Diario personale, gennaio, Milano
Il mio marito, Leonardo, aveva invitato sua madre, la signora Carla, a vivere da noi per tutto il mese di gennaio. Quando me lo disse, non chiese neanche come la pensavo: mi informò, proprio come si comunica una cosa già decisa. Nel suo condominio stavano facendo dei lavori, era rumoroso, polveroso, e lei, già anziana e con problemi di pressione, non poteva restare lì. Non posso lasciarla sola, disse serio. Ma non era una proposta era già tutto organizzato. Nemmeno una domanda, solo un annuncio.
Io, seduta in cucina, lo ascoltavo e sentivo un puntino di disperazione crescere dentro. Per me gennaio non è soltanto un mese qualunque: è il mio rifugio. Faccio un lavoro molto stressante, e dicembre sembra una guerra scadenze, verifiche, telefoni che squillano, la gente urla, tu cerchi di respirare. Mi ero promessa: dopo le feste ritroverò il mio equilibrio. Avrei spento il cellulare, tirato le tende, letto libri, guardato film, ascoltato la quiete. Solo silenzio.
Ma Leonardo parlava della persona che meno sopporta il silenzio. Carla entra in casa come fosse la sua, sposta oggetti, sistema, commenta, consiglia, fa domande, insiste, spiega, chiacchiera senza pausa. Non capisce la parola confine, non accetta porte chiuse. Le altre volte che è stata da noi, tutto cambiava di continuo mobili spostati, regole modificate, osservazioni su come dovrei vivere. Nulla restava comera prima. E io io non avevo più forza.
Gli ho spiegato con calma. Avevamo deciso per un mese tranquillo. Ho bisogno di riposo. Non posso vivere tutto gennaio con una persona che commenterà cosa mangio, come mi vesto, quanto dormo, cosa guardo, come penso. Semplicemente, non sono in grado. Leonardo si è rabbuiato subito, parlando di egoismi: Come si fa a dire di no a mamma? Dobbiamo essere generosi. La casa è grande, tu puoi stare in camera tua, nemmeno ti accorgerai. Ma il peggio venne quando mi disse che aveva già comprato il biglietto del treno e confermato tutto. Non solo aveva deciso da solo, aveva reso impossibile tornare indietro.
Quel momento mi ha chiarito ogni cosa. Non che mi fossi arresa no, avevo finalmente deciso.
Nei giorni successivi non ho fatto scene. Ho preparato la casa per le feste, cucinato, rimasto calma. Leonardo pensava che avessi ingoiato il rospo. Sembrava gentile, mi regalava piccoli pensieri. Ma io ero cambiata. Mentre lui guardava la tv, io cercavo annunci di appartamenti. Volevo un luogo dove respirare.
Il secondo giorno dopo le feste lui si è alzato presto per andare a prendere sua madre in stazione. Prima di uscire mi ha chiesto di preparare la colazione calda, qualcosa di nutriente, perché lei avrà fame dopo il viaggio. Ho risposto con un sorriso. E appena sono rimasta sola, ho tirato fuori la valigia.
Avevo tutto pronto: vestiti, trucchi, laptop, libri, la mia copertina preferita, caricatori. Non prendevo tutto, solo ciò che mi dava pace. Ho agito in silenzio e velocemente, come chi non scappa ma si salva.
Ho lasciato le chiavi e la carta per le spese comuni, così nessuno avrebbe potuto dire non cera niente da mangiare. Ho scritto un breve biglietto. Non accuse, nessuna spiegazione. Solo il fatto.
Sono uscita.
Ho affittato un piccolo appartamento luminoso in una zona tranquilla di Milano. Ho pagato laffitto per tutto il mese. Era caro, sì. Ho usato una parte dei miei risparmi, che tenevo da parte per altro. Ma la verità è che la salute mentale vale più di qualsiasi euro.
Mentre disfacevo la valigia, il telefono ha iniziato a squillare. Chiamata dopo chiamata. Alla fine, quando ho risposto, cera un Leonardo in preda al panico: Dove sei? Che stai facendo? Come lo spiego? Che figura faccio? Io ero tranquilla. Per la prima volta da mesi.
Ho detto solo che non era una fuga. Mi ero trasferita per un mese. Non posso condividere casa con chi trasformerebbe il mio riposo in una tortura. Che ora nessuno ostacola nessuno sua madre serena, lui pure, e io finalmente in pace. Quando sarà andata via, tornerò.
Ha urlato che sono cose da bambini, che la gente parlerà, che è tempo di famiglia. Io ascoltavo e pensavo: il tempo famigliare non è una prigione. Non è subisci perché si deve. Il tempo famigliare è rispetto.
Ho spento il cellulare.
I primi giorni furono puro benessere. Dormivo fino a tardi, leggevo romanzi, facevo il bagno caldo, guardavo serie e ordinavo piatti che di solito evitavo perché non salutari. Nessuno a spiegarmi come vivere. Nessuno che entrava senza bussare. Nessuno a impormi conversazioni quando solo il silenzio può far bene.
Dopo qualche giorno ho riacceso il telefono. Lui mi ha chiamato; la voce spenta, non più autoritaria. Mi ha raccontato che cosa vuol dire vivere con la madre.
Si alza prima dellalba. Fa cose utili in modo rumoroso. Frigge pesce e la casa puzza. Lava e stira a modo suo. Non si ferma mai dal parlare. Non lo lascia guardare la tv tranquillo. Controlla, interroga, comanda e poi piange e si prende il cuore se non la si segue.
Non lho compatito. Non lho salvato.
Mi ha chiesto di tornare aveva bisogno di parafulmine. Ho capito: non gli mancavo per amore, ma per essere il fronte dove si infrangono i colpi. Voleva il mio ritorno come difesa.
Gli ho detto di no.
Una volta sono dovuta rientrare a casa per recuperare una cosa dimenticata. Sono entrata senza preavviso e già dal corridoio ho sentito laria tesa: odore di medicinali e bruciato, tv troppo alta, scarpe non mie, abiti sparsi, e la sensazione che quella non fosse più casa mia.
Carla stava seduta bene in salotto, come se fosse sempre stata lì. Mi ha accolto con rimproveri: che ero scappata, che ero una cuculo, che avevo lasciato Leonardo affamato, colpevole persino per la polvere che lei aveva cercato sotto i mobili.
Leonardo era cambiato. Curvo, pallido, stanco. Quando mi vide, aveva uno sguardo di speranza che mi fece male. Mi sussurrò di portarlo via, di farlo uscire, di scappare insieme.
Lho guardato e gli ho detto la verità: non posso tirarlo fuori dalla sua lezione. Poi lha invitata. Ha deciso lui, senza di me. Ora deve affrontare le conseguenze. E se lo salvassi stavolta, non capirebbe mai.
Lho lasciato lì. Non per crudeltà, ma per rispetto verso il nostro futuro.
Dopo due settimane il tempo è scaduto. Sono tornata.
Casa silenziosa. Perfettamente in ordine. Leonardo era solo. Sembrava un reduce dalla guerra. Non ha sorriso subito. Mi ha solo abbracciata e detto perdonami.
Per la prima volta, non ho sentito giustificazioni ma riconoscenza. Ha capito che mettere confini non è un capriccio. Non è lamentela da donna. La casa è nostra, e nessuno deve entrarci per settimane se non siamo daccordo tutti. Si può amare un genitore, ma vivere con il controllo e la critica è unaltra cosa.
Ha promesso che non deciderà mai più da solo. Stavolta lho creduto: non per recuperarmi, ma perché ha vissuto lui stesso ciò che io avevo rifiutato.
Quella sera ci siamo seduti e non abbiamo parlato. Niente tv, niente telefoni. Solo silenzio. Il silenzio che sognavo.
Poi un messaggio che destate forse Carla può tornare a trovarci.
Lho guardato.
Ha sorriso nervosamente, e ha risposto brevemente, sicuro e tranquillo: che non si può. Siamo impegnati. Abbiamo dei programmi. Non succederà.
Ho capito che questa non è una storia di riposo.
È una storia di confini.
Talvolta bisogna uscire da casa propria per salvarla. Perché se una persona non impara la lezione, sarà laltro a doverla pagare sempre. Mi chiedo, tu cosa avresti fatto? Sopportare per la pace o tracciare il limite, anche rischiando un terremoto nei rapporti?






