«Lo abbiamo portato a casa perché potesse andarsene in pace». Così c’era scritto, a lettere maiusc…

«Lo abbiamo portato a casa, perché potesse trovare la pace.»
Così era scritto nei documenti del canile. In stampatello, con tanto di timbro:
CURA PALLIATIVA.
Dopo tre settimane, quel vecchio golden retriever portava con orgoglio un riccio di peluche lungo il corridoio, come fosse un trofeo.
E fu allora che capimmo perché prima «si alzava appena».
Quando ci hanno chiamati dal canile comunale di Firenze, il messaggio era stato chiaro e breve:
Il cane è anziano. Servono persone che sappiano stargli accanto con dolcezza.
Io e mia moglie non abbiamo nemmeno discusso.
Avevamo spazio.
Avevamo tempo.
E in casa ormai cera un silenzio che durava da troppo.
Si chiamava Bruno.
Quindici anni. Un golden dagli occhi di zucchero e il muso cosparso come di farina.
Lo sguardo spento. Camminava piano, con le gambe poco sicure. Anca stanca, passi lenti.
Sul suo libretto cera scritto seccamente: «CURA PALLIATIVA».
I proprietari precedenti lo avevano lasciato perché «svogliato» e «quasi non si alzava più».
Parole educate.
Fredde.
Quasi parlassero di un oggetto guasto, non di un essere vivente.
Noi, invece, ci siamo preparati come ci si prepara a salutare qualcuno.
Tappeti stesi per non fargli scivolare le zampe sul marmo.
Un materasso basso, soffice.
La sera abbassavamo le luci, la televisione restava spenta.
Anche la moka la mettevo sul fuoco senza rumore, come se ogni suono potesse dargli fastidio.
Volevamo solo offrirgli un posto caldo e sereno,
dove riposare la fatica,
finché il destino glielo avrebbe concesso.
Ma Bruno non era deciso ad arrendersi.
La prima settimana. Dormiva quasi sempre.
Non era un sonnellino leggero ma un sonno profondo,
quello di chi sa, finalmente, di non dover più restare in allerta.
Ogni tanto apriva un occhio, per controllare che fossimo lì,
e poi tornava a dormire.
Sembrava dire: «Io non mi muovo, però vi vedo».
Seconda settimana. Qualcosa era cambiato.
Una mattina, si è alzato piano e mi ha seguito fino in cucina.
Due passi pausa.
Altri due altra pausa.
Quando ho preso la ciotola, la coda ha fremuto, appena,
non da cucciolo,
ma per davvero.
Aveva capito: non era temporaneo.
Non era un parcheggio.
Quella era la sua casa.
La terza settimana. Si è risvegliato il cane di una volta.
In un angolo del salotto cera un cesto con vecchi giocattoli.
Bruno ci ha infilato dentro il muso ed è uscito con un riccio di peluche, spelacchiato e con un orecchio penzolante.
Non era nuovo.
Non era bello.
Ma Bruno lo teneva in bocca delicatamente come solo i golden sanno fare
e non lo lasciava più.
In quel momento, il «cane alla fine dei suoi giorni» era sparito.
Quello che «non poteva alzarsi» adesso camminava.
Lento, sì.
Ma camminava.
Sfilava per il corridoio con il riccio tra i denti e la coda che batteva contro le porte,
come se avesse vinto il primo premio alla sagra di paese.
Quello che «dormiva troppo» ora ci svegliava alle sei del mattino.
Il naso umido sulla mano.
Riccio in bocca.
Senza abbaiare, senza chiedere nulla.
Solo: «Sono qui. Ho fame. E, forse vorrei un altro giorno».
La sera si acciambellava sul materasso, lamato riccio sotto il mento.
E se mi alzavo, lui apriva locchio.
Non per paura.
Solo per sapere che ceravamo ancora.
Poi mi è apparsa davanti una verità, semplice e cruda.
Bruno non stava morendo di vecchiaia.
Bruno era consumato dallabbandono.
Era stanco del freddo del pavimento.
Stanco di chiamare e di non essere ascoltato.
Sfinito dal sentirsi solo un peso.
A volte un cane smette di alzarsi non perché non può più,
ma perché non vede più il motivo per farlo.
Oggi Bruno ha ancora quindici anni.
E, a modo suo tra una risata e un piccolo guaio «sta bene»,
come solo sanno fare gli anziani che hanno riaperto la porta alla vita.
Ruba il cibo dal tavolo con maestria.
Fa le sue, lente corse in giardino: due giri poi stop,
soddisfatto come avesse corso la maratona di Roma.
E quel riccio ormai sporco, rattoppato, buffo lo porta sempre con sé.
Noi dovevamo essere solo quelli «di passaggio».
Coloro che lo avrebbero accompagnato allultimo tratto.
Abbiamo fallito, completamente.
Ma abbiamo fatto qualcosa di più:
abbiamo dato a un vecchio cane una ragione per restare.
E lui, senza dire una sola parola, ci ha insegnato questo:
a volte, lamore non serve ad addolcire la fine.
A volte, può accendere di nuovo linizio. E noi lo guardiamo ogni mattina, con il sole che filtra dalle tende e lui che vaga cercando il suo riccio, e ci rendiamo conto che la cura più potente era quella che nessuno prescrive: il calore di una casa, una voce che lo chiama per nome, due mani che aspettano solo di accarezzare la sua testa imbiancata.

E mentre ascoltiamo il suo respiro pesante, sentiamo che a volte è la speranza che fa girare il mondo. Con il muso sul nostro cuore, Bruno ci ha insegnato che nessuno è vecchio per ricominciare. Finché cè qualcuno che ti aspetta al mattino, nessuna porta è davvero chiusa.

Così, ogni giorno, anche solo per un passo in più, scegliamo la felicitàinsieme.

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