bocca secca. Ho deciso che dovevo provare la fortuna.
Così sono rimasto, timido, accanto allingresso.
Le tavole erano coperte di ogni ben di Dio: prosciutto di Parma, arrosti fumanti, pasticcini freschi e bibite ghiacciate.
Un giovane del personale mi ha notato, mi ha guardato con compassione e mi ha dato un piatto caldo.
Sta qui, mangia in fretta, piccolo. Basta che nessuno ti noti.
Lho ringraziato, ho mangiato in silenzio, osservando la sala.
Musica classica. Abiti eleganti. Gonne scintillanti.
E mi sono chiesto:
La mia mamma vive in posti così belli oppure è povera come me?
Allimprovviso, la voce del maestro di cerimonie ha risuonato:
Signore e signori ecco la sposa!
La musica è cambiata. Tutti gli occhi si sono rivolti alla scalinata decorata di fiori bianchi.
Ed è apparsa lei.
Un abito bianco perfetto. Un sorriso sereno, capelli neri lunghissimi e ondulati.
Splendida. Raggiante.
Ma io sono rimasto paralizzato.
Non era la sua bellezza che mi aveva bloccato, ma quel braccialetto rosso al polso.
Lo stesso. La stessa lana. Lo stesso colore. Lo stesso nodo consumato dagli anni.
Mi sono strofinato gli occhi, mi sono alzato di scatto e ho avanzato tremando.
Signora tremavo nella voce quel braccialetto lei lei è mia mamma?
Tutta la sala è ammutolita.
La musica andava avanti, ma nessuno respirava più.
La sposa si bloccò, guardò il suo bracciale, poi mi fissò negli occhi.
E anche lei ha riconosciuto il mio sguardo.
Lo stesso.
Le sono cedute le gambe. È caduta in ginocchio davanti a me.
«Come ti chiami?», ha chiesto con voce tremante.
Matteo mi chiamo Matteo ho risposto scoppiando in lacrime.
Il microfono è scivolato di mano al maestro di cerimonie, finendo a terra.
Mormorii si sono sparsi:
È suo figlio?
Può essere?
Madonna santa
Lo sposo, un uomo elegante e dallaria gentile, si è avvicinato.
«Cosa sta succedendo?», ha domandato sottovoce.
La sposa si è sciolta in lacrime.
Avevo diciotto anni ero incinta sola nessuno che mi aiutasse. Non sono riuscita a tenerlo con me. Lho lasciato non lho mai dimenticato. Ho tenuto quel bracciale tutti questi anni sperando di ritrovarlo
Mi ha stretto forte.
Perdonami, figlio mio perdonami
Ho ricambiato labbraccio.
Il signor Giulio mi ha detto di non odiarti. Non sono arrabbiato, mamma volevo solo rivederti.
Il suo abito bianco si è macchiato di lacrime e polvere. Nessuno ci ha badato.
Lo sposo è rimasto in silenzio.
Nessuno sapeva cosa avrebbe fatto.
Annullare le nozze? Accogliere il bambino? Fingere che nulla fosse successo?
Si è avvicinato
Non ha aiutato la sposa a rialzarsi.
Si è accovacciato davanti a me, alla mia altezza.
«Ti va di sederti a mangiare con noi?», ha domandato piano.
Ho scosso la testa.
Voglio solo mia mamma.
Luomo ha sorriso.
E ci ha abbracciato entrambi.
Se vuoi da oggi avrai una mamma e un papà.
Lei ha alzato lo sguardo su di lui, disperata.
«Non sei arrabbiato con me? Ti ho nascosto il passato»
«Non ho sposato il tuo passato», ha sussurrato. «Ho scelto la donna che amo. E ti amo ancora di più, sapendo tutto quello che hai vissuto.»
Quel matrimonio non era più lussuoso.
Non era più solo mondanità.
Era diventato sacro.
Gli invitati hanno applaudito con le lacrime agli occhi.
Non festeggiavano più una semplice unione, ma un vero ritrovarsi.
Ho preso la mano di mia madre. Poi quella delluomo che mi aveva appena chiamato figlio.
Non cerano più ricchi né poveri, non cerano barriere.
Solo un pensiero nel mio cuore:
«Signor Giulio vede? Ho ritrovato la mamma»Ti ho trovato una famiglia.»
E in mezzo ai petali di rose e alle luci dorate, ho sentito dentro di me una pace sconosciuta, come se finalmente avessi sciolto il nodo stretto che portavo al polso e nel cuore.
Quella sera, tra sorrisi e abbracci, balli e nuove promesse, la mia storia è diventata futuro. Ho capito che, a volte, la felicità arriva quando meno te lo aspetti. E che le braccia che ti raccolgono non sono sempre quelle che ti hanno dato la vita, ma quelle che ti sanno amare.
Sotto lo stesso cielo di Roma, con la mano stretta a quella di mia madre, mentre la musica riprendeva e il mondo sembrava più buono, ho chiuso gli occhi e ho pensato:
Domani, per la prima volta, posso dire anchio di avere una casa.




