Non potrò mai essere tua madre e non riuscirò ad amarti, ma mi prenderò cura di te e non dovrai sent…

Non potrò mai essere tua madre, né potrò amarti, ma mi prenderò cura di te, e non devi prendertela. Stanne certo, con noi starai comunque meglio che in un istituto.

Quella giornata era stata un vortice di dolore. Giovanni seppelliva sua sorella. Magari non era stata proprio irreprensibile, ma restava pur sempre parte del suo sangue. Si erano persi di vista per quasi cinque anni, ed ecco ora questa tragedia.

Vittoria fece di tutto per sostenere suo marito, prendendo sulle spalle la maggior parte delle incombenze.

Ma dopo il funerale restava da affrontare una questione altrettanto urgente. La sorella di Giovanni, Ilaria, lasciava dietro di sé un figlio piccolo. Tutti i parenti radunati quel giorno per lultimo saluto parvero girare la responsabilità verso il fratello minore di Ilaria.

Chi, se non lo zio, avrebbe dovuto prendersi cura del bambino? Nessuno discusse la cosa, sembrava lunica soluzione sensata.

Vittoria comprese bene la situazione, e tutto sommato non si oppose, ma dentro di sé cera un pensiero che non riusciva a scacciare: lei non aveva mai voluto bambini. Né suoi, né di altri.

La decisione era stata presa molti anni prima. Aveva confessato tutto a Giovanni prima delle nozze, e lui laveva trattata con leggerezza. A ventanni, chi si preoccupa davvero dei figli? Noi viviamo per noi stessi, avevano deciso insieme dieci anni prima.

Ora, però, doveva accogliere nella loro casa un bambino che non sentiva suo. Non cerano alternative: Giovanni non avrebbe mai permesso che il nipote finisse in un istituto, e neppure Vittoria avrebbe potuto affrontare questa prospettiva.

Lei sapeva che non avrebbe mai amato quel bambino, e tanto meno avrebbe saputo sostituirgli la madre. Ma quel piccolo, Edoardo, era precoce e avveduto per la sua età, e Vittoria decise di essere sincera con lui.

Edoardo, dove vorresti vivere, qui con noi o in istituto?

Vorrei vivere a casa mia, da solo.

Ma non puoi, sei troppo piccolo. Hai solo sette anni. Devi scegliere.

Allora con zio Giovanni.

Va bene, vieni con noi, però voglio che tu sappia una cosa: non potrò essere la tua mamma, né potrò amarti, ma mi prenderò cura di te e tu non dovrai offenderti. Da noi starai meglio che in istituto.

Sbrigate in parte le pratiche, tornarono finalmente a casa.

Vittoria pensò che, dopo quella chiacchierata, non avrebbe più dovuto fingere con Edoardo la zia affettuosa. Ora poteva finalmente essere sé stessa: cucinare, lavare, aiutare con i compiti non le pesava, ma lanima, quella, non voleva darla.

Il piccolo Edoardo invece non dimenticava mai la sua condizione: sapeva di essere non voluto, e faceva di tutto per non essere rimandato in istituto, comportandosi sempre al meglio.

A casa sua, gli assegnarono la stanza più piccola. Prima, però, bisognava rifare tutto per lui.

Scegliere carta da parati, mobili, decorazioni: era quello che Vittoria adorava. Si immerse con entusiasmo nellarredamento della cameretta.

Permise ad Edoardo di scegliere la carta da parati, mentre il resto lo scelse lei. Non badò a spese, spendendo parecchi euro, non per generosità verso i bambini, che non amava, ma per gusto personale: la cameretta risultò splendida.

Edoardo era al settimo cielo! Peccato solo che sua mamma non avrebbe mai potuto vedere quella stanza così bella. E magari, se solo Vittoria avesse potuto amarlo… Era buona, gentile ma i bambini proprio non le piacevano.

La notte, spesso Edoardo ci pensava, avvolto nel silenzio.

Lui trovava gioia in ogni piccola cosa. Al circo, allo zoo, nelle giostre: si entusiasmava con tale sincerità che perfino Vittoria iniziò a godersi quei pomeriggi. Le piaceva sorprendere Edoardo e poi osservare con attenzione le sue reazioni.

In agosto, Vittoria e Giovanni avevano programmato di andare al mare; Edoardo sarebbe dovuto restare dieci giorni con una cugina.

Ma, quasi allultimo, Vittoria cambiò idea. Un improvviso desiderio: voleva che il bambino vedesse il mare. Giovanni fu sorpreso da questo cambiamento, ma dentro di sé ne fu felice. Oramai si era molto affezionato al nipote.

Edoardo era quasi felicissimo. Se solo lo avessero anche amato! Però, avrebbe visto il mare.

Il viaggio fu meraviglioso. Il mare caldo, la frutta dolce e il morale alto. Ma tutte le vacanze finiscono, e anche questa passò.

Tornarono i giorni normali: lavoro, casa, scuola. Però qualcosa era mutato. Sentivano come un nuovo respiro nel loro piccolo mondo: una gioia leggera, una sorprendente attesa.

E il miracolo avvenne. Dal mare, Vittoria tornò portando dentro di sé una nuova vita. Impossibile, dopo tanti anni vissuti prudentemente!

Vittoria era spaesata. Parlare subito con Giovanni, o affrontare tutto da sola? Da quando Edoardo era arrivato, non era più sicura che il marito fosse realmente convinto di non volere figli. Giovanni adorava occuparsi del ragazzo; spesso lo portava a giocare a calcio.

No, Vittoria aveva già superato una prova, e non era pronta per una seconda. Decise di affrontare tutto da sola.

Seduta nella sala dattesa della clinica, ricevette una chiamata dalla scuola: Edoardo era stato portato in ospedale con sospetta appendicite. La scelta, per il momento, si rimandava.

Vittoria piombò nel pronto soccorso, il cuore in gola. Edoardo giaceva sul lettino, pallido, tremava forte. Vedendola, scoppiò in lacrime.

Vittoria, ti prego, non andare via, ho paura. Puoi essere mia mamma, solo per oggi? Ti prego, solo oggi, poi non ti chiederò mai più nulla.

Il bambino la strinse forte forte, singhiozzando senza sosta, quasi in preda al panico. Era la prima volta che Vittoria lo vedeva piangere così: solo al funerale.

Ora pareva che dentro di lui si fosse rotto qualcosa.

Vittoria gli avvicinò la manina al volto.

Bambino mio, resisti ancora un po. Il dottore sta per arrivare, andrà tutto bene. Sono qui, vicino a te, non mi allontanerò.

Per Dio, quanto lo amava, in quellistante! Quegli occhi pieni di meraviglia erano il suo tesoro più grande.

Childfree: che sciocchezza. Quella sera avrebbe detto tutto a Giovanni, avrebbe parlato del bambino che stava per arrivare. La scelta le venne quando Edoardo strinse ancora più forte la sua mano, piegato dal dolore.

Sono passati dieci anni.

Oggi per Vittoria è quasi festa grande: compie quarantacinque anni. Presto arriveranno gli ospiti, gli auguri. Ma, per ora, una tazza di caffè tra le mani, la travolge la nostalgia.

Come è volato il tempo! Ladolescenza lontana, la gioventù passata. Ora è donna, moglie felice e madre di due meravigliosi bambini. Edoardo ha quasi diciottanni, Sofia dieci. Non rimpiange nulla.

O forse, sì: una cosa la rimpiange con tutto il cuore. Quelle parole sulla non-amore. Quanto vorrebbe che Edoardo non le ricordasse, che le avesse dimenticate per sempre.

Dopo quel giorno in ospedale, ha cercato di dirgli la sua amore più spesso possibile. Ma se lui porta ancora dentro quelle prime confessioni, non ha mai trovato il coraggio di domandarlo.

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