Cresceva, Agnese, quasi come unorfana pur avendo i genitori in vita. Se sua madre laveva vista solo in fotografie sbiadite e tramite qualche rara telefonata, il padre abitava proprio accanto, ma neppure si voltava verso di lei, come se temesse che la ragazzina gli chiedesse qualcosa.
Da bambina Agnese si era spesso risentita con la madre, rimproverandole di averla abbandonata in cerca di felicità personale. Ma con il tempo aveva iniziato a capirla. Non doveva essere facile trovarsi con una figlia in braccio a sedici anni, soprattutto se il padre, suo coetaneo e vicino di casa, si era tolto ogni responsabilità dal cuore.
Almeno, pensava Agnese, sua madre non si era tirata indietro dal portarla al mondo; avrebbe potuto scegliersi una via diversa. E nonostante avesse lasciato Agnese neonata alle cure dei propri genitori, la ragazza le era riconoscente: chissà, forse la sua vita sarebbe stata ancor più difficile accanto a una madre che, a giudicare dalle sue scelte, di materno aveva ben poco.
Daltronde Agnese aveva vissuto uninfanzia serena, protetta dallaffetto sincero dei nonni. I nonni la amavano sopra ogni cosa; la nonna Gina la riempiva di attenzioni, e il nonno Carlo la viziava come solo i nonni di una volta sapevano fare. Raramente la madre, Teresa, inviava pacchi dalla lontana Milano: abiti alla moda, qualche giocattolo pubblicizzato, piccole vanità per continuare a sentirsi presente.
Quando Teresa sposò uno straniero e si trasferì ancora più lontano, il flusso dei regali e dei bonifici in euro divenne costante. Agnese si convinceva talvolta che la madre cercasse di fare ammenda per il tempo perduto. Per i suoi diciotto anni Teresa mandò una grossa somma, con cui il nonno comprò un piccolo appartamento a Firenze. Ormai Agnese era cresciuta e si preparava alluniversità; avere una casa vera, invece di una stanza di dormitori, era una fortuna.
Teresa agiva un po alla volta, ma sempre con la premura di mostrare che tutto aveva fatto e faceva per il bene della figlia. Agnese, tuttavia, non le serbava rancore, né provava per lei un affetto caloroso: la accettava, nulla di più.
Nei rari ritorni a casa, Teresa e Agnese erano così somiglianti che molti le scambiavano per sorelle. Teresa, con la sua eleganza semplice e il viso quasi senza tempo, non sembrava dimostrare più di venticinque anni.
Allora, Agnese, non vuoi venire a vivere con me? chiedeva talvolta la madre.
No, ho ancora da studiare.
Studia, studia… Chi sa da chi hai preso questintelligenza? Questo è il mio nuovo numero. Se ti servono soldi, o qualsiasi cosa, chiamami, a qualsiasi ora, va bene?
Grazie, mamma. Mi hai già dato così tanto, credo mi basterà per molto tempo.
Agnese non notò, ma la parola mamma fece fremere Teresa. Aveva sempre vissuto la maternità come una veste scomoda, quasi negandola anche al marito straniero: a lui aveva detto di aiutare i genitori o una sorella minore, tacendo sulla vera figlia cresciuta laggiù, in Toscana. Forse voleva bene ad Agnese, ma era un affetto diverso, più simile a quello che si prova per un parente lontano.
Quando il marito lasciò Teresa per una donna del proprio paese, la prima cosa che fece fu tornare da Agnese.
Agnese, posso stare da te per un po?
Certo, tanto a breve mi sposo e andrò a vivere con Michele…
Sposarti? Così presto? Hai appena compiuto ventanni!
Presto?
Agnese ebbe un attimo la tentazione di ricordarle che lei laveva messa al mondo a sedici anni, ma scelse di non dire nulla. Ormai era adulta, decideva da sé.
Spesso metteva a confronto i suoi futuri suoceri con la madre: loro lavevano accolta come una figlia; Teresa invece ignorava persino con chi si sarebbe sposata la propria ragazza.
Verrò al matrimonio, ora però vado a riposarmi in Grecia.
Mh… Grecia… Dev’essere bellissima! Anche Michele ci va spesso per lavoro…
In quei giorni frenetici, a pochi passi dalle nozze, Agnese era esausta per i preparativi. Michele era via e la madre sembrava svanita nel nulla. Ma Agnese aveva un segreto felice: sapeva che Michele sarebbe stato al settimo cielo, appena lo avesse saputo presto avrebbe avuto un figlio!
Non era nei piani, ma ormai nessuno avrebbe pensato male: il matrimonio era imminente.
Finalmente! Credevo ti fossi fidanzato con una greca e avessi cambiato idea scherzò Agnese quando Michele tornò da un lungo viaggio.
Ma dai, amore mio. Nessuna greca al mondo, lo sai che non mi piacciono le scappatelle…
Eppure, Michele mentiva. Una scappatella cera stata e stava per spuntare fuori.
Le ore della vigilia del matrimonio furono sconvolte da rivelazioni inaspettate. Una sconosciuta si presentò: aveva avuto una storia con Michele, proprio in Grecia, e ora attendeva un figlio da lui.
Agnese sentì le gambe mancarle.
Ripeti, per favore. Tu aspetti un figlio da mio marito? È uno scherzo?
Ti sembro una che scherza? Ci siamo conosciuti in Grecia, insieme abbiamo passato notti infuocate e ci siamo rivisti anche qui, proprio nei giorni delle nozze… Michele, raccontale tu quanto stavamo bene!
Andatevene! Via entrambi! Non voglio più vedervi urlò Agnese, il volto rigato dalle lacrime.
Mi dispiace, Agnese. È stato un errore…
Lerrore è stato fidarmi di una persona capace di simile bassezza!
Agnese chiese subito il divorzio. Non perdonò mai Michele e smise di parlare con la madre. Ritornò nel suo paese natale, sotto il tiepido abbraccio dei nonni Carlo e Gina, e lì diede alla luce un figlio maschio.
Dellex marito e della madre non volle più sapere nulla. E forse per la prima volta nella sua vita si sentì al sicuro.
Ma dopo un mese dalla nascita del figlio, giunse una telefonata dallospedale di Firenze:
È lei la figlia di Teresa Bernardi?
Sì, cosè successo?
Sua madre non ce lha fatta a causa di complicazioni al parto. Ha lasciato una bambina. Abbiamo pensato che forse vorrebbe prenderla con sé. Allora, signorina? Dobbiamo affidare la neonata a una casa famiglia, o verrà lei a prenderla?
Io… sì. Vengo io!
Agnese prese con sé anche quella bambina, non avrebbe potuto fare diversamente. Michele non si sarebbe mai occupato della piccola, e ancora oggi dà tutta la colpa a Teresa.
Ma Agnese sapeva: la colpa era di entrambi, e i figli non devono mai pagare per gli errori dei genitori. I bambini, pensava Agnese, sono felicità. E, si sa, la felicità non è mai abbastanza.




